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I grandi reportages / L'anno in Germania

L’anno in Germania – Intro

Anni fa ho dovuto compiere una scelta. Scegliere il paese dove rinforzare la mia laurea in lingue.

Con un inglese già abbastanza buono e con Londra e le sue campagne visitate più volte, con la Spagna oggetto delle mie estati e quindi amata e conosciuta in ogni suo angolo quasi come fosse l’Italia, ecco che la scelta ha visto emergere la Germania.

L’anno in Germania - Intro

A distanza di tempo mi chiedo ancora il perché: io più amante del mondo latino, del sole, del sud, che scelgo le nebbie e i venti e i rigidi giorni tedeschi; io con un carattere tutto sommato aperto, una personalità creativa, che me ne vado in una nazione sicuramente più chiusa, introversa, spesso troppo schematica e razionale; io che nato e cresciuto in una città grande, confusa, allegra mi ritrovo vicino a un bosco, a un castello, a un fiume e sotto un cielo spesso grigio. Misteri della gioventù, vie del caso.

L’occasione è stata una borsa di studio vinta negli anni de “La Sapienza” col Ministero della Pubblica Istruzione. Andare in Germania, per un intero anno scolastico, come assistente di italiano in un liceo tedesco. Andare a conoscerli proprio da vicino i tedeschi, le famiglie tedesche, i ragazzi tedeschi, quell’insieme di abitudini, comportamenti, modelli che formano la cultura tedesca.

Il paese era piccolo e si chiamava Blankenloch, case basse, servizi efficienti, una scuola come i college americani, e si trovava in una pianura brumosa, più vicino a Karlsruhe che a Heidelberg, ma fra le due città non esitai un attimo nell’esprimere la mia preferenza e mi trovai un alloggio presso una famiglia di Heidelberg, la cittadina forse più romantica e più bella di tutta la Germania. Ogni giorno bici più treno per raggiungere i “miei” studenti, il fastidio di un impermeabile perenne ma anche la felicità di una nuova e continua scoperta, lontano dalla mia zona di comfort.

Il paese era piccolo e si chiamava Blankenloch, case basse, servizi efficienti

Ho imparato tanto in quel lungo anno: a vivere da solo, a cavarmela da solo, a mischiarmi con altra gente, con un’altra cultura appunto. Non è stato sempre facile, per la difficoltà della lingua, per le diversità palesi in molti campi: l’ordine, l’organizzazione e l’obbedienza innata dei tedeschi all’inizio possono incutere anche un certo timore. La mia voglia di confidenza e di amicizia era più grande della loro, così come la loro timidezza e riservatezza era assolutamente più grande della mia. Ma coi mesi, con i tentativi mai interrotti di avvicinamento, ho conosciuto tante belle persone, ragazzi limpidi, famiglie oneste, città pulite, un modello sociale super efficiente.

E anche una natura che non avrà il nostro sole e il nostro mare ma che è comunque capace di regalare paesaggi maestosi e incredibili, quelli che hanno affascinato per la loro purezza tanti scrittori-viandanti della letteratura locale.

Ho approfittato del mio anno in Germania: per innamorarmi di ogni pietra, di ogni ponte, di ogni albero e di ogni mirtillo di Heidelberg. Per vagabondare nelle terre sveve tanto amate da Hermann Hesse, lo scrittore a cui ho dedicato la mia tesi di laurea. Ho frequentato Monaco di Baviera proprio nei giorni scatenati dell’Oktober Fest, ho vissuto un mesetto nella Berlino effervescente degli anni dopo la caduta del Muro, ho preso più volte un battello per seguire il corso lento del Reno, mi sono divertito come un matto al Carnevale di Colonia, mi sono quasi perso nella Foresta Nera, mi sono infreddolito sul Mare del Nord, ho cercato Zorba il gattone nero di Sepùlveda nel porto di Amburgo e sono tornato più volte sulla Romantische Strasse.

mi sono quasi perso nella Foresta Nera, mi sono infreddolito sul Mare del Nord, ho cercato Zorba il gattone nero di Sepùlveda nel porto di Amburgo
A quell’immensa scuola poetica, letteraria e filosofica che la Germania dal Romanticismo in poi è stata capace di esprimere.

Sono andato un po’ a Est, a Dresda e a Lipsia, sono rimasto di più a Ovest, a cercare di crearmi un futuro. Grazie all’Università, allo studio della Germanistica. A quell’immensa scuola poetica, letteraria e filosofica che la Germania dal Romanticismo in poi è stata capace di esprimere. Con i versi di Holderlin e di Novalis, con la scrittura tormentata e ironica di Heine, con la grande avventura umana e letteraria di Goethe e con i drammi teatrali di Schiller, con i romanzi allegorici di Thomas Mann e Bertolt Brecht, con Gunter Grass e Christa Wolff che hanno saputo raccontare il dramma della nazione divisa, con Fichte ed Hegel, con Schopenauer e con Marx nel campo della filosofia, anche con il potente Wagner nella musica. A ripensare a tutti gli autori studiati mi rendo conto che la Germania è stata capace più volte di esprimere il Genio.

con Schopenauer e con Marx nel campo della filosofia, anche con il potente Wagner nella musica.

Poi la mia vita ha preso un’altra direzione, quella del turismo e del ritorno in Italia, ma l’anno in Germania mi ha fatto diventare sicuramente un uomo più consapevole e forte, amante a modo mio della stessa logica, della stessa voglia di perfezionismo ammirata in tanti tedeschi. Che magari non sempre sanno come incendiarti il cuore, non sempre ti accolgono a cuore aperto, ma quando lo fanno sono capaci di capaci di farlo con assoluta lealtà e con una grandissima integrità morale.

Mi porto dietro tante esperienze da quel lungo anno, un diario di viaggio serve probabilmente a ricordarle, a contarle, a dargli una forma e un significato.

Nei pezzi che seguono ecco che allora proverò a raccontare la mia Germania, quello che ho visto, quello che mi ha emozionato, quello che ho imparato di più. Una cosa soprattutto ho imparato: che in certi momenti, in certe situazioni, “i tedeschi escono sempre fuori”, quasi agli antipodi di noi per pensiero e azione, più freddi e quasi misteriosi nel farsi decifrare come esseri umani, ma sicuramente molto attenti a concetti quali la stima, il rispetto, il merito.

Posso dire in sostanza che la Germania mi ha completato, mi ha fatto entrare in contatto molto di più col mio mondo interiore, mi ha dato l’occasione di conoscere il versante e lo spirito nordico dell’Europa, meno simpatico probabilmente dell’Italia, della Spagna, del Portogallo, della Grecia, ma un modello cui attingere quando la tua vita ha bisogno di più regole, di più obiettivi.

Di una direzione.

Posso dire in sostanza che la Germania mi ha completato, mi ha fatto entrare in contatto molto di più col mio mondo interiore, mi ha dato l’occasione di conoscere il versante e lo spirito nordico dell’Europa

L’anno in Germania, devo dirlo, mi ha lasciato anche l’idea di una nazione e di una popolazione più colta e preparata dell’Italia attuale: l’impegno dei tedeschi in ogni campo è calvinista, il rispetto dello stato, delle norme, delle persone stesse è luterano, assoluto, forse leggermente sottomesso al potere – qualunque esso sia – (politico, religioso, scolastico, imprenditoriale) ma mai codardo, mai banale.

Mi ha colpito anche come il rifiuto, specie nei giovani della parte occidentale, delle grandi colpe del passato nazista, delle macchie incancellabili della loro storia, sia totale.

Questo diario di viaggio del mio anno in Germania lo dedico ai ragazzini del liceo di Blankenloch, che ora saranno uomini e donne, e che seppero emozionarmi come pochi altri quando il mio ultimo giorno di scuola mi regalarono un burattino di Pinocchio, oggetto del mio seminario in letteratura comparata.

Pinocchio mi ha guardato per anni appeso nella mia stanza, e come per una di quelle cose magiche che possono accadere solo nella vita di chi viaggia, accetta l’altro, si apre all’altro, col suo lungo naso, le gambe e le braccia flessibili, col suo sguardo irriverente mi ha sempre fatto pensare di più ai miei giorni intensi e stranieri di Blankenloch e di Heidelberg che alle familiari campagne toscane di Collodi.

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