La selva indigena
“Dio è grande, ma la foresta è ancora più grande”
Questo proverbio brasiliano la descrive nella maniera migliore possibile: la foresta amazzonica è un continente verde, smisurato, senza confini. Così come la percepisci atterrando con l’aereo a Manaus.

La nostra percezione della selva sarà relativa, limitata a questa strana città di frontiera, all’avamposto che ti ricorda il piper, i duelli, i battelli, i pericoli e le avventure di Mister No. Ai suoi dintorni, a un semplice resort distante tre ore sul Rio Negro. Alle escursioni, agli “assaggini” di vita naturale e remota compiuti da lì. Da un viaggio di nozze sinceramente non potevamo chiedere altro, significava osare troppo, rimanere alla mercè della foresta e del fiume. Ma i ricordi del soggiorno restano netti, puri, belli.
Il primo pensiero va a loro, agli ultimi indios.
I secoli della scoperta e delle spedizioni portoghesi significarono l’inizio della fine per tante popolazioni della selva, decimate da guerre impari, da malattie come il vaiolo, private delle loro terre per fare spazio alle coltivazioni di soia e di mais che nutrono i bovini destinati a ingrassare con le loro succulente bistecche le tavole gourmet di tutto il mondo, private della purezza del loro fiume, della loro identità, depredate del legname, dei minerali, del caucciù. Fino alla disgrazia del covid usato in un certo senso come scusa da Bolsonaro per annientare le piccole comunità resistenti – sono troppo lontane da raggiungere e troppo difficili da curare – e favorire la penetrazione definitiva delle multinazionali avide delle risorse amazzoniche, siano esse tronchi millenari, appezzamenti di terreno, colture intensive di soia, preziosi minerali o gas naturali.

Nonostante i guasti portati dall’uomo, dalle industrie, dagli allevamenti, dai minatori, dagli esploratori, dalle motoseghe, dai buldozzer e soprattutto dalla politica l’Amazzonia resta una regione immensa, di una bellezza incredibile, un tempio della biodiversità tropicale che regala ossigeno a tutto il mondo, oltre che 16.000 specie di alberi, 50.000 specie di fiori, milioni di insetti non tutti conosciuti agli scienziati, cibo e frutta squisita, grossissimi pesci come i pirarucu che raggiungono i tre metri (!) o i gustosi tambaqui che finiscono volentieri sulle griglie, serpentoni velenosi, feroci felini, pappagalli straordinari, medicine e prodotti cosmetici derivati da erbe, fiori e conoscenze sciamaniche. E anche il veleno che gli indios mettevano sulle punte delle frecce ovviamente, per catturare un animale o per uccidere un nemico.

Un mondo verde e di acque (nel dialetto dei primi indios il nome amassunu significava “acqua che rimbomba”) che ricopre quasi la metà della superficie del Brasile, dove tutto è assolutamente collegato in una specie di infallibile catena ecologia, ecco perché qualunque minaccia all’ambiente rischia di trasformarsi in un irreversibile evento generale. Un mondo anche di città umide e laboriose come Manaus nel centro e Belèm alla foce, di villaggi e comunità sperdute, di fango, di macchia, di battelli che vagano giorni attraccando con le loro merci, i loro personaggi, i loro racconti e la cultura orale che arriva sulle infinite sponde, abitate da quasi 40 milioni di persone.
Breve elegia degli Yanomami
Uno degli ultimi popoli rimasti selvaggi e liberi sulla Terra, gli Yanomami. Sono 30.000 ancora, mezzi nudi, assai socievoli tra di loro, assai diffidenti verso chi viene da fuori.
Vivono in grandi abitazioni collettive, gli shabono, costruite con il legno, l’argilla, le foglie e la paglia della foresta, della loro magica foresta ai confini dei Brasile col Venezuela, tra il Rio delle Amazzoni e l’Orinoco. Sul bordo del grande e rudimentale cerchio ogni famiglia ha il suo cantuccio, il suo focolare, le sue amache, mentre al centro c’è lo spazio principe della comunità, quello per le feste, le cerimonie, i giochi, i pranzi. Amano stare insieme gli yanomami e amano gli svaghi nella loro pace della foresta, non eleggono capi fra di loro, hanno tutti gli stessi diritti e le stesse possibilità. Diventano però violenti quando attaccati, dai bianchi invasori piuttosto che dalle tribù vicine, forse perché risultano davvero fragili e vulnerabili verso le malattie e i germi portati dall’esterno.

(bambini di etnia yanomami ritratti su wikipedia)
Sconosciuti nel mondo fino alla metà del ‘900 quando solerti missionari come sempre in cerca di anime da convertire, cercatori d’oro senza scrupoli (i garimpeiros), raccoglitori di gomma che arrivavano a frotte a incidere gli alberi (i seringueiros) grandi proprietari terrieri (i fazenderos) desiderosi di nuove terre per allevare il loro bestiame, antropologi curiosi ma fatalmente invadenti e banditi della selva li hanno in qualche modo avvicinati e minacciati. Sono diventati così oggetto di studio e ricerca, sono stati “contaminati” e decimati dalla malaria e dal morbillo oltre che dagli interessi stranieri.
E’ chiaro che a loro come ai Korubo, ai Matis, agli Enawene, ai Bora, ai Kayapò del leggendario capo Raoni che girò il mondo con Sting per difendere la causa dei popoli indios, tutti sparsi tra le zone più impervie della giungla peruviana, colombiana e brasiliana, sarebbe piaciuto rimanere selvaggi nella selva, a curare l’orto, a pescare, a cacciare gli animali, a preparare il miele, a coltivare i tuberi e la manioca, a raccogliere le noci, le banane o i crostacei di fiume, a sentirsi bene dentro la loro estesa comunità, perché protetti da essa, felici in essa.
Fieri e semplici, pensatori e sognatori secondo i pochi studiosi che li hanno vissuti da vicino, coi loro tatuaggi, le loro pitture facciali, i loro culti animisti, lontani da tutto quello che significa progresso. Chiusi nel loro universo verde (conoscono circa 500 piante e le usano con abilità sia nell’ambito della cucina che in quello della medicina), di riti e svaghi primordiali, a contatto solo coi sacri misteri della natura. Non addomesticabili. Protetti dalla grande Madre Amazzonia.
“Esseri Umani” (questo significa il loro nome nella loro lingua) della selva.

(un tipico villaggio degli yanomami raccolto intorno allo shabono – foto presa su wikipedia)
Manaus, la capitale dell’umidità
Il segno dello sfarzo di Manaus raggiunto alla fine del XIX secolo è tutto riassunto nella grande e rosea sagoma del Teatro Amazonas, con la sua elegante facciata in stile Belle Epoque e i suoi interni sfarzosi e luccicanti basati su marmo di Carrara, lampadari di Murano e piastrelle dell’Alsazia: un luogo concepito dai signori europei del caucciù per l’arte, la musica, il ballo, l’intrattenimento, proprio nel cuore della foresta amazzonica, lontano dal Brasile da cartolina (Rio è a 4.400 km, Bahia e Belèm oltre i 5.000), un simbolo estetico della borghesia di allora, un sogno alla Fitzcarraldo se vogliamo tentarne una lettura romantica. Altri edifici simbolici di quella che generosamente veniva definita la Parigi dei Tropici sono la Dogana e il Palacio Rio Negro, rimasti lì a rappresentare l’opulenza e le glorie passate. E il Museo dell’Indio, a raccontare le origini della regione.

Per il resto Manaus oggi è una città moderna, un porto franco pieno di industrie (Samsung, Honda, Sony, Philips, Coca Cola), regina brasiliana nell’esportazione di caucciù, legnami e cacao, una metropoli sudata, caotica, a tratti sporca e pericolosa per il traffico della droga, il passaggio dei contrabbandieri e le puntuali rivolte nelle sue carceri, dolorosa e sfortunata e falcidiata di vite al tempo della pandemia, abitata comunque ancora da quasi due milioni di persone e da altrettanti condizionatori, appesi ovunque: nelle verande delle case, sulle facciate dei palazzoni, nelle bancarelle dei mercati galleggianti dove i contadini e i pescatori impilano torri di frutta o sviscerano a mani nude gli enormi pescioni ormai inermi, all’entrata di ogni bar, supermercato, ufficio pubblico, dentro ogni chiesa, dentro ogni macchina. Manaus pompa la sua aria calda in questi impianti e la rigetta fuori promettendo per qualche ora, per qualche passo, un fresco sollievo.
Mi manca ancora il respiro al suo ricordo, a ripensare alle faticose camminate tra le sue strade, i suoi mercati, il suo lungofiume. Una bolla gigantesca di umidità, ovunque. Tra i viali dei grattacieli moderni, nei parchi urbani, nei quartieri con le palafitte in lamiera che si affacciano sugli igarapès, i pittoreschi canali che si insinuano nelle anse del fiume, nelle collinette ricoperte di favelas, nel suo immenso stadio ultramoderno costruito per la coppa del mondo del 2014, al vecchio porto fluviale.

Che posto il porto di Manaus… indimenticabile: ti sistemi sulle sue banchine in bermuda, cappellaccio e con borraccia d’acqua al seguito e aspetti. Aspetti il tramonto in genere quando attraccano lì le pittoresche navi passeggeri (?) che arrivano da Iquitos e Leticia, da Perù e Colombia, oppure che partono verso la foce di Belèm, l’altra grande sorella dell’Amazzonia brasiliana.

Sopra il porto e fuori sul fiume agglomerati di baraccopoli osservano la scena, più lontano file di grattacieli moderni danno l’illusione di vivere ancora tra gli agi dell’età del caucciù.


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