Ecco una breve descrizione delle Opere di Sebastiao Salgado, frutto dei suoi viaggi in 120 paesi!
“Altre Americhe”

Dopo le primissime foto scattate in Ruanda, un paese che sconvolgerà come nessun altro la sua coscienza, e dopo gli scatti dedicati alla Rivoluzione in Portogallo del 1974 e alle guerre coloniali in Angola e Mozambico, Salgado tra il 1977 e il 1984 viaggia soprattutto nei paesi andini e in Messico, volendo cogliere e ritrarre l’essenza e l’orgoglio indigeno di quei meravigliosi luoghi.
Tra vette spettacolari, comunità andine, fermenti sociali, riti religiosi legati alla terra e al cielo, si appassiona dell’umiltà, della lentezza e del fatalismo degli indios Saraguros dell’Ecuador (“un popolo che sembrava avere il ritmo del tempo”), come della musica suonata nelle feste e nelle messe dagli agricoltori della regione di Oaxaca o del popolo di corridori, gli indios Tarahumara, che volava tra i dirupi della mitica Barranca del Cobre nel Messico del Nord.
Tutte le foto di “Outras Americas” scattate in 8 lunghi anni di emozionanti avventure e vagabondaggi nel suo continente dell’anima hanno una grande forza evocativa e il bianco e nero dona loro una grande solennità, quel riconoscimento e quel valore che secondo Salgado meritano le culture indiane e contadine del Sudamerica, così tenaci, così autentiche, così persistenti.
Molto forti sono anche le immagini della siccità e della povertà nel Nord Est brasiliano, o della terra secca e disperata degli orgogliosi e combattivi contadini “Sem Terra”: siamo lontanissimi in questo senso dalle cartoline, dai colori e dall’allegria del carnevale bahiano.
“Sahel, la fine della strada”
Tra il 1984 e il 1986 va in scena uno dei capitoli più intensi e dolorosi della vita di Salgado, l’incontro con la disperata umanità etiope copta, costretta dall’egoismo e dall’indifferenza del suo governo a morire letteralmente di fame, a sopravvivere in abominevoli condizioni in campi per rifugiati e ad affrontare drammatiche e infinite marce del dolore, in cerca di chissà quale villaggio, di una terra promessa e di un futuro migliore.
Tra tempeste di sabbia e bambini scheletrici Salgado sperimenta veramente da vicino, collaborando coi coraggiosi Medici Senza Frontiere, tutto lo shock di una tragedia dalle proporzioni bibliche.
Ritrae purtroppo gli ultimi istanti di molte persone morenti per colera, per denutrizione, per infezioni, per stenti, con la pelle avvizzita come la corteccia di un albero, con le ossa più magre delle vacche anche loro affamate.

“Serra Pelada Gold Mine”, “Workers, la mano dell’uomo” e “Kuwait”
Questa degli anni 1986-1991 è sicuramente la fase più “sociale” di Salgado, tesa a celebrare a suo modo gli umili che ovunque hanno contributo a creare il mondo così come lo conosciamo.
Nell’epico volume uscito solo nel 2019 ma prodotto nel 1986, dedicato alla assurda corsa all’oro sulla Serra Pelada brasiliana, il bianco e nero emerge con tutta la sua forza primitiva a raccontare una forma di fatica universale, da alba dei tempi… Come se fossero impegnati a costruire le antiche piramidi ecco una miriade di uomini, di poveracci, ma anche di studenti, di professionisti, di avventurieri, che si arrampicò sui fianchi di una montagna per trovare il prezioso metallo. Gli scatti di Salgado sui fianchi fangosi della miniera, gli uomini disperati, stanchi, sporchi, accalcati come in un formicaio, come in un alveare su quelle lunghe scalette a pioli assai precarie, hanno fatto il giro del mondo, svelando una specie di assurdo sogno, finito in quello che possiamo senz’altro definire come il più drammatico girone dei dannati svelato dalla fotografia moderna.
Quando queste foto arrivarono al New York Times per lo stupore e l’impatto selvaggio delle immagini nessuno dei redattori fu capace di proferire parola.


In “Workers” appaiono invece foto degli operai delle acciaierie russe, dei pescatori della Galizia o della Sicilia, dei raccoglitori di thè del Ruanda, dei carpentieri del Bangladesh, dei meccanici di Calcutta.
Salgado mostra in tutti questi scatti una grande empatia verso la condizione e la fatica umana.
Nel 1991 Salgado documenta con un altro libro-capolavoro gli incendi dei pozzi petroliferi in Kuwait. Man mano che la coalizione guidata dagli Stati Uniti respingeva l’esercito iracheno dal Kuwait, le truppe di Saddam Hussein risposero scatenando l’inferno.
Circa 700 pozzi petroliferi e un numero imprecisato di depressioni sommerse di petrolio furono dati alle fiamme, scatenando enormi incendi divampanti; la regione fu coperta da grandi nubi nere e l’aria si riempì di migliaia di tonnellate di protossido di azoto e anidride carbonica.
Non si vedeva il sole per il fumo in Kuwait e il fotografo era lì, a ritrarre l’inferno sulla terra, a sentirsi gli occhi bruciare e la gola acre, a rispettare, ancora una volta, l’ammirevole lavoro dell’uomo, stavolta quello dei vigili del fuoco letteralmente coperti di petrolio alla fine di ogni giornata.

“Exodus”, il volto della tragedia
Tra il 1993 e il 1999, in 6 lunghi e penosi anni vissuti in 35 paesi, Salgado documenta la tristissima storia della migrazione umana, dai 2 milioni in fuga dai genocidi del Ruanda ai primi immigrati pronti a prendere le navi della disperazione per l’Europa, dalle popolazioni della ex Yugoslavia che si scannavano tra di loro alle migliaia di bambini in fuga dalle guerre e dalla fame.

Il risultato enorme di questa ricerca, sofferenza e partecipazione è “Exodus”, un vero e proprio faro sul destino dei reietti, colti in Palestina come in Bosnia, in India come in Africa nera, in perenne fuga da qualcosa, da un regime, da una carestia, da una guerra civile, con tutti i loro averi sistemati su una bici o sulla testa. Con gli occhi pieni di paura.
Tutti in cammino, ma senza sapere verso dove camminare, verso quale casa o destino.
Nel particolare Salgado fu segnato dalla visione di 150 km di morti sulla strada verso Kigali, in Ruanda: i tutsi e gli hutu divisi dai loro odi tribali, i corpi spostati dalle ruspe, i campi per rifugiati che sembravano un’anticamera dell’inferno, quel suo viaggio e quegli scatti tra le lacrime, in quella che sembrava una discesa definitiva nelle tenebre.
Salgado affermò: “Dopo l‘esperienza del Ruanda la mia anima era ormai malata”.
E pensando alle altre scene orribili vissute nella Yugoslavia smembrata disse “Siamo animali molto feroci, siamo animali terribili noi umani, la nostra è una storia di guerre e follia”.
“Genesis”, il capolavoro
Nel 2013 esce l’opera maestra dell’artista brasiliano, una bibbia della fotografia naturalistica e antropologica, una sorta di lettera d’amore al pianeta Terra, la Terra delle foreste e dei ghiacciai, delle vette e delle giungle, la Terra colta nella sua bellezza eterna, potente e primitiva
Salgado documenta qui dopo altri 8 anni di cammino i paesaggi e i popoli rimasti intoccati dall’assalto della modernità e del progresso.
Dalle sue foto divise in cinque capitoli geografici emerge una purezza davvero primitiva, un racconto dell’alba dell’umanità: dalle Galapagos con le loro tartarughe centenari e i trichechi goffi alla Siberia desolata e gelata, dai ghiacciai dell’Antardide dove la banchina bianca del circolo polare sfocia nelle dimensioni assolute dell’universo al sorvolo dell’immensa e misteriosa foresta amazzonica, dalle tribù selvagge della Nuova Papua Guinea che cantano e ballano mezze nude ai grandi deserti americani, con una consapevolezza “Io sono parte della natura , come una tartaruga, un albero, un sassolino”.
E con un invito, per tutti noi: rispettare e difendere la bellezza del mondo. Genesis forse è il vero lascito spirituale di Sebastiao Salgado, il suo primo volume da avere e da sfogliare, lentamente.

“Amazzonia”, l’ultimo lavoro

Ho avuto la fortuna di vederla al Museo Maxxi di Roma la mostra dedicata alla grande foresta amazzonica, alle sue piante maestose che oscurano la luce, ai mille affluenti del Rio delle Amazzoni, alle tribù più sperdute, al loro modo di vivere, di essere comunità. Un’ultima elegia in bianco e nero di Salgado, il suo ultimo grido muto per salvare la selva e i suoi “guardiani”.
Molto bello è stato anche il sottofondo sonoro della mostra ad opera di Jean Michel Jarre, capace di riprodurre il gorgoglìo del fiume, il canto degli uccelli e il fruscìo degli alberi.
E una piccola Amazzonia Salgado la ricrea vicino la sua casa natale, ad Aimorès, sulle sponde del Rio Doce, nel cuore del Brasile, dove torna con l’intento d’amore più puro e assoluto che possa esistere: piantare qui, sulle colline minerarie della sua infanzia, piano piano, dal 1998 in poi, col Progetto chiamato da lui e dalla moglie Leila “Instituto Terra”, circa 3 milioni di alberi (!!!) destinati a crescere per i prossimi 400 anni. Proprio così, un pezzo di terra semi abbandonata e incolta e sfruttata rinasce grazie alla mano di un uomo, la Mata Atlantica cresce e diventa verde, nella nuova foresta pluviale risorgono i corsi d’acqua, ritornano gli animali, anche i giaguari. E i Salgado non tengono nulla per sé, ma la fanno diventare Riserva della Biosfera, in un esempio di salvataggio della natura che farà scuola. E che intanto ci commuove come le sue fotografie.
Obrigado, Sebastiao. Obrigado per il tuo esempio, per il tuo ultimo regalo al pianeta.



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