Dolce e malinconica
Per capirla al volo e sentirla subito tua, come qualcosa che ti entra in un attimo nel cuore, negli occhi e nelle viscere, basta in genere una passeggiata al tramonto sul Malecòn, il suo lungomare decadente con gli edifici screpolati che ogni schizzo d’onda sembra cadere giù un pezzo di intonaco, scolorirsi una facciata liberty o neoclassica dalle tonalità pastello, arrugginirsi un po’ di più la ringhiera di un balcone.

La brezza del mare rinfresca L’Avana, le sue case, la sua gente, i suoi musicisti di strada che suonano sotto i portici difronte all’oceano anche con le improvvise burrasche tropicali, i suoi giovani che guardano l’orizzonte, sognando chissà quali mondi lontani.
Il Malecòn a L’Avana è un punto di incontro naturale per le foto e per i baci, per i capannelli di amici che sentono le radio accese nei macchinoni di origine americana, per i turisti che vengono continuamente avvicinati con la proposta di case “particular”, di ristoranti “particular” e di qualcos’altro di “particular”. Sul Malecòn va in scena la vita di questa città bellissima, malinconica, a tratti disperata ma sempre accesa, sempre vitale. Un misto di bellezza fatiscente e faticosa, coloniale e luminosa.

Sul Malecòn de L’Avana sembra evidente l’arte di arrangiarsi di questo popolo, alcuni edifici cadono a pezzi, alzi lo sguardo e vedi intere famiglie affacciate sorridenti ai terrazzi ma indovini nello stesso tempo stanze umili, panni stesi, odori di soffritto, piccoli patios con piante, pale di ventilatori e mattonelle scrostate. La città sembra in mano a un presente e anche a un futuro incerto, di “libretas” che non riescono più a fornire le famiglie dei beni di prima necessità, di macchine che non riescono a fare più il pieno di benzina, di mestieri improvvisati, di corpi a volte svogliati e a volte spogliati.
Tutto ti coinvolge però, troppo acciaccato, troppo provvisorio, ma anche troppo autentico e molto, molto poetico. Da una finestra risuona l’immancabile strofa di “Guantanamera”: “Yo soy un hombre sincero, de donde crecen las palmas, y antes de morirme quiero, echar mis versos del alma”
(“Sono un uomo sincero, di dove cresce la palma e prima di morire voglio far uscire i miei versi dall’anima”).
Il primo e l’ultimo sguardo donati a L’Avana secondo me devono esseri quelli sul Malecòn.
Coloniale e autentica

Fondata nel 1514 dal conquistador Diego Velazquez de Cuellar in un’ansa di mare così bella che stupì lo stesso Cristoforo Colombo L’Avana divenne ben presto una delle città più ammirate e popolate dell’America Latina, proprio perché la sua posizione privilegiata nei Caraibi la fece diventare la tappa commerciale fondamentale delle navi spagnole che provenienti dalle colonie americane di Cartagena o di Veracruz erano poi in procinto di attraversare l’Oceano. Questo significava sbarco di merci, costruzione di chiese e di palazzi, circolazione di beni, di genti, di ricchezze, che ovviamente attraevano anche i pirati, tenuti a bada dalle poderose fortezze del Morro, di San Carlo de la Cabana e de la Fuerza, tutti castelli visibili ancora oggi nel braccio di mare che penetra nel porto, proprio vicino al Malecòn o situati sulla sua sponda opposta.
L’Avana Vecchia ti aspetta appena dietro il mare, si visita tutta a piedi e fa mancare il fiato.
Non capisci subito se ti attirano di più le forme armoniche della splendida Cattedrale in pietra che domina la Plaza de Armas o le facciate barocche o neoclassiche degli eleganti palazzi simbolo della conquista e della colonia. Se è meglio perdersi tra i mercatini della piazza che vendono a buon mercato dipinti e cartoline, effigi della Rivoluzione e cappelli di paglia dei contadini che coltivano ancora la canna da zucchero, bottiglie di rhum e cofanetti di sigari, o se la vita più autentica de L’Avana va scoperta ciondolando a caso tra le sue stradine, i suoi vicoli, i cortili ombrosi che si aprono all’improvviso, le botteghe artigianali specializzate ognuna in qualcosa (i profumi, le erbe, la frutta tropicale, il tabacco, il rhum, la cioccolata). Probabilmente è proprio il sincretismo degli stili e delle culture, la mescolanza delle genti e dei colori, delle note musicali e dei colori che fa entrare questa città nel cuore di ogni visitatore.

L’Unesco ha dichiarato L’Avana Vecchia patrimonio mondiale dell’umanità nel 1982, mentre Paolo Rossi e l’urlo di Tardelli ci facevano vincere i mondiali di calcio allo stesso tempo qui con un gigantesco investimento finanziario si tentava un recupero incredibile per salvare un magnifico centro storico proveniente da decenni di abbandono, di sfruttamento e di povertà: sorsero nuove pensioni e caffè, sale da the e prelibate pasticcerie, vennero puliti i marciapiedi, abbellite piazzette, chiese e fontane, aprirono musei davvero di ogni tipo (ceramiche e costumi, armi e arti) al posto delle sordide taverne e sale da gioco, fiorirono centri culturali e bar alla moda al posto di squallidi bordelli.
Molto di questo incanto è rimasto, le attrazioni turistiche sono state tutte rivalutate, i Palazzi dei Marqueses de Agua Clara col suo patio coloniale e le sue orchestrine, le facciate austere ed eleganti di Bayona, del Conde de Jaruco, de los Capitanos Generales, del Teatro Nacional de Garcìa Lorca, del Convento di Santa Clara, de la Casa del Agua vanno assolutamente scovate e ammirate, ma un altro incanto questa parte di città continua a regalarlo con la sua provvisorietà, con la sua semplicità, con la scoperta casuale delle vie del popolo, dei balli per strada, delle radio e i grammofoni che trasmettono le musiche senza tempo del “Buena Vista Social Club” o i ritmi allegri della salsa, delle corse degli scolari in divisa tra i vecchi edifici, della vita delle anziane sulle soglie di casa, pronte a farsi ritrarre coi sigari giganti in bocca.
L’Avana Vecchia è un capolavoro di umanità, un miracolo di pietra, un concentrato di emozioni.


Nei miei giorni vissuti a L’Avana Vecchia aprivo la finestra sul ballatoio di un cortile e vedevo tutto questo, respiravo tutto questo.
Le signore che sempre allegre e sempre con lo stesso vestito a fiori addosso cucinavano con “Candela”, “Veinte Anos”, “Dos gardenias” e “Chan Chan” in sottofondo, poi uscivo e incontravo i ragazzi che facevano agli angoli di Calle Obispo, Mercaderes, Oficos e fuori dai piccoli club le prove di mambo, salsa e cha cha cha. E le sere finivano lì tra divertimenti, sguardi e bevute.
Ricordo anche le camminate verso il Parque Central dove i locali amano leggere i giornali e gustare una granita per pochi pesos, oppure verso il Paseo Martì immaginato come una replica del Paseo del Prado di Madrid coi suoi alberi, i lampioni romantici e le panchine in ghisa.
Fino a raggiungere il Memorial del Granma quello storico Museo che ospita oltre alla barca con la quale Fidèl Castro e i suoi barbudos tornarono a Cuba dal Messico, anche il camion con cui i rivoluzionari assaltarono il Palazzo di Batista e la jeep usata dal Comandante sulla Sierra Maestra.
Molte glorie della Revoluciòn sono tutte qui. Vicine alle vetrate dell’Hotel Inglaterra e alla bianca cupola del Capitolio che ho sempre preferito a quella di Washington.
Rivoluzionaria e nostalgica

Camminando o andando anche in bici o se si vuole soddisfare un vecchio sogno affittando per mezza giornata una di quelle Chevrolet colorate rimaste a zonzo per le vie de L’Avana partendo dal Malecòn si raggiunge il moderno quartiere del Vedado, che nei progetti del dittatore Batista doveva diventare una sorta di Miami cubana, sventrando tutto, le casupole e la povertà, le balere e i mercati.
Il progetto è rimasto realizzato a metà e oggi se il Vedado ospita tanti alberghi e grattacieli che un tempo vedevano arrivare gli attori americani in cerca di divertimenti, casinò e cocktails (l’Hotel Nacional, il Grand Aston, l’Habana Libre e il Focsa tutti con terrazze dove la vista è esagerata) è comunque una zona elegante e viva con tante ville liberty, l’Università e la famosa gelateria Coppelia quella presente nel film “Fragola e Cioccolato” una specie di romanzo di formazione nella Cuba comunista deli anni ’70 che ha criticato con ironia e leggerezza alcuni atteggiamenti di intolleranza ideologica del governo di Castro contro gli omosessuali, la libertà delle idee e le letture proibite.

Il lato sud del Vedado ospita l’immensa Plaza de la Revoluciòn, uno spazio di oltre 70.000 mq costruito coi soldi delle mafie per celebrare all’inizio e con un altro nome la vanagloria del dittatore Batista e poi per contrappasso simbolo stesso della sua disfatta.
Perché qui sono sorti il monumento nazionale in onore del poeta Josè Martì, eroe dell’indipendenza cubana, e soprattutto il famosissimo murales dedicato a Ernesto Guevara, ripreso dalla foto iconica scattata da Korda che sorprese tra la folla il volto commosso del Che a un funerale di compagni caduti in un attentato (probabilmente della Cia) a un mercantile.

(il famoso scatto di Korda preso da wikipedia)
Prima o poi tutti arrivano qui a L’Avana, qui dove Castro ha sistemato i suoi edifici governativi e festeggiato le date storiche della Rivoluzione con adunate oceaniche di cubani, qui dove l’abilissima dialettica di Fidèl dava vita a interminabili discorsi in difesa della Cuba socialista, così progredita nei campi dell’istruzione, della sanità e anche dello sport, qui dove il capo carismatico dei barbudos ha sempre cercato di tenere acceso il fuoco della rivolta e viva la sua utopia, capace di molti successi ma anche di molti errori, purtroppo incalzata dal moderno incedere della storia e della globalizzazione.
E qui dove sotto il volto malinconico e carismatico del “Che” che riempie di sé tutta la piazza e sotto la mitica scritta “Hasta la Victoria siempre!” il ricordo della Cuba guerrigliera e indomabile di quegli anni è rimasto più vivo che mai.

(due ritratti di Fidèl Castro ed Ernest Hemingway presi da wikipedia)
Nostalgia per nostalgia anche Ernest Hemingway ha segnato la vita de L’Avana e dintorni: si può andare logicamente sulle tracce del vitale e tormentato scrittore nei suoi bar storici, dove gustava il daiquiri e il mojito, ma devo confessare che entrando dentro La Floridita e La Bodeguita del Medio gli americani che urlano e bevono troppo mi hanno infastidito.
Meglio andare allora a visitare la Finca Vigia, la sua bianca residenza che si trova a una decina di chilometri dal centro, dove lui tornò ogni anno per venti lunghi anni, a scrivere storie e a gustarsi il mare, i sigari e il rhum.
Nella casa sono rimaste foto, oggetti personali, trofei di caccia, ricordi di famiglia e poco più lontano la barchetta Pilar, ormeggiata in un porticciolo vicino al villaggio di Cojimar dove Hemingway ambientò la dolente parabola “Il vecchio e il mare”.
Musicale e vibrante

Tra il Vedado e Miramar, il quartiere sul mare successivo, si vive la notte più alla moda de L’Havana. Prima si va a cena… Nei paladares cubani se si fanno vedere i dollari esce fuori di tutto, le aragoste appena pescate, il tonno al cocco, il maialino alla brace, i migliori pesci arrosto conditi da salsette sfiziose, i vassoi di succosa frutta tropicale. Nei posti umili e in tante case di tanti, troppi cubani, sulla tavola arrivano invece solo i piatti più poveri, molti dei quali a base di legumi e di tuberi: l’immancabile riso con fagioli neri, la zuppa con patate, mais e cotiche, la manioca e la banana fritte.
Poi si va a ballare, a vedere gli spettacoli, a vivere le sensuali e umide notti della capitale cubana.
Il “Tropicana Club” esiste dal 1939, è un locale caro, dove si mangia male, dove troppi turisti rovinano l’atmosfera tipica ma bisogna dire che è ancora un luogo di ritrovo mitico, per la qualità eccellente degli show, dei balletti, per le risate del cabaret, per l’atmosfera creata dalle ragazze meravigliose, dagli atletici ballerini mulatti, dalle mille luci e piume svolazzanti.
Numerosi gli altri locali dove impera la salsa e dove si organizzano tutte le settimane anche concerti all’aperto. Al cubano medio che nasce col senso della musica e del ritmo, che suona appena ha in mano una latta vuota e due bastoncini, che balla come un dio senza un giorno di scuola danza, piace andare alla “Casa de la Musica”” di Miramar, al Club “Delirio Habanero” che si trova sul terrazzo del Teatro Nacional, alla discoteca El Diablo Tun Tun dove ci scatena a base di ritmi latini e se prima o poi ti stancano basta scendere di un piano nello stesso edificio per trovare la “Casa del la Trova” dove comandano il son e le melodie alla Guantanamera. A Centro Habana ecco il vicolo Callejon de Hammel dove le grandi protagoniste sono invece le band afroamericane.

L’Avana domani
Manco da tanto a L’Avana, ne leggo sempre con nostalgia… Intanto nel 1999 mi sono perdutamente innamorato del docufilm “BuenaVista Social Club” di Wenders e Cooder e del relativo disco inciso dai super abuelos dell’isola, intanto nel 2016 è morto a 90 anni Fidèl Castro e ora le fila del governo sono in mano al fratello Raul, che però vicino ai 95 anni non sarà in grado di gestire il futuro della città e il destino della stessa rivoluzionaria e romantica isola.
In tempi di guerre atroci, di terrorismi e integralismi vari, lo spirito indomito e la dignità infinita della gente che vive sotto le palme caraibiche grottescamente mette ancora paura alla potenza più forte del mondo e comporta l’embargo più ridicolo della storia moderna…
L’Avana aspetta lì, sul suo Malecòn, tra le sue piazze coloniali, nelle sue case decadenti, l’ultima notte del comunismo. E che il mondo occidentale si accorga che i veri problemi, i veri nemici, sono altri.
La sua gente naviga più di prima su internet, si fa ammaliare dagli amici e dai parenti fuggiti a Miami, sogna l’Occidente, sogna il benessere e il profumo dei soldi, ma forse ha anche paura delle svolte che inevitabilmente verranno.
Intanto resiste, contro l’imperialismo yankee, contro i guasti di tutte le sue dittature, contro le difficoltà provocate dall’embargo, contro la povertà, contro i turisti che credono di potersi comprare tutto.
L’Avana resiste, è la città indolente, bella da far male e forte come nessun’altra che ancora resiste.



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