Le radici della Berlino alternativa

La trasformazione di Berlino in “capitale europea dell’alternativa” ha radici profonde: dopo la riunificazione, molti edifici dismessi, ex fabbriche, caserme o palazzi abbandonati sono diventati terreno fertile per nuove forme di vita collettiva, per l’arte urbana, per l’eclettismo di ogni tipo, per far esprimere l’indole artistica e culturale di ogni etnia, per favorire la nascita della musica e della cultura underground. L’abitudine allo squat, cioè dell’occupare spazi vuoti, ha svolto un ruolo chiave: gli spazi “vuoti” della metropoli tormentata e vitale della Germania settentrionale significavano libertà, possibilità di ricreare comunità fuori dalle regole tradizionali, con una forte componente politica e sociale. In questi spazi nascevano feste, concerti, performances, gallerie, residenze artistiche informali, comunità ibride di artisti, attivisti, musicisti, creativi… In pratica una generazione che cercava di vivere “fuori dagli schemi”, sperimentando nuove identità, nuovi codici, nuove libertà.

Berlino negli ultimi decenni del secolo scorso è diventata un magnete per giovani provenienti da tutta Europa e oltre, così attratti da quel mix di libertà sociale, costo della vita accessibile (all’epoca), di spazi accessibili e voglia di sperimentare.
Tutto nasce a Kreuzberg
La Berlino alternativa ha però origini più profonde che risalgono almeno agli anni ’70-’80, quando quartieri come Kreuzberg cominciarono ad attrarre giovani, esponenti di subculture punk, squatters, attivisti, poveri, migranti, outsiders di vario tipo.
Tra il 1970 e il 1975 le proteste contro la Guerra del Vietnam e contro l’autoritarismo della Germania Ovest creano le basi della controcultura berlinese. Si comincia a percepire Berlino Ovest come rifugio per chi vuole sfuggire al servizio militare obbligatorio. Qui nascono i primi movimenti autonomi e anti-istituzionali, nascono i primi collettivi di studenti, femministe, anarchici, pacifisti. Si crea un certo humus della protesta, il cui momento chiave è stato l’occupazione del famoso stabile diventato lo squat Georg von Rauch Haus: l’ex casa di riabilitazione prende il nome da un attivista ucciso dalla polizia e “conquistata” nel 1971 diventa un centro di vita collettiva, arte, politica, autogestione.
È il primo squat simbolico, è il “mito di fondazione” della cultura squat europea.


Alla fine degli anni ’70 Berlino si riempie di bande punk e tra concerti “proibiti” e manifesti sempre più politici sgorga la voce di generazioni in rivolta. Tra il 1980 e il 1985 Kreuzberg diventa un mondo a parte, è un quartiere “chiuso” a Ovest dal Muro e il suo isolamento significa affitti bassi e spazi vuoti. Arrivano giovani, artisti, migranti turchi, punk, anarchici, lesbiche e queer e l’intero perimetro di Kreuzberg si fa isola autonoma sostenuta da meccanismi di economia alternativa, mercati sociali, concerti improvvisati, collettivi. E’ in questo periodo che nasce il movimento Hausbesetzer e centinaia di edifici vengono occupati in tutta Berlino Ovest, causando scontri con la polizia ma anche trattative che trasformano gli squat in case autogestite: nasce appunto la tradizione berlinese degli “spazi liberati”. Di conseguenza i giovani di allora determinano tutto il contesto socio-artistico-culturale, la scena underground si esprime al massimo con murales, club nascosti, serate industrial e punk, musica elettronica rabbiosa e primitiva. Berlino diventa la città ideale per i “rifugiati culturali” e anarchici di tutta Europa.

Dopo il Muro
Dopo la caduta del Muro decine di edifici come capannoni industriali, luoghi militari, magazzini e aree ferroviarie, rimasero abbandonati, vuoti, e quei vuoti all’improvviso crearono una scintilla, significarono la possibilità di una nuova libertà e di spazi tutti da reinventare. Questi spazi divennero sedi di squat, di comunità autogestite, di arte, di musica, di vita collettiva. In quei decenni la combinazione di basso costo della vita (rispetto a tante altre capitali), l’abbondanza di spazio “libero”, la volontà di sperimentazione e un evidente e riuscito miscuglio sociale-culturale (giovani tedeschi, migranti, attivisti, artisti, outsider da tutta Europa) creò il terreno fertile per una Berlino diversa, alternativa e soprattutto creativa.


Una città sempre più febbrile quella uscita dall’ingombro e dalla scomparsa del Muro. Una città che invadeva a fiumane di sognatori l’Est, abitandolo, occupandolo, colorandolo. Dopo anni di depressione a Berlino Est tutto era possibile, tutto era aperto. Nascevano mille gallerie d’arte, si organizzavano techno party tra le rovine, Club come Tresor, E-Werk, Planet, Bunker diventavano leggendari. La nuova giovane Berlino era povera ma libera, lo spirito artistico aleggiava ovunque e la techno berlinese diventava un fenomeno mondiale.
La città-calamita
Ci pensavo mentre ci studiavo, la giravo, la osservavo, la frequentavo, la respiravo, negli anni subito dopo la caduta del Muro: quali motivi hanno sempre attratto tanti giovani a Berlino?

Sicuramente il primo motivo è la libertà, il senso di libertà che la metropoli tedesca è stata capace di comunicare, una libertà sociale, culturale, espressiva. Berlino per me era e resta sinonimo di apertura mentale, di tolleranza e di sperimentazione. Ha usato e usa tutti gli spazi abbandonati come concrete possibilità di reinventare la città. Ha ospitato e ospita comunità di creativi da tutto il mondo, artisti, musicisti, migranti, in un mix unico che continua a generare energia, idee, fermento. E poi è sempre stata una città-laboratorio, capace come poche altre di evolvere nella sua cultura urbana, di inventarsi ogni stagione nuove forme di convivenza, di arte e di musica, di scambi e di vita collettiva.
Nonostante le tensioni, le trasformazioni, le sfide, il rincaro della vita, le nuove mode, Berlino conserva elementi che la rendono ancora attraente per chi cerca qualcosa di “diverso”.
Offre ovunque ampi spazi di libertà: sia fisici (ex-spazi industriali, magazzini, aree riqualificate, spazi condivisi) sia culturali (accoglienza, tolleranza, eterogeneità). Permette la sperimentazione: musicale, artistica, sociale, non è mai una città “finita”, ma un laboratorio urbano, una fucina di idee, sogni, ribellioni e progetti ancora possibili. Berlino poi è primariamente internazionale e multiculturale e favorisce incontri tra lingue, culture e provenienze che generano ibridazioni creative. È una mescolanza di passato e futuro, ha una dolente memoria storica, conserva nelle strade e nelle menti le tracce della Guerra Fredda, del Muro, della città divisa tra Est/Ovest, tra caratteri e abitudini diverse e oggi convive di continuo con nuovi flussi, nuove generazioni, nuove tensioni.
Bisogna tornarci.


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