Un porto unico al mondo
Il porto fluviale di Manaus è così tipico e unico grazie ai suoi battelli.
Si tratta di battelli da film d’avventura, in genere bianchi, con le balaustre dei tre ponti verniciate di verde, rosso, azzurro, con scritti sulle fiancate i loro nomi nobili, religiosi, coraggiosi. Ti fanno pensare a scene viste nei capolavori della selva del regista Herzog (“Aguirre furore di Dio” e “Fitzcarraldo”) ma soprattutto ti permettono di osservare una galleria di facce uniche al mondo: quelle dei pendolari brasiliani, contadini, pescatori, studenti, donne che vanno al mercato, faccendieri che si spostano fra le sponde di Manaus o che visitano altre città, gente abituata a prenderli ogni giorno da una vita, per una o cento fermate, per muoversi, viaggiare, commerciare, incontrare amici e parenti sul grande fiume.

Ecco, loro sono integrati. Fanno parte del quadro, sia se trasportano caschi di banane, ruspanti galline, sacchi di soia, maiali, neonati, valigioni di cartone. Si vede subito che hanno una specie di confidenza naturale col fiume, ridono, bevono casse di cachaca, scherzano, giocano per ore a carte, si scambiano le merci e le informazioni, ricominciano a viaggiare come se nulla fosse.
E poi vedi gli altri, il prototipo dei turisti d’avventura, in prevalenza americani e nord europei con l’aria smarrita, coi loro fisici alti e biondi, coi volti scavati dalla fatica e la fatica sul Rio delle Amazzoni si chiama caldo, notti insonni, amache scomodissime, sciami di mosquitos, litri, anzi ettolitri di sudore, pasti frugali (riso, fagioli, polentina di manioca, pesce povero di fiume, frutta), vestiti sporchi, senso di estraniamento: quando arrivo? dove arrivo? che sarò diventato alla fine del lungo viaggio?

Questi ragazzi scendono dalle navi spossati, si muovono come fantasmi, subiscono gli assalti di venditori di street food, di donnine disponibili, di agenzie turistiche che almeno per una notte li vogliono far mangiare e riposare per bene. Alcuni di loro ci fanno davvero impressione, pensiamo che non ce la faranno mai a raggiungere la prossima tappa ma poi vediamo che con le ultime energie fisiche, magari con in fondo agli occhi la promessa di viste uniche al mondo, il villaggio sperduto nella selva, i bambini sulle canoe, le ragazze che lavano i panni nel fiume, i tramonti incredibili, i versi degli animali, il manto fitto di foresta, la striscia d’acqua infinita, gli episodi di vita reale che vivranno, i racconti serali, le amicizie improvvisate, eccoli che sistemeranno ancora una volta la loro amaca sul ponte centrale, schiveranno casse di frutti e merci di vario tipo e marinai brasiliani sdraiati sui ponti e continueranno…

Continueranno il viaggio, l’avventura, la missione di arrivare alla fine del fiume. Con cinque chili in meno probabilmente, con qualche puntura d’insetto, nausea da dondolìo, stanchezza atavica, bisogno assoluto di una doccia, ma sicuramente con un bagaglio di ricche e insolite esperienze in più. Si sono messi alla prova e in qualche modo se la sono cavata. Ho sentimenti diversi per loro: mi fanno tenerezza ma provo anche una sottile invidia per il loro viaggio eroico.
Dalla coppia di fidanzatini di Manaus che abbiamo conosciuto in un centro commerciale, uno di quelli in cui ti ripari volentieri perché pieno del fresco dei condizionatori, memorizziamo volentieri (per un prossimo viaggio? chi lo sa…) le principali cose che vedranno questi viaggiatori nei circa sei giorni che separano Manaus da Belèm: innanzitutto il mondo-fiume, con la sua gente, le sue piante, la sua luce, il sole bollente di giorno, la brezza provvidenziale delle notti, la magia delle albe; le sponde con porticcioli, mercatini, villaggi di venti capanne, il saluto con le altre barche, le altre canoe; il paradiso equatoriale di Alter do Chao, raggiungibile in bus da Santarem, con le escursioni in canoa dentro la foresta o il relax sulle sue spiagge bianche e le nuotate in acque trasparenti; Santarem stessa, cittadina vivace, con le sue belle spiagge fluviali e il suo destino legato ai traffici portati dal fiume; le deviazioni favolose nelle riserve ecologiche dei laghi Janauacà e Janauari con le sue ninfe giganti, o tra le 400 isolette del Parco Nazionale Anavilhanas; il fortino di Tocantins, e siamo già nell’immenso estuario.

Infine la capitale dello stato del Parà, la torrida Belèm, animata ogni giorno dall’arrivo e dalla partenza delle navi che ospitano questa galleria di varia umanità, resa attraente dai parecchi palazzi in stile liberty, costruiti negli anni d’oro del commercio d’esportazione verso l’Europa di legnami e caucciù.
In genere il viaggio sul Rio delle Amazzoni finisce qui, nella zona portuale, in faccia al mare, entrando nella bellissima cattedrale per ringraziare dio di avercela fatta senza problemi, senza furti, senza malattie, facendo una scorpacciata al mercato alimentare di Ver-o-Peso che mette in mostra anche l’artigianato indio e le mille erbe e pozioni medicinali nate nella foresta e divertendosi in uno dei numerosi locali della Estacao das Docas, esempio di bel recupero di archeologia industriale.
Salutiamo i fidanzatini locali che un attimo prima della nostra partenza sul fiume ci svelano anche l’ultimo segreto di Manaus: la gomma fu l’inizio della sua fortuna, ma anche del suo dolore (gli indios resi schiavi e prigionieri dalle compagnie straniere per estrarre il caucciù dalla foresta…) e della sua decadenza (un astuto inglese di nome Wickham nel 1910 riuscì a trafugare 70.000 semi di caucciù nascondendoli in un carico di banane e portandoli fino a Ceylon e in Malesia, consegnando a Manaus il declino dopo tanto splendore, perché le organizzate ed efficienti piantagioni britanniche sparse ad Oriente fecero crollare il prezzo mondiale della gomma …). Carlo e Maria ci tratteggiano anche la figura eroica di Chico Mendes, leader sindacale dei raccoglitori di caucciù, coscienza ambientalista della regione più orientale dell’Amazzonia, la terra dura e senza legge dell’Acre, dove venne ucciso da due latifondisti, suoi nemici giurati, in una notte poco prima del Natale del 1988. Se il tema Amazzonia ha scosso le coscienze nel mondo si deve molto a questo piccolo e coraggioso uomo.

(foto di Chico Mendes che incide l’albero della gomma – presa da wikipedia)
Non avremmo mai detto in una luna di miele di spiagge da cartolina, musiche trascinanti, cascate impetuose, churrascos senza paragone mondiale, bellezze architettoniche coloniali, escursioni in jeep su montagne di sabbia, in canoa o piedi nella selva, di conoscere anche queste particolari storie del Brasile più profondo. E’ proprio vero che grazie al contatto coi locali un paese si conosce e si ama ancora di più. Ricorderemo gli occhi sinceri e i tratti indios di questi due ragazzi che in due giorni di Manaus ci hanno dato tutto, consigli, storie, ospitalità, gentilezza. Oltre che una saporita cena nel loro appartamento dotato di ben quattro condizionatori!!
Il grande fiume
Lo hanno chiamato Rio delle Amazzoni dal nome delle donne guerriere che i conquistadores spagnoli intorno al 1540 ritennero di aver visto sbucare fuori dalle impenetrabili foreste, col seno destro reciso, per impugnare meglio l’arco! Erano i tempi della ricerca della leggendaria Eldorado e gli avventurieri guidati da Francisco de Orellana lasciarono in eredità ai posteri quella storia fantastica delle feroci e selvagge amazzoni. Ma ancora prima fu l’italiano Amerigo Vespucci a navigare il corso d’acqua fino alla sua foce, nel 1499.
Il Rio delle Amazzoni è soprattutto una cosa coi suoi 7.000 km, il fiume più lungo del mondo, un nastro di argento e di bronzo che si insinua nel cuore del Brasile. Nasce dal Nevado Mismi, sulle Ande di Arequipa, a 5.700 metri di altezza e a 160 km dal mitico Lago Titicaca e sfocia nell’Oceano Atlantico con un immenso estuario ampio 240 km dopo aver attraversato col suo percorso tortuoso come il corpo di un serpente a tratti, e possente come un’autostrada dell’acqua in altri momenti del suo lento e maestoso scorrere (basti pensare che da Manaus a Belèm non esiste un ponte che lo attraversi per quanto è largo), i paesi del Perù, della Colombia e soprattutto del Brasile. In realtà il suo bacino e i suoi 10.000 piccoli e grandi affluenti toccano anche Ecuador, Bolivia, Venezuela le Guyanas e il Suriname, in pratica mezza America Latina.

La terraferma in questa regione enorme spesso allagata dal fiume e dalle violente piogge tropicali è ricoperta dalle foreste di vàrzea, un ecosistema unico al mondo che ospita milioni di piante e di liane che cercano la luce arrampicandosi sui tronchi degli alberi più alti, anaconda stupefacenti di 9 metri e 250 chili, branchi di piranhas dai dentini aguzzi, pericolosi caimani, lontre giganti, giaguari stupendi e sempre più vittime del bracconaggio, scimmie urlatrici, rane psichedeliche così dette per i loro sgargianti colori e mortali veleni, le grandi tarantole nere, le formiche tucandeiras capaci di paralizzarti con un morso, i mitici boto ovvero i delfini di acqua dolce, quelli si accoppiano con le femmine in riva al fiume (!), mille altre specie di pappagalli e tucani, di uccelli e di pesci, oltre che le ultime comunità di indigeni che riescono ancora a nascondersi e a sfuggire alla moderna e forzata civilizzazione nelle profondità più umide e verdi del Brasile.

Le comunità degli indios sono minacciate purtroppo dai disboscamenti che servono a creare allevamenti intensivi, dalla perdita di mercurio delle industrie che inquina le acque del fiume, dal taglio dei loro alberi millenari che viaggiano sulle chiatte e sui camion per qualche industria che li ha richiesti, sono messe in continuo e crescente pericolo dall’arrivo di avidi avventurieri, che cercano in questo inferno verde l’oro, il caucciù o chissà cosa. Sono violentate dal nastro di terra e asfalto della prepotente Transamazzonica voluta negli anni Settanta dal governo militare che per 2.000 chilometri taglia in due la foresta: doveva portare il progresso ma ha portato soprattutto la distruzione di 700.000 kmq di selva. E così le tribù si sono clamorosamente decimate negli ultimi anni purtroppo anche a causa del famigerato e violentissimo covid che ha imperversato nella selva, si sono rassegnate a perdere sempre di più i loro vecchi e i loro figli, la loro identità, i loro costumi, la loro lingua, la loro cultura.
Il compito principale del secondo governo socialista di Lula e del Ministro della cultura condotto dall’indipendente Marguerite Menezes sarà salvare questa pericolosa deriva, questo fatale abbandono.



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