Gente di mare
Resistenza.
La resistenza di un’intera comunità.
La resistenza di poco più di 50.000 nativi contro le schermaglie della geopolitica degne di una partita a Risiko, contro gli appetiti economici delle grandi potenze, contro le invasioni militari di qualunque bandiera, contro la minaccia di veder deturpata per sempre la natura selvaggia dell’isola.
La resistenza, ecco cosa sta animando la gente di mare e di ghiaccio della Groenlandia in questo 2026.

Gli Inuit resistono a tutto restando gente molto semplice, per nulla avida, per nulla maliziosa.
Sono un popolo di pace, abituato da sempre a vivere di pesca e di caccia, fin dai tempi in cui migrarono nell’isola bianca dalle vuote steppe asiatiche.
Gli Inuit tutti i documentari e le guide antropologiche ce li descrivono come gente di mare, pacifica e silenziosa, che non sanno manco cosa sia una guerra, figuriamoci poi una guerra economica. Attenti a calare le reti nel punto giusto per tirare su valanghe di gamberetti (che surgelati arrivano fino in Italia) e branchi di merluzzi e di halibut sui quali si basa la fiorente industria ittica i cui proventi sfamano la maggior parte di loro, pronti a seguire le tracce delle foche, dei trichechi, degli orsi polari (che sono circa un terzo degli abitanti!), dei buoi muschiati, dei caribù e delle renne per procurarsi carne e pellicce, intrepidi anche nell’ultima caccia (concessa) alle balene e ai narvali. Una vita, la loro, comunque al gelo, nella solitudine artica, dove il sole manca per mesi, dove l’alcol e purtroppo il suicidio sono delle tentazioni in agguato, in mancanza del sole, della socialità, delle facilità.

Gli Inuit difendono orgogliosamente la loro cultura ancestrale dall’avanzata degli stili di vita occidentali, ma alcuni capisaldi come gli igloo sono in pratica ormai scomparsi, vengono utilizzati solo nella paziente attesa della caccia alla foca.
Come artigiani restano molto validi, riescono a costruire attrezzi e oggetti coi vari materiali naturali: gli arpioni di avorio o di corno per andare a caccia sul mare, vestiti di pelli pesanti per sfidare l’inverno, lame di pietra per gli usi domestici, guanti di pelle di foca e ovviamente modellini di slitte. Penso che si costruiscano da soli anche le barche, per mesi intrappolate nel ghiaccio.
Gli Inuit sono quasi disinteressati al concetto di proprietà privata che il Groenlandia è un bene collettivo, e tutto sommato, anche con l’aiuto dei più progrediti danesi, la sanità e l’istruzione in questo lembo di Grande Nord funzionano piuttosto bene; la loro religione è essenzialmente di tipo animista
e il principale dio invocato dalle donne-sciamano ha le sembianze di un tricheco; la loro dieta si basa soprattutto sul pesce, crudo come cotto, sulla selvaggina di renne, trichechi e pernici, la carne di balena e le bacche selvatiche; i giochi dei bambini sono semplici e all’aria aperta, le biciclette, gli slittini, i kayak; le musiche degli adolescenti sono il rap, il grunge, l’heavy metal, parole ribelli e ritmi decisi per sconfiggere la malinconia; tra i lavori degli Inuit, che provano a non essere solo cacciatori e pescatori o operai dell’industria ittica, stanno crescendo nuove professioni legate all’edilizia e al turismo (guide artiche, assistenti per le navi da crociera) mentre sono davvero pochi gli addetti all’agricoltura perché si basa solo su patate e foraggio, nei territori del sud.

Sulle miniere e sul petrolio che dire?
Ci sono due grandi miniere attive in Groenlandia, mentre nuovi posti di lavoro (opportunità per migliorare la vita dei nativi o una minaccia al loro ecosistema?) potrebbero arrivare dalle compagnie petrolifere visto che si stima che nel sottosuolo dell’isola artica ci sia il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas naturali…
Affetto e dintorni
Le famiglie Inuit non sono numerose ma si aiutano sempre, in genere i componenti vivono tutti insieme in una grande stanza, si fanno visita nei villaggi colorati posti sui fiordi, scambiandosi regali impacchettati con carte vivaci (sia casette che pacchi a tinte pastello sono un modo per sconfiggere il bianco che è tutto intorno?) oppure si fanno la compagnia che possono nei palazzoni moderni della capitale Nuuk che però hanno indubbiamente contribuito a uccidere la magia del mondo bianco.

Gli Inuit della Groenlandia come tutti gli altri eschimesi rimasti a vivere tra Alaska, Canada e Siberia, si salutano e si baciano con timidezza, sfiorandosi delicatamente il naso (kunik), sentendo il proprio respiro, e questo è considerato un atto d’amore e di fiducia nella persona a cui si fa perché, secondo loro, il naso è collegato direttamente alle zone del cervello che comunicano il piacere. La fedeltà sessuale pare che non rientri tra i loro valori primari.
La grande sfera affettiva degli Inuit vede ovviamente la natura occupare un posto principale: rispettano tanto le tempeste di ghiaccio, le distese di neve e gli animali, anche quelli di cui si nutrono. Gli alberi, quelli no, perché in pratica in Groenlandia gli alberi non ci sono!
L’ICC (Inuit Circumpular Council) prova a difendere le tradizioni degli Inuit oltre che il loro ambiente.

Un libro per capirla
Esistono pochi libri di viaggio dedicati alla Groenlandia, il più famoso che però ne parla solo in parte è quello del danese Peter Hoeg, trasformato anche in un bel film thriller, “Il senso di Smilla per la neve”, che oltre ai dolori di una donna di origini groenlandesi mai ambientatasi in Danimarca racconta del suo fiuto per la neve, il ghiaccio e l’orientamento appresi durante la sua infanzia tra gli Inuit ed elementi decisivi per scoprire il delitto di un bambino. Io però ne ho trovato anche un altro di libro, uno che mi ha conquistato, molto vero, molto partecipe, si intitola “Nel Bianco” e lo ha scritto nel 2008 Simona Vinci, appassionata della luce abbagliante del Polo e dei suoi orizzonti sconfinati a meno 30 gradi.
Simona a 38 anni decide di scoprire nella remota e meravigliosa costa della Groenlandia orientale, nel Kong Oskar Fjord raggiungibile solo con tre ore di elicottero dalla capitale, il villaggio di Tasiilaq, il cui nome significa “come un lago immobile” e da dove si ammirano i grandi iceberg e anche ci si specchia nella propria solitudine. Resta lì un mese, in un posto senza cinema, teatri, discobar, biblioteche, senza una vetrina da guardare, con notti di ululati e di ubriachi, in un paesaggio così bianco, così assoluto, da far perdere l’orientamento, forse per questo i ragazzi ci vivono, nella noia e nel gelo, non vedono nessun futuro possibile… e quattro, cinque, ogni anno, si tolgono la vita, specie quando hanno quell’età difficile in cui finiscono i giochi e la scuola e la vita chiama a delle scelte.
L’autrice per la bellezza delle pagine che ci ha lasciato merita tanti lettori e le chiedo scusa se mi permetto di citare qui un passaggio che si legge nel dorsetto di presentazione dell’opera:

(il villaggio di nemmeno duemila anime dove ha vissuto Simona Vinci, Tasiilaq – foto da wikipedia)
“E si, di movimento ce n’è poco in questo microcosmo fatto due supermercati, tre strade, un unico incrocio e una scuola. Nessuna traccia delle avventure di cui traboccano i racconti di Jack London. Il Grande Nord, quello vero, è un’altra cosa: domeniche pomeriggio a pesca sul fiordo ghiacciato, la spesa al supermercato dove la verdura arriva ogni dieci giorni, la ricerca disperata di qualcuno che parli un po’ di inglese. Il Grande Nord ha il suono del vento che fischia nel nulla e delle urla di ubriachi nella notte, delle risate di adolescenti disorientati e delle chiacchiere sommesse di vecchi che si aggrappano a talismani di corno di narvalo come a frammenti di un mondo che finisce. Il Nord è silenzio minerale. E’ solitudine. E’ ricerca del proprio posto nel mondo”.

Il resto va davvero tutto letto e scoperto, in questo libro che è insieme un ritratto d’amore per l’isola, un’indagine sociologica, un diario intimo di viaggio, un piccolo dono per quegli uomini e donne “con occhi misteriosi stretti come tagli e la faccia cotta dal sole” e che quando cita “Moby Dick” di Melville per provare a cogliere il senso del bianco raggiunge una vetta di grande poesia.

L’incontro coi danesi
Vanno inquadrate alcune essenziali tappe storiche per capire il legame tra Groenlandia e Danimarca. Dunque, i primi a insediarsi in Groenlandia furono i vichinghi norvegesi intorno al 982, al seguito delle spedizioni dell’irruento Erik Il Rosso; nel 1380 la Norvegia si unì alla Danimarca, nel 1721 i primi Inuit vennero battezzati e quando le due nazioni si separarono
nel 1814 l’isola artica passò ufficialmente sotto il dominio danese, diventando in pratica una sua colonia.
Nel 1953, dopo che per gli effetti della seconda Guerra mondiale la Groenlandia si era più avvicinata agli Stati Uniti e al Canada, alla Danimarca fu concesso di riprendere il controllo dell’isola e la colonia divenne una contea d’oltremare all’interno del regno danese che da allora ne controlla la difesa, la politica estera e monetaria, lo sviluppo dell’edilizia, dell’industria, della sanità, della scuola, oltre a fornire al paese tra i ghiacci molti sussidi finanziari.

Nel 1979 fu introdotto in Groenlandia un governo e un Parlamento locale per la cura degli affari interni e dal 2009 il paese popolato soprattutto nella sua capitale Nuuk ha anche competenze dirette nel campo legislativo e giudiziario. In sostanza i tempi dell’indipendenza totale sembrano maturi ma i danesi adesso sembra che si comportino meglio che in passato, hanno trovato il modo di stabilire coi locali un certo legame, un certo rispetto, li aiutano coi loro specialisti, i loro professori, i loro medici, le loro industrie e le loro tecnologie.
I due popoli vissero il momento peggiore della loro convivenza principalmente per lo scandalo della sterilizzazione forzata di circa 4500 donne indigene attraverso spirali contraccettive inserite nei loro corpi a loro insaputa. Questo aberrante episodio, perpetuato anche su bambine avvenne tra il 1966 e il 1975, quando i danesi evidentemente volevano porre un controllo alle nascite di nuovi Inuit che “per magia” passarono da 7 a 2 per ogni famiglia. La conseguenza furono infezioni, emorragie interne, aborti, rimozioni di utero, l’impossibilità fisica di avere figli ma soprattutto la tristezza e malinconia per tutti quei bambini mai nati, come ho sentito sospirare alla donna intervistata da Corrado Formigli in una recente e commovente puntata di “Piazza Pulita” girata nella “luce” dell’aurora boreale.

Agli stessi anni risale anche il processo di estraniamento sofferto da molti Inuit che per lavorare sodo nelle industrie ittiche di Nuuk furono tolti dagli ultimi igloo e dai loro poetici e minuscoli villaggi persi nel bianco per finire pigiati in anonimi casermoni della capitale. Chiaramente gente che viveva in armonia totale con la natura, con la caccia, con la pesca, con le slitte, perse all’improvviso le sue radici, il suo senso di appartenenza alla comunità e trovò rifugio nella piaga dell’alcolismo o, peggio ancora, la sua fine nel destino solitario e folle del “Kivitog” che sceglie di abbandonare la famiglia per vivere ai margini della banchisa polare, accecato dal bianco, o per annullarsi nella scelta drammatica del suicidio.
Oggi a Nuuk la comunità Inuit vuole rimanere libera, fiera e indipendente, a pescare, ad amare e a difendere il suo mondo bianco di renne e di orsi, di foche e di balene. E di lunghe notti di pace.


“E’ gente ammirevole, capace di fuggire lontano con l’immaginazione, gente con uno sguardo da profondità marine e da cieli smisurati”
(Simona Vinci – “Nel Bianco”, ed. Rizzoli pag. 193)

“I cani ringhiamo, impazienti di partire.
Trainare una slitta è la loro vita, al tempo stesso dovere e piacere.
E’ per questo che sono stati allevati e addestrati e quando la pista bianca si spalanca davanti a loro non vedono l’ora di cominciare a correre, di dimostrare al capobranco, e a tutti gli altri, quello che sanno fare…
… Così va la vita, nell’Artico.
E in fondo, tra Uomo e Animale, non c’è differenza, entrambi lottano per la sopravvivenza, accomunati dalla stessa spinta, dalla stessa tenacia”
(Simona Vinci – “Nel Bianco”, ed. Rizzoli pag. 138)

“E basta guardare questi iceberg che ho davanti agli occhi per avere voglia di mettersi a pregare, qualsiasi cosa questo voglia dire”
(Simona Vinci – “Nel Bianco”, ed. Rizzoli pag. 118)


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