L’ultima frontiera
I laghi. I laghi e i boschi. I laghi, i boschi di betulle e di abeti e le migliaia di isole.
L’azzurro e il verde, poeticamente alternati, all’infinito. Il 10% del territorio finlandese è occupato dai 190.000 laghi, addirittura il 75% dalle selvagge foreste. Sono più di 30 i Parchi nazionali protetti.
E più a nord la tundra, la landa immensa e spoglia, silenziosa, attraversata dal vento, coperta spesso dalla neve, con le magiche notti dell’aurora boreale e gli ultimi villaggi dei lapponi.

I lapponi sono molto ma molto diversi dagli scandinavi, meno biondi, meno atletici, meno alti. Coi tratti spesso orientali, a ricordare la frontiera russa che non è poi così lontana. Con la loro cultura misteriosa e la loro lingua ostica, durissima che sembra provenire dalle catene montuose degli Urali. Coi loro tratti caucasici, con le loro somiglianze coi mongoli, con gli eschimesi, con gli altri popoli ormai quasi scomparsi nelle gelate latitudini.
Con la loro religione basata su riti sciamanici, sull’adorazione della Madre Terra (per loro animali, piante e rocce hanno tutti un’anima) e anche sul mondo dei sogni.
Con la loro alimentazione e anche gli abiti, e le coperte e gli utensili e i souvenir basati sulle loro insostituibili amiche, le renne.


Un po’ nomadi, un po’ pescatori e soprattutto pastori sono i lapponi, che sanno tutto di pelli e casacche, di mirtilli e rododendri, di trote e salmoni, di lepri e di anatre, di castori e di scoiattoli, di pernici e di volpi artiche, di foche, di alci e di orsi bruni, che conoscono tanti tipi di acquavite, di funghi, di radici e di cani da slitta.
Che chiedono ancora ai parenti della fidanzata prescelta il permesso di corteggiarla.
Che prima di costruirsi la loro capanna coi tronchi di legno devono lavorare per un anno almeno con la famiglia dell’amata, per meritarsela, fino in fondo.
La Lapponia sembra l’ultima frontiera, il vero confine settentrionale dell’Europa, poi arriva il Mar Artico, i grandi ghiacci, il nulla assoluto, il freddo assoluto, il grande buio o la grande luce.

E i lapponi hanno vissuto sempre in questa natura estrema, legati ad essa in modo ancestrale, pronti a camminarci, a navigarci, a cacciarci.
A conoscere ogni raro fiore che vi sboccia, a sopravvivere a ogni bianca, lunga e furiosa tormenta.
A percorrere chilometri tra selve, laghi e paludi, allevatori in movimento dietro le fedeli renne che tutto gli danno, la carne, il latte, la lana e anche la compagnia.
Le renne quasi sempre sono il loro più atteso regalo di compleanno: ogni anno, una renna in più.
Carattere lappone
Enzo Biagi in “Scandinavia” li ritrasse così:
“Io pensavo agli eredi di Jack London, che venivano qui sfidare se stessi e il Fato, pensavo a quanto poco basta per vivere, ai piccoli lapponi che non hanno il senso dell’autorità, né quello della ricchezza; e alla civiltà che ha ridotto molti di loro, come i Sioux o gli Cheyenne, al ruolo folcloristico di venditori di souvenirs, costretti a vestirsi in maschera, a recitare una parte, quella del Buon Selvaggio, per i turisti in cerca di esotico”.

Ecco forse per questo ci ho parlato poco con loro, per lasciarli alla loro discrezione, alle loro usanze, per rispettare la loro timidezza, per non “rubargli” l’anima con uno scatto, con una posa.
Ho preferito avvicinarmi e basta nella loro terra, osservarli quasi di nascosto e con rispetto, intuire le loro vite, ma appunto lasciarli tranquilli e innocenti nel loro mondo solitario e silenzioso.
Facendo il tifo affinché non cedano alla modernità che purtroppo molto spesso, come agli antipodi australiani di Ayers Rock, significa il contatto coi vizi, coi soldi, con le bottiglie, con le malattie da cui non saprebbero mai difendersi.
Li invidio quasi, così lontani da ogni vanità del mondo.
Contenti delle loro aurore e basta.

Quel mondo che percepiscono solo nei passaggi nelle loro due “metropoli”, Inari e Rovaniemi, visitate raramente per i commerci (sono abili produttori di coltelli e di perfette tazze tondeggianti di legno, le Kutksa) o per le grandi feste o per il saluto a Babbo Natale. Quel mondo esterno che hanno imparato a temere, soprattutto per colpa dell’arrivo dell’alcool nelle loro sperdute comunità o quando la tragedia di Chernobyl depositò le scorie sui licheni, il cibo preferito delle renne.
La vita quotidiana
La Lapponia si salva se resta così, mi sembra ovvio. E con lei i suoi 100.000 abitanti scarsi, i piccoli Sami, sparpagliati nel nord della Finlandia, della Norvegia e della Svezia.
Sono pochi quelli che vivono ancora nelle tende, chiamate Kota, col fuoco al centro, simbolo di calore domestico e di aggregazione, e le panche in legno rivestite di pellicce, dove si ritrovano a mangiare e a parlare. Li trovi piuttosto in villaggi semplici, in avamposti quasi, dove conducono una vita frugale, dove spezzano il cielo grigio e la monotonia della tundra con le loro tuniche dal colore rosso (simbolo del sole e del fuoco) e blu (simbolo dell’acqua e della luna), seguendo ancora con amore e pazienza gli allevamenti di renne per alcuni mesi l’anno. Questa vita se la sceglie il 10% della popolazione lappone, il resto si dedica alla pesca, ai piccoli commerci e si è convertito in qualche modo al turismo.

So che sanno anche divertirsi, con le corse in motoslitta, con le gare di renne, con le feste e i canti intorno a qualche grande fuoco. Gli piacciono i racconti orali, le storie, soprattutto quella che narra di una costellazione delle renne che segue il loro destino dal cielo.
Alle donne piace essere eleganti nelle feste e nelle cerimonie e sul costume tipico, il Gakti, indossano volentieri gioielli d’argento e sciarpe di seta. Spesso colori e monili significano l’appartenenza a una famiglia, a una comunità. La renna ritorna ancora come in mille altri momenti della vita quotidiana per vestirli, nei loro pellicciotti, nei loro mocassini e stivaletti pelosi che tengono i piedi al caldo.
Non è una terra lontana, fredda e inospitale la Lapponia. Sembra solo così.
Per loro è il posto più bello e più libero del mondo.
Tanto che a Kautokeino hanno pubblicato il loro primo giornale, hanno costruito scuola e college, un teatro, hanno avviato una radio, una casa editrice e discografica, hanno elevato un museo al folklore con bandiera locale e hanno pure pensato – come poteva mancare …? a tirar su la scuola dell’allevamento della renna! Nel Festival di Pasqua a Kautokeino si celebrano la maggior parte dei matrimoni e dei battesimi mentre nelle taverne di Kautokeino nelle notti estive li senti cantare a cappella il loro inno. A difesa dell’orgogliosa identità, l’ultima e unica identità indigena d’Europa.
Un’identità che si racconta tutta in un esempio: i lapponi conoscono oltre 400 parole per definire le renne e la neve. Vi sembra poco?



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