Morumby

Tornando in battello a Manaus sulle sponde del grande fiume un marinaio indica un albero meraviglioso che fa sporgere i suoi rami tentacolari sulle acque marroni. Lo sento che pronuncia anche il suo nome ma l’accento musicale portoghese non mi permette di distinguerlo a pieno, “maipe” o qualcosa del genere. Percepisco però il senso del piccolo racconto, con sospiro annesso, che il marinaio fa ai suoi amici brasiliani: “E’ lo stesso albero che si trova nel cimitero di Morumby, a vegliare per sempre sulla tomba di Ayrton”. Il cuore mi si riempie di emozione, il pensiero corre a tanto tempo prima, a uno dei pomeriggi più tristi vissuti dagli sportivi di tutto il mondo.
Non la sapevo questa cosa ma scoprendola la reputo quasi normale: uno dei figli più amati del Brasile ritorna alla sua terra, a Madre Natura, in compagnia di un grande albero nativo dell’Amazzonia.
Tutto torna: un grande albero, un grande paese, un grande campione e un grande dolore.
Anzi un dolore immenso, perché per Senna il Brasile si fermò.
Furono quasi 5 milioni di persone a sistemarsi lungo le autostrade enormi di San Paolo, lungo i giardini, le sponde dei laghi, appesi ai cartelloni pubblicitari, arrampicati sui pali della luce, per salutare il loro campione rinchiuso nel feretro. Che avrebbe trovato posto nel grande cimitero di Morumby, nella periferia occidentale della metropoli, tra grattacieli e alture circostanti divise parimenti tra ville con piscina e fatiscenti favelas, sistemato semplicemente su un prato, in veste quasi anonima, riconoscibile rispetto agli altri perché sempre pieno di fiori, di bandiere, di foto, di sciarpe, tutto all’ombra del carismatico albero amazzonico.

L’ultimo viaggio di Senna
Si chiamava Ayrton ed era un pilota, aveva una faccia d’angelo ed è stato probabilmente il più grande pilota di tutti i tempi. Tre volte campione del mondo di Formula con l’invincibile Mac Laren nel 1988, nel 1990 e nel 1991, 41 gran premi vinti, 65 pole position conquistate, un mago nei circuiti cittadini (vinse 6 volte a Montecarlo), un dio sotto la pioggia, un’icona del suo popolo e del suo paese, il Brasile.

Ma nel caso di Ayrton più del fuoriclasse piaceva l’uomo, sempre educato e gentile, un animale in pista e un benefattore fuori, grintoso quanto generoso, sempre vicino ai poveri, alla sua gente, ai bambini di strada più sfortunati della sua città.
Dopo la sua morte si scoprirono le sue buone azioni, le sue continue donazioni, una sensibilità ancora più grande di quella che si percepiva, di quella che si immaginava.
Dopo la sua morte, molto dopo, si scoprì anche che ovviamente l’errore al volante non fu il suo ma che era volato con la sua macchina per via di una modifica al piantone dello sterzo che era stato ritoccato per rendere più confortevole l’abitacolo. Ecco che la morte aveva colto Ayrton senza neppure una “colpa” sportiva, senza un difetto di guida a “macchiare” l’ultimo di giro di pista della sua carriera. Senna era rimasto piuttosto vittima del suo stesso grande circo che amava e che odiava, che aveva anche cominciato amaramente a capire. E a criticare.
Per il suo carattere, per la sua abilità mostruosa, per la sua bontà e purezza e integrità, per la sua fine prematura, per tutte cose insieme Ayrton si ritrovò in un attimo nella sfera del mito.
Il suo ultimo viaggio comincia una di quelle domeniche in cui in Italia il pranzo in famiglia si faceva con la tv accesa, per seguire il rombo dei bolidi e le emozioni che questo ragazzo speciale era in grado di dare. Stavolta la tv era accesa sul circuito di Imola, Gran Premio di San Marino, 1 maggio del 1994 e dopo 7 giri mentre la pasta al forno arrivava fumante in tavola ecco la tragedia impensabile: la Williams guidata dal fenomeno di San Paolo andava a schiantarsi contro il muro della micidiale curva del Tamburello, dove campeggiava gigantesco lo sponsor della birra Kronenbourg, tanto per restare in tema di circo, di sponsor, di interessi commerciali.
Tanti sportivi restarono fissi con gli occhi sullo schermo, i tovaglioli oltre alle macchie di sugo si inumidirono di lacrime, perché il pilota più amato da tutti non si muoveva già più, il suo casco era fermo, il suo corpo era abbandonato sul sedile e mentre arrivavano medici, ambulanze, commissari di pista, elicotteri, tutti i protagonisti del circo, sul posto, avevano le mani nei capelli e tutti gli appassionati di corse automobilistiche e non solo, a casa, capirono che Ayrton Senna in quell’esatto momento finiva la sua vita.

Lo trasportarono inutilmente all’Ospedale Maggiore di Bologna e neanche cinque ore dopo lo schianto il mondo della Formula 1, acquista un colore grigio, il più grigio: arriva la tremenda notizia che Ayrton è morto, proprio in Italia, “in una terra di sognatori” come la chiama Dalla nell’elegia dedicata a Senna, proprio tra i tifosi della Ferrari che un giorno aveva giurato di voler prima o poi guidare.
Il volo Varig che lo riporta in Brasile, nella sua San Paolo, è uno dei più tristi e intensi della storia dell’aviazione mondiale: la bara di Senna non la sistemano nella stiva ma l’equipaggio preferisce smontare alcuni sedili della Business Class e adagiare lì, con leggerezza, con amore, con rispetto, l’ultima dimora del campione. Il comandante dell’aereo al microfono recita una frase tenerissima che più o meno era questa: “stiamo compiendo questo viaggio insieme a un amico che ci ha riempito di orgoglio, chi vuole può venire nelle prime file dell’aereo per salutarlo, per donargli l’ultimo saluto”.
Proprio così, l’ultimo viaggio di Senna fu in mezzo alla sua gente, ai suoi fans. Mani che sfioravano la bara, le preghiere, le dediche e nella mente di tutti i passeggeri il film della vita appena trascorsa del pilota che assomigliava tanto a uno di quei nostalgici documentari in bianco e nero.

Il presentimento
Senna era una persona molto religiosa e molto dolce ed esistono delle interviste negli archivi della Rai dove con uno sguardo malinconico mostra che aveva già capito che qualcosa di brutto gli poteva capitare. Si sentiva a suo modo indifeso. E Fragile. Davanti ai ritmi folli della Formula 1, davanti alle colpe di quel circo, alle gare continue per la supremazia tecnologica, alle sfide infinite per la velocità, alla gloria effimera, all’ingordigia degli sponsor, alla morte di altri ragazzi prima di lui, il mitico Gilles Villeneuve e anche un anonimo ragazzo scomparso addirittura nelle prove di Imola del giorno prima, l’austriaco Ratzenberger.
Aveva paura Ayrton, una paura che si spiega solo con le indimenticabili parole della meravigliosa canzone di Lucio Dalla, forse la più bella canzone mai dedicata a uno sportivo, che fa venire i brividi proprio perché celebra l’uomo più del pilota e lo celebra per la sua sensibilità. Ecco le strofe insuperabilmente poetiche di “Ayrton”, dove tornano tutte insieme la sua fragilità e il suo presentimento.
Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota
e corro veloce per la mia strada
anche se non è più la stessa strada
anche se non è più la stessa cosa
anche se qui non ci sono piloti
anche se qui non ci sono bandiere
anche se qui non ci sono sigarette e birra
che pagano per continuare
per continuare poi che cosa
per sponsorizzare in realtà che cosa.
E come uomo io ci ho messo degli anni
a capire che la colpa era anche mia
a capire che ero stato un poco anch’io
e ho capito che era tutto finto
ho capito che un vincitore vale quanto un vinto
ho capito che la gente amava me
potevo fare qualcosa
dovevo cambiare qualche cosa.
E ho deciso una notte di maggio
in una terra di sognatori
ho deciso che toccava forse a me
e ho capito che Dio mi aveva dato
il potere di far tornare indietro il mondo
rimbalzando nella curva insieme a me
mi ha detto “chiudi gli occhi e riposa”
e io ho chiuso gli occhi.
Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota
e corro veloce per la mia strada
anche se non è più la stessa strada
anche se non è più la stessa cosa
anche se qui non ci sono i piloti
anche se qui non ci sono bandiere
anche se forse non è servito a niente
tanto il circo cambierà città
tu mi hai detto “chiudi gli occhi e riposa”
e io adesso chiudo gli occhi…
Io, sinceramente, non penso che esista un’altra canzone così bella per salutare un dio dello sport.

Il saluto del popolo
Di una cosa magari Ayrton non poteva avere il presentimento…
Che il 5 maggio del 1994 per dirgli addio a San Paolo sarebbe uscita da casa una marea di persone, di tutti gli strati sociali, i banchieri e i poveracci, gli yuppies, le prostitute, i drogati, le nonne e le figlie, i meninhos de rua che avevano sempre avuto un posto speciale nel suo cuore. Ayrton non avrebbe creduto di essere in grado di paralizzare letteralmente una città e un paese, con il Presidente Itamar Franco che avrebbe proclamato tre giorni di lutto nazionale e la presenza dei fanti a cavallo e dei soldati in uniforme ai suoi funerali e degli aerei in cielo a esibirsi come le nostre Frecce Tricolori per l’ultimo saluto.

In terra i familiari, il popolo, i rivali di sempre come Alain Prost, gli amici come il ferrarista Berger, i miti del passato come Emerson Fittipaldi, piangevano tutti. Prost portò sulle spalle la bara per il lento e doloroso viaggio finale, dopo che si erano sfidati in mille giri a trecento all’ora.
Per tanti brasiliani in fondo Ayrton Senna non è mai morto, ma è finito solo, ancora una volta, un giro davanti a tutti.
Sulla sua tomba, una lapide sul prato tra i fiori gialli come il colore del suo casco che non riuscì a proteggerlo, appare questa scritta: “Nada pode me separar do amor de deus” (“Nulla mi può separare dall’amore di Dio”). Su quella tomba milioni di persone sono andati a rendergli omaggio, a portargli un fiore, a ringraziarlo per le emozioni vissute e anche per la Coppa del Mondo di calcio vinta pochi mesi dal Brasile contro l’Italia di Baggio a Usa ‘94, come in un tentativo catartico di asciugare le lacrime.
Ecco come l’immenso giardino-cimitero all’inglese di Morumby è diventato un luogo di pellegrinaggio e di culto. In onore del ragazzo più veloce, pulito e mistico del circo della F1.
Ed ecco come un albero dell’Amazzonia, del mio ultimo giorno di viaggio in Amazzonia, mi ha fatto però rivivere con pienezza tutto questo.
Per quello che riguarda la mia piccola storia personale non ho più seguito nessun Gran Premio di Formula 1.



Non ci sono Commenti