L’avamposto del deserto
Che posto di frontiera che è Erfoud, una delle ultime città prima del niente, prima del mare giallo, prima delle temperature insopportabili. Regala sensazioni estranianti con le sue atmosfere da legione straniera (fu infatti la guarnigione militare negli anni ’20 del protettorato francese…), col suo numero incredibile di palme da dattero che diventa ad ottobre il protagonista assoluto di una delle feste più famose del Marocco, coi reperti fossili che spuntano di continuo dalle sabbie e coi suoi vicoli che emanano i profumi dei tajine appena cotti e i suoni orientali della musica amazigh.
L’aria calda di Erfoud ti avvolge, ti ottunde i sensi, ti prepara all’incontro col deserto.

Poesia della sabbia
Lasciata Erfoud si percorrono nel vuoto che preannuncia le grandi sabbie una cinquantina di chilometri. A ogni passo, a ogni metro, il deserto si presenta, si annuncia. Torrido e immenso. Quasi spietato nella sua immensità.
L’appuntamento con la prima vista del Sahara della mia vita avverrà tra poche ore, nell’Erg Chebbi in località Merzouga, un paesaggio di 28 x 7 km che sogniamo dall’inizio del viaggio, uno spazio infinito nel quale vogliamo vedere il cielo e le dune infinite, contare i pensieri, farci le domande più importanti, ricordare i cari, sentirci piccoli.
Ma corpo e anima vanno preparati a tante emozioni: una doccia rinfrescante, un thè alla menta, la guida che guarda di continuo l’orologio per studiare il momento migliore della partenza (“una buona guida si vede da come sceglie la luce” ama ripetere), panni di lino freschi, il rullino caricato nella nikon, un rotolone di dieci piani di morbidezza ben nascosto nei pantaloncini per evitare improvvise sorprese dovute al calore, alla stanchezza, ai germi dell’acqua ed eccoci pronti alla spedizione sulle magiche dune di Merzouga al tramonto. Da quanto le aspettavamo…

Una fila di dromedari parte ordinata, questi incredibili animali, i più abili e i più resistenti a queste torride temperature, conoscono il sentiero a memoria. Ondeggiano il giusto, ficcano le zampe esili e lunghe nella morbida sabbia con sicurezza, sanno che c’è un capo cordata da seguire, un ritmo da mantenere, un rito da ripetere, una bella figura da fare.

Il cielo intanto si diverte a giocare coi colori, colori pastello prima e colori dorati e di fuoco subito dopo.
Una duna, una duna più alta e poi la grande duna finale, 160 metri di altezza assicura la guida, una meraviglia della natura africana che ha il profilo di un’onda, la sua sorella del mare. Quassù i dromedari si accasciano, i viaggiatori cercano il proprio angolo solitario, il proprio” eternal moment” con l’orizzonte e con la natura vuota e assoluta che si spalanca davanti.
La guida non ha sbagliato, la luce è meravigliosa, il silenzio assoluto ti riempie l’anima di emozioni…
In queste ore sembra davvero che riesci ad abbracciare il deserto e a vivere tutta la sua sconvolgente bellezza che scopriamo essere anche una bellezza mutevole perché queste dune si spostano di continuo a seconda delle tempeste e delle stagioni. Pare che in primavera e in autunno tra le dune si crei anche un lago, habitat preferito dai fenicotteri.
Quello che sia sia il paesaggio è un vero incantesimo. Qualcuno ha chiamato le emozioni che si provano in questi momenti “il battesimo della solitudine”.


A me tornano in mente alcune scene epiche dei film “Marrakech Express”, “La mummia” e di “Alamein, la linea del fuoco”, tutti girati qui, chissà se con l’aiuto dei giovani assistenti della scuola di cinema di Ouarzazate.
Il ritorno all’accampamento non è triste perché sappiamo che ci aspetta ancora un’alba, una ultima, magica alba con protagonista il deserto del Sahara, o perlomeno con le sue propaggini. La notte nera passa presto anche grazie al barbecue, al fuoco, alla chitarra e alle stelle vicine.
Probabilmente è qui che ho deciso di sposare Lara, nell’emozione e nella pace di questa notte.
L’ultima alba

Ecco infine lo stupore della salita sulla duna all’alba, il ritorno romantico sulla stessa duna della sera prima, vista Algeria.
Adesso dominano il bianco, il crema, il rosa chiaro, una leggera foschia, si vedono voli di uccelli, chissà da dove vengono e dove vanno.
Le nostre ombre si proiettano come silhouettes sulle dune di fronte: il dromedario, l’uomo o la donna sopra, il foulard intorno alla testa, la sabbia che allunga il riflesso. Bellissimo.
Il deserto ancora una volta invita tutti noi al silenzio, al raccoglimento ma… stavolta c’è un ma… perché quando tutti i dromedari si sono di nuovo accovacciati, si sono inchinati davanti al loro dio delle sabbie e il gruppo raggiunge il sottile crinale della duna, una vista stupefacente e divertente anima la giornata: un lungo rotolone di scottex, per fortuna bianco e lindo, è scivolato dispettoso sulla duna dietro di noi. Solo a fine viaggio dopo mille fotografie e mille rotolamenti sulla duna confesserò che si trattava della mia protezione medievale, del mio rimedio naturale contro la maledizione di qualche principe tuareg, fino ad allora ben nascosto e impacchettato nei miei bermuda da esploratore.

50 gradi a Zagora
Il punto più caldo del viaggio è Zagora, nella Valle del Draa, dove il termometro tocca i 50 gradi e davvero non c’è difesa, neanche sotto i resti della fortezza almoravide, neanche al riparo della tenda berbera dove assaggiamo il cibo più buono del viaggio: un caldo incredibile, che ti si attacca alla pelle, non ti fa respirare, non ti fa neppure dormire.
Zagora è una città vuota nel silenzio del mezzogiorno: stancano i passi, le parole anche.
Intorno alle povere case, mezzo milione di palme da dattero. In mezzo alla polvere il mitico cartello: Timbouctù 52 jours, se percorsi ovviamente in groppa a un dromedario.




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