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È qui la Festa!

Febbre azzurra

Febbre azzurra

“Ci devo andare…”

Le prime immagini di un trionfo annunciato arrivano dagli schermi delle tv, dalle pagine dei giornali e dagli infiniti post e meme sui social network già da gennaio: una città colorata d’azzurro, ovunque striscioni e bandiere, murales e caroselli, allegria e follia.

“Ci devo proprio andare…”

Perché è la città caotica più bella del mondo e perché il sud del mondo, semplice, disordinato, creativo, coi suoi splendori, coi suoi problemi, con la sua arte di arrangiarsi, mi ha sempre attratto, perché Napoli in fondo l’ho rivista un po’ a Lisbona, ad Atene, a Istanbul, a Tangeri, a Salvador de Bahia e mi piace da morire quel senso di provvisorietà, quella stupefacente riserva di energia, quel certo tipo di calore e colore umano.

“Ci devo assolutamente andare…”

Dove sarà mai il tempio di Diego? Dove cominciano e dove finiscono i km di nastri azzurri appesi ai balconi dei quartieri più popolari? Dove si fotografano le sagome ad altezza naturale dei calciatori del terzo miracolo sotto il Vesuvio?

Approfitto allora di una trasferta di lavoro legata a una famosa fiera turistica e del gentilissimo invito del mio amico Luca che di Napoli conosce ogni angolo, ogni vicolo, ogni umore.

Ci devo assolutamente andare

Quello che segue è un piccolo viaggio per immagini, è il libero vagare nel cuore bollente della nostra capitale del Sud, il tentativo di fissare nella memoria un pizzico della follia che ha attraversato le vie della città in questi lunghi ed entusiasmanti mesi.

Perché una cosa è certa, benché io sia tifoso di una forte squadra rivale, non posso negare che uno scudetto al Napoli rappresenti qualcosa di più, sia uno speciale evento di massa e di popolo, diventi fenomeno folkloristico e insieme sociologico.

E quindi si merita un bel week end a piedi, casuale, fantasioso, scombinato, come lo è questa meravigliosa città. Perché se è vero che il genio è spesso sregolatezza, è ancora di più vero che il genio stavolta ha centrato una grande vittoria.

il libero vagare nel cuore bollente della nostra capitale del Sud

Inni e Fame

Saro’ con Te e Tu non devi mollare, abbiamo un sogno nel cuore, Napoli torna campione”

L’appello dei tifosi e di tutto un popolo è stato chiaro fin dall’inizio di questo pazzesco campionato di calcio 2022/2023. La gente si è unita tantissimo alla squadra di Spalletti e la squadra nello stesso modo viscerale alla città, ai vicoli, agli istinti, alla pancia e alla fame della città.

Fame non è una parola casuale: quando non si vince sempre come fa la Juve o come spesso accade a Milano, l’attesa è diversa, spasmodica e la passione diventa contagio. Fame ce l’hanno avuta davvero tutti a Napoli, a partire dai campioni stranieri che non sono venuti dalle solite progredite nazioni calcistiche ma da territori quasi estranei alla ribalta mediatica sportiva: la Nigeria, la Georgia, la Corea del Sud, la Slovacchia, il Portogallo, la Macedonia, la Polonia, il Kossovo, il Messico, il Camerun! Io credo davvero che il primo segreto sia stato questo, l’aver riunito tanti campioni con una fame assurda di glorie e vittorie, quelli che con una serie infinita di scatti, di gol e di magie hanno permesso ai napoletani di cantare con grande anticipo “Malatì, malatì…” e “E se ne va, la capolista se ne va…!”.

Il Pantheon di Napoli

Lasciata la macchina nel comodo parcheggio della Stazione Marittima comincia il pellegrinaggio per le vie azzurre. Luca è bravissimo, prima del tour calcistico ci regala quello turistico e gastronomico, ci fa passare per il Maschio Angioino, l’enorme Piazza Plebiscito con l’elegante Galleria, poi imbocca sicuro Via Toledo e cominciamo ad avvicinarci al ventre di Napoli, gli storici Quartieri Spagnoli. Fra frittatine di pasta, pizza margherita servita a libretto, sfogliatelle e babà dal sapore unico eccoci giungere nella vera anima della città, nel suo cuore popolare e pulsante.

gli storici Quartieri Spagnoli

Notiamo subito una cosa, commovente: che oltre a celebrare con graffiti e striscioni i moderni campioni del terzo Scudetto il popolo di Napoli ha messo in scena nelle sue strade più antiche tutto l’amore per altri tipi di eroi, quelli che hanno fatto grande la città nel cinema, nella musica, nel teatro, nella comicità, nella letteratura, nella filosofia di vita più genuina e autentica che esiste. E quindi mischiati ai nastri azzurri, ai fumogeni azzurri, alle maglie azzurre, ai muri dipinti di azzurro ecco che appaiono loro, Totò che si mangia gli spaghetti con le mani, Eduardo De Filippo, una giovanissima Sofia Loren, un saggio e ironico Luciano De Crescenzo, una cornice con dentro Bud Spencer, un graffito dove Massimo Troisi e Pino Daniele ti guardano col loro sorriso che provoca tanta mancanza e tanta malinconia.

 una giovanissima Sofia Loren, un saggio e ironico Luciano De Crescenzo

Fra piante di basilico, corone di peperoncini, edicole con madonne, usci di bar e osterie, altarini improvvisati in mezzo alla strada il pantheon caro ai napoletani sopravvive intatto. Forte e intatto.

Sono gli artisti di Napoli, le sue anime belle. Quelle che hanno eternato la città partenopea con una semplice canzone, con una smorfia, una risata, una massima filosofica o una semplice scazzottata.

Sono gli eroi che nessuno dimentica, rimasti per sempre nel cuore e nel vissuto della gente.

Nei quartieri spagnoli

in mezzo ai Quartieri Spagnoli nel 2012 è stata aperta la stazione della Metro di Toledo

L’origine del termine risale agli accampamenti, alle guarnigioni militari dei soldati spagnoli del Vicere Pedro de Toledo che qui vivevano nel corso del XIV secolo col preciso compito di sopprimere le eventuali rivolte dei napoletani. Sono tutti in salita, fino al Castel Sant’Elmo, dove viveva appunto il Vicerè. Hanno occupato le aree urbane di Montecalvario e in parte di San Ferdinando e dell’Avvocata e in questo reticolo di stradine hanno sempre proliferato i vizi del gioco d’azzardo e le piaghe della prostituzione e della piccola criminalità, tutte nate intorno alle esigenze e alle prepotenze delle truppe occupanti. Nei Quartieri la vita è stata spesso condotta ai margini della legalità e la stessa economia è stata per secoli il trionfo dell’illegale, tra storie di contrabbando, di scippi in motorino e di altri traffici non proprio puliti.

Fino a che proprio in mezzo ai Quartieri Spagnoli nel 2012 è stata aperta la stazione della Metro di Toledo, quella coi bellissimi mosaici (ovviamente azzurri) che fanno pensare al mare del Golfo, quella che ha portato dentro il centro storico e umile di Napoli il turismo, le trattorie tipiche, le botteghe artigiane, proprio accanto ai Bassi, quei piccoli vani aperti sul pianterreno dove vivevano e vivono ancora 15.000 persone di famiglie popolari, proletarie, immigrati, oppure sarti, calzolai, gente che se la cava vendendo frutta, verdura o quello che capita. La magia dei Quartieri è tutta qui, nella sua atmosfera intrisa di episodi unici di folklore: le edicole votive, i panni stesi tra un balcone e l’altro, le cucine in pratica in mezzo alla strada, così come le tv che trasmettono le fiction girate a Napoli (“Mare Fuori”, “Gomorra”, “I bastardi di Pizzofalcone”), il vociare dei bambini, le pallonate sulle serrande, le famiglie intere sistemate su un motorino, il colore dei mercati come quello della Pignasecca, le onnipresenti melodie napoletane!!

C’è chi ci arriva anche nei Quartieri con una grande e tenera speranza: quella di diventare Madre dopo essersi seduta sulla sedia della fertilità nella chiesetta di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe.

Dai Quartieri comincia (o finisce, a seconda del verso) Spaccanapoli, il lungo decumano romano che taglia la città e che porta a scoprire altre meraviglie, chiese, palazzi nobiliari, oratori, cortili, giardini segreti, capolavori come il Cristo Velato e o come i presepi di San Gregorio Armeno. Ma noi abbiamo in mente un’altra metà nel nostro libero vagare…

Il tempio di D10s

Lo sappiamo tutti chi è D10s, scritto proprio così, col dieci in mezzo

Lo sappiamo tutti chi è D10s, scritto proprio così, col dieci in mezzo. E’ il primo calciatore che ha fatto conoscere Napoli al mondo intero. E’ il piede sinistro e la mano di Dios, quella passata alla storia nella partita con l’Inghilterra. E’ il calciatore più geniale, irriverente, scomodo e rivoluzionario degli ultimi 50 anni. E’, anzi purtroppo è stato, anche un uomo capriccioso e debole, generoso e ingenuo, innamorato folle di Napoli, dei suoi vicoli e del suo popolo. E’ stato quello per cui ogni vittoria era un riscatto, dal suo passato di Peòn, di ragazzino povero cresciuto nel quartiere della Boca a Buenos Aires, di calciatore inviso ai poteri forti della Fifa, di star avvicinata in modo pericoloso da alcuni boss della città.

L’amore fra Diego Armando Maradona e Napoli non poteva essere una storia normale: è stata una specie di marea, lunga, torbida, dolcissima, è stata una specie di eruzione del Vesuvio che ormai dorme da secoli, violenta e sfavillante come quella che distrusse Pompei. Un amore che ha lasciato segni, ferite, storie, aneddoti, scandali, nostalgie, dediche. E un tempio. Si proprio un tempio. Nel cuore dei Quartieri Spagnoli, in una piccola piazza dove si mescolano incredibilmente il mito e il popolo, il sacro e il profano. E devo dire che ho sentito un brivido quando ci sono arrivato.

Questo tempio laico dedicato al Pibe de Oro, all’amico e al divo Diego, si sviluppa nello slargo di Via De Deo proprio in mezzo ai Quartieri Spagnoli, quelle vie dove il cuore di Napoli e per il Napoli batte più forte, là nella pancia dove questa città nel bene e nel male stupisce sempre, seduce, cattura, avvicina e allontana. L’icona del tempio è un gigantesco murale dipinto sulla facciata di un anonimo palazzo nel 1990, autore Mario Milardi, un ragazzo dei Quartieri. Divertente la storiella per cui l’inquilino dell’appartamento con la finestra con sopra dipinto il volto del campione non possa mai aprirla quella finestra, pena i rimbrotti della gente di strada, lo sfregio dell’opera e l’offesa al più grande numero 10 che abbia mai giocato sull’erba del malridotto stadio che oggi ovviamente porta il suo nome.

Là sotto il tempio ha preso forma, si è sviluppato, è cresciuto in termini di frequentazione e di adorazione, sciarpa dopo sciarpa, graffito dopo graffito, omaggio dopo omaggio.

Ecco la poesia, la foto indimenticabile, le riproduzioni disegnate dei suoi gol più famosi, ecco le candele, i fiori, gli altarini, l’effige di Maradona mischiata a quella di San Gennaro o di Che Guevara.

E sui muri della piazza la compagnia degli altri idoli calcistici della città, quelli che hanno lasciato un ricordo solo positivo (Higuain non c’è per esempio…), quelli che sono arrivati a un passo dal cielo, la penultima generazione che specie con Sarri allenatore ha sognato di riportare lo scudetto a Napoli e ai napoletani: Hamsik, Mertens, Insigne… per ognuno di loro una grande parete colorata, un omaggio eterno e riconoscente. Un modo di dirgli: sappiamo che un pezzo di scudetto è anche vostro, grazie!

le riproduzioni disegnate dei suoi gol più famosi, ecco le candele, i fiori, gli altarini,
lo scudetto a Napoli e ai napoletani: Hamsik, Mertens, Insigne

Davanti al tempio la calca, le famiglie che portano il figlio a farsi la foto davanti al qr code che riproduce il calco del magico piede sinistro di Maradona, i turisti che vogliono una foto ricordo di questa prova d’amore unica al mondo, gli ambulanti che sbarcano il lunario vedendo magliette e gadgets azzurri, i calzini da calcio con scritto Osimhen o anche l’impronunciabile Kvaratskhelia, la maschera da zorro con cui il formidabile nigeriano ha superato la sua operazione al naso, i dolcetti al cioccolato con la glassa che riproduce la sua parrucca bionda. Tutto e di tutto, il curioso, il simpatico, il trash assoluto.

farsi la foto davanti al qr code che riproduce il calco del magico piede sinistro di Maradona

E non basta.

Perché vicino al murales ci sono tutti i giocatori del Napoli ritratti in alte sagome di cartone e ti diverti a dribblarli tu stavolta. Perché vicino all’altare passa un asino imbandierato, un motorino con tre occupanti che portano sulle spalle la bara degli squadroni di calcio del nord, trovi i baracchini di frattaglie e limonata con le foto dei giocatori e gli ennesimi santini di Diego.

Arte, caos, fantasia. Delirio, spontaneità, rivoluzione. Tanta emozione.

Voci che urlano dalle finestre, litanie africane “Osimhen… ha segnato, ha segnato Osimhen…”, il profumo del caffè e della pizza più buoni del mondo e dietro il grande murale mentre ti appresti a scendere di nuovo verso il mare, spunta la sagoma del Vesuvio.

I tifosi napoletani sono stati fantastici nel rivoltare l’odioso insulto ricevuto da tante curve nell’ultimo coro, il più ironico: “Vesuvio erutta, tutta Napoli è distrutta”.

Si è proprio così, una grande e infinita eruzione d’amore, come una discesa di lava incandescente che parte dal mito di Maradona e arriva fino all’ultimo scudetto. Donando alla città nuova fama e nuove possibilità. D’altronde anche Pino Daniele lo aveva cantato, “Napule è” e Troisi lo aveva predetto, “Ricomincio da Tre”!

Troisi lo aveva predetto, “Ricomincio da Tre”

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