Il diario ritrovato

Mi ero rassegnato.
Rimettendo a posto libri, guide e diapositive del Marocco la mia inseparabile e affezionatissima moleskine non era saltata fuori. Invece da un ripiano un po’ più alto della libreria eccola spuntare un giorno da dietro un libro fotografico sui deserti, impolverata quasi della stesa sabbia del viaggio, con qualche pagina stropicciata, ma assolutamente intatta e vitale.
Che sorriso che ho fatto quando l’ho riaperta e ho riscoperto quegli appunti scritti in diretta, quando quelle sensazioni forti del viaggio mi hanno di nuovo fatto compagnia.
Ormai i pezzi del reportage “Marocco on the road” erano belli che scritti, sia quelli dedicati alle città imperiali che gli altri con oggetto la via delle kasbah e l’incontro col Sahara ma mi sono reso conto in un attimo che l’insieme di frasi e ricordi racchiusi in quel quadernino avevano ancora un senso e allora ho deciso di ricopiare qui di seguito alcuni suoi frammenti, per sentire definitivamente sulla pelle, così sincera, così vibrante, l’essenza di quella avventura nordafricana.
Fès tra storia e bambini
“Fès insieme a Marrakech è la città più bella Marocco, di sicuro la più antica, colta, ricca e araba del paese. Per molti è l”Atene d’Africa”, uno scrigno d’arte, la prima idea dell’Oriente misterioso e disordinato, delle favole delle Mille e una Notte”. Posta all’incrocio delle vie carovaniere e scelta come capitale da vari sultani è la città che ha visto tutto, ha visto fiorire nei suoi palazzi, nei suoi vicoli, nelle sue moschee e nei suoi suk ogni tipo di commercio e di arte, la vita spirituale e religiosa, gli harem e le corporazioni di artigiani. Oggi in certi quartieri, in certi mestieri, è l’unica città al mondo organizzata secondo modelli medievali, in certi sguardi antichi di uomini e donne mi ha ricordato il mercato delle streghe di La Paz, in Bolivia”.

“Di Fès colpisce subito una cosa, la divisione netta delle sue aree urbane: in basso la ville nouvelle coi suoi verdi viali, gli alberghi eleganti, i ristoranti di lusso, il gusto di vita alla francese, e in alto, caoticamente ammucchiate, le tante medine coi loro vicoli, la vita e la cultura dei berberi che va in scena coi suoi mestieri e le sue tradizioni. Sono due mondi completamente differenti…”
“I primi passi nella medina di El Jadid sono già incerti perché subito dopo la piazza del Palazzo Reale con le sue porte dorate comincia un mondo misterioso, un labirinto sporco e affascinante di mura screpolate, cortili, minareti, botteghe, merci, odori forti e mille ragazzini che ti avvistano, ti seguono, ti vogliono accompagnare per una manciata di dirham… a un certo punto sembra che sono tutti intorno a te, discoli innocenti come banditelli di strada, curiosi o insidiosi, non si sa, è difficile distinguere, scegliere, e sembra che loro si divertano nel confonderti, per farti perdere la strada, per schernirti e cedere ovviamente all’idea di essere guidati dentro il cuore confusionario di Fès”.
Il giorno dei sultani

“Poi arriva Il Giorno dei Sultani, quello dove ti abbandoni agli ozi, ai vizi, alle spese, al godimento sensoriale ed estetico. Grazie anche alla guida di un ragazzo, appunto. Prima il pranzo, in un ristorante tipico, proprio vicino al suk dei tintori. Sono belle queste sorprese di Fès, all’improvviso fra le stradine strette, afose e puzzolenti si aprono degli spazi intimi, profumati e freschi, come delle piccole oasi. Non dimentichi il fatto che alla cultura araba appartengano i patios, i giardini, i giochi d’acqua di vasche e fontanelle e procedi alla scoperta di mederse, di residenze, di musei, di taverne”.
“Nel ristorantino oltre ad essere edotti che le migliori ricette marocchine provengono dalle cucine della corte imperiale di Fès e che bisogna sedersi con le gambe incrociate davanti a un tappeto o a una stuoia, prendendo i cibi con la mano destra lavata in acqua di rose (perché la sinistra è impura per Allah!) ci dedichiamo a divorare cento antipasti, spiedini, salsette, dolcetti e all’invito di Nahib non abbiamo saputo resistere e ci siamo sentiti davvero dei sultani: “Adesso sdraiatevi, fino alle tre del pomeriggio Fès dorme, dormiamo anche noi”. Non ci è sembrato vero, dopo ore nel suk ci siamo stesi, stiracchiati, rivoltati su degli enormi e comodi cuscini, con un ventilatore e la musichetta araba che facilitavano il sonno e per una mezz’ora abbiamo toccato il paradiso. Per i sultani poi c’è stato il the alla menta e un arrivederci celebrato con un cous cous alla cannella e al melone bianco. Nahib ci consiglia addirittura di esprimere la nostra soddisfazione con un paio di ruttini, che pare siano un segno di gradimento da queste parti, ma l’eleganza dei sultani non ce lo permette!”

Il rito del tappeto
“Seconda tappa l’esperienza in negozio di tappeti. Anche quello del tappeto è un vero rituale per i marocchini. Il magazzino scelto da Nahib è molto accogliente, profuma di legno, ha soffitti alti da cui pendono, magnificamente srotolati, centinaia di tappetti rossi, gialli e blu, con mille disegni, ricami, stoffe. C’è un boss della vendita attorno al quale gira tutto, ti fa mettere comodo, ti offre il the, il narghilè, e comincia a parlare, a parlare, in una specie di esperanto commerciale e relazionale. Ecco che capisci a frammenti la storia dei tappeti, dei fili e insieme della sua famiglia, del suo villaggio, della sua comunità, delle povere donne che ci mettono tre mesi a creare un tappeto, dei berberi che col tappeto esprimono le loro fantasie, sogni e spiritualità, degli arabi che invece gli affidano un ruolo soprattutto artistico e delegante. Rieccoli i sultani!! Dopo un’oretta come per un miracolo maieutico tutto diventa chiaro: i tuoi gusti, le tue preferenze, i tuoi colori, la tua tenacia, pazienza e creatività nella trattativa, le tue reali possibilità di spese e l’ambiente di casa dove fatalmente sistemerai il tappeto acquistato. Alla fine tutti felici, occhi che ridono, di sicuro anche quelli di Nahib per la sua seconda mancia della giornata”

“Il giorno dei sultani prosegue scortati dal ragazzo nelle botteghe artigiane dei suoi amici, con la vista meravigliosa da alcune terrazze, con la conoscenza di tanti mestieri del popolo, di tanti altri sapori. Grazie a Nahib il suk di Fès si è vissuto in tranquillità e profondità, questo lo devo dire. La città vecchia si è animata e raccontata per noi, come il quartiere intorno alla magnifica Alhambra di Granada. L’unico disagio dei sultani è stato l’incrocio affollato da una ventina di asini vicino al mausoleo di Moulay Idris, il luogo sacro per tutte le corporazioni della Medina. Così sacro anche per gli asini evidentemente, visto che depositano etti di cacca sulla strada”.
Il luogo magico di Fès

“Un discorso a parte lo merita il suk storico di Fès, quello dei tintori. Dalla terrazza scelta da Nahib per farci osservare lo spettacolo si vedono scene di fatica umile, di spirito di gruppo, di colore incredibile. Solo nel cuore di Fès le pelli si lavorano e si tingono così, da millenni. Solo a Fès c’è questa spelonca di poveri artisti che in grande buca scavata nella città sudano da morire per preparare le borse e i sandali che da lì invaderanno le bancarelle di tutta Europa.”

“Il giorno dei sultani finisce col panorama dalle tombe dei sultani. Saliamo al tramonto ai sepolcri dei Merinidi, che riposano in tombe romantiche, isolate, in rovina, in alto su una collina di ulivi che è il miglior punto di osservazione della città. Saluti le torri, le mura, i minareti, i suk, le piazzette e le stradine per l’ultima volta, un sole rosso si posa su tutto. Riecheggia il canto lamentoso dei muezzin. Un sonno meritato aspetta i sultani”.


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