Il passaparola
Il tam-tam in genere comincia nei mesi invernali, quando l’Oceano Atlantico che schiuma sulle coste del Portogallo ruggisce più forte, quando la luce dura qualche ora in meno ma sembra più netta, più violenta, più tagliente, quando il vento oltre che freddo si fa implacabile.
Il tam-tam delle tribù del surf riecheggia sui siti specializzati, sulle chat di appassionati di whatsapp, sulle app inventate per sognare dietro le grandi onde e tra novembre e febbraio, statene pur certi, in qualche parte di Europa, ma anche di mondo, ci sono delle persone “perennemente” pronte… un manipolo di giovani con le facce sempre cotte dal sole che si chiamano, si cercano, si preparano, si eccitano, per quella che per molti di loro rappresenta l’avventura e l’attesa di una vita: cavalcare le onde alte del piccolo villaggio di pescatori di Nazarè, distante appena un’ora e mezza da Lisbona.

Nazarè e le onde
Qui la vita era e in verità è ancora molto semplice. Un’economia basata sulla pesca, le barche e le tende di tanti colori adagiate sulla riva del mare, del mare il grande fascino, il grande richiamo, perché si sa che se il Mediterraneo è un perenne eco di cultura l’Oceano diventa l’archetipo stesso dell’avventura.

A Nazarè tutto è sempre proseguito uguale, me la ricordo benissimo in quell’estate di tanti anni fa: l’uscita e il rientro delle barche appunto, le mani rugose dei pescatori che ansiosi ma pazienti aspettavano di vedere i pesci finiti nella rete, le trattorie che cucinavano sapientemente tutto quel ben di dio, e noi turisti di pochi lussi che finivamo le giornate di sole guardando le onde, gustando il pesce arrosto, le zuppe con gli enormi frutti di mare e bottiglie di gelido e profumato vinho branco.
La sera poi era divertente stare a Nazarè, entravi nei localini che suonavano musica rock o nelle taverne del languido fado, in base allo stato d’animo, all’ispirazione, e le bellezze latine e nordiche di entrambi i sessi completavano la scena.
Un bel posto, davvero. Un mosaico di sport e gioventù, un senso diffuso di libertà e felicità.
Poi è arrivato lui, il surf, o meglio la mitologia del surf, a “sconvolgere” la vita di una comunità abituata fino al 2011 solo al mare e al massimo al campo, perché questa parte di Portogallo è stata sempre un luogo semplice, di vita pura, naturale, quasi banale.
Ma in quell’anno un coraggioso e abile surfista proveniente dal Massachusetts e solito allenarsi nelle isole Hawaii, tale Garrett Mc Namara, osò sfidare un muro d’acqua di una trentina di metri e con esso l’ignoto, e Nazarè non fu mai più la stessa.


Le conseguenze di un’impresa sportiva
A bordo solo di una tavola che planava gagliarda e veloce (80 km orari) sulle onde, sì, ma quell’impresa (24 metri nel 2011, addirittura 30 nel 2013 in un nuovo record) equivalse nelle coscienze dei surfisti al superamento delle Colonne d’Ercole o di Capo Horn da parte degli antichi navigatori.

(foto di Mc Namara, il surfista che “inventò” Nazarè, oggi 58enne, tratta da wikipedia)
Accadde in pratica che la “Big Wave” fu domata come mai prima e che quindi il passaparola si sviluppò, irrefrenabile, continuo: vennero fin sulla spiaggia di Nazarè, come a una Mecca del surf estremo, i primi emuli, tutti pronti a inchinarsi davanti alla liturgia delle onde giganti e perfette che si scatenavano sulle le rive del borgo sperduto, tutti pronti a cercare la fortuna, la gloria e a non temere la morte.
Altra impresa la fece poi il brasiliano Koxa, capace di surfare suonando addirittura un violino: musica sulla schiuma bianca, musica nella tempesta, un altro indimenticabile episodio di culto.
Il paesino cambiò volto, rapidamente: tante barche e pescatori erano ancora la carta d’identità principale di Nazarè certo, ma intanto nascevano i bar dei surfisti, i negozi che mettevano in vendita i costumi e le tavole, gli occhiali e le creme da sole, e le birre più amate e i filmati più audaci dei surfisti, crebbero di numero le pensioncine adatte a ospitare anche nel gelido mese di gennaio i temerari di questo fantastico sport estremo. E in più arrivavano ogni inverno coi voli all’ultimo momento o a bordo dei loro pulmini-casa gruppetti di formidabili atleti, insieme ai fotografi, ai viaggiatori, ai semplici curiosi in cerca di un altrove emozionante, di un brivido insolito, di una vacanza diversa da Ibiza.
La seconda volta
Tornai anche io, col mio gruppetto scapigliato di amici.
Ci bastava vederle le grandi onde, ma era fine giugno, non arrivarono ai trenta metri vinti dal tedesco Sebastian Steudtner in un’altra eroica impresa del 2024, ma ci bastavano, eccome.
Perché eravamo là.
Perché potevamo fissarle, ammirarle.
Fermi sul promontorio, sul fortino, sotto il faro.
Ipnotizzati. Grati.
Ad ammirare la potenza primitiva della natura, non impressionante come nella foto di Luìs Ascenso riportata su wikipedia (vedi qui sotto, il forte di Sao Miguel nella Praia do Norte di Nazarè che sembra che stia per essere sommerso!) ma comunque degna, degnissima di un grande viaggio.

Proprio così, Nazarè nel Medioevo si raggiungeva come tappa di pellegrinaggi (e guarda caso il vicino santuario di Fatima ad appena 40 chilometri anche oggi ne richiama altri di viaggi religiosi) mentre nel turismo caotico e modaiolo degli anni 2000 si è conquistata la fama di meta di nicchia, tutto merito del vento, delle onde e del mare. E di un canyon subacqueo.
Il turismo oggi
La visita di Nazarè si divide idealmente in due parti: Praia è il quartiere moderno e turistico sul mare, dove si alloggia, dove si balla, dove si beve e dove si cena, Sitio invece è la parte più storica ed antica, situata come un premio più in alto.
Da qui si va verso il famoso faro sul promontorio che si affaccia sulla mitica e selvaggia Praia do Norte con una panoramica funicolare. Dal fortino che ospita una mostra perenne di tavole e video sul surf e che è diventato quindi negli ultimi anni il luogo di incontro più simbolico della costa portoghese si ammirano le altissime onde che nascono così alte e potenti per via della formazione geologica di un grande canyon subacqueo.
Là sotto nei flutti accade qualcosa, nel senso che le onde incontrano una grande frattura che le fa esplodere in alto, in un tripudio di schiuma fragorosa e bianca, riempiendo l’aria e gli occhi di chi guarda la scena di bellezza e paura allo stesso tempo. Quanto è potente e infinito il mare…
E allora oggi che un po’ nostalgico mi guardo indietro penso che ne è valsa davvero la pena di viaggiare in questo angolo di Portogallo che oltre tutto non regala solo la magia delle grandi onde ma anche la religiosità che investe Fatima, la poesia dei tetti, delle mura, delle piazzette e delle casette della bianca Obidos, i conventi, i palazzi storici e le atmosfere medievali di Alcobaca e Tomar, la bella vita universitaria di Coimbra, un gioiello d’arte e piena di tradizioni.

Tante sorprese di un paese meraviglioso, con l’Oceano guardiano delle emozioni, degli occhi e del cuore.



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