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Made in Italy

Guardare, gustare, narrare il barocco siciliano

Una Sicilia diversa

“Montalbano sono”, ma con un po’ di fantasia si potrebbe dire anche “Tonno rosso sono”, “Granita di gelso sono”, “Luce barocca sono”: motti del genere identificano uno splendido viaggio nelle province più a sud d’Italia, in quelle terre che da Ortigia arrivano nella Val di Noto seguendo spesso il profilo dei muretti a secco, la poesia dei balconi scolpiti in pietra, il lento ritorno serale delle barche nei porticcioli oppure le dolci pause gastronomiche, tra le più ricercate d’Italia.
Questa è probabilmente la Sicilia più semplice e più gentile, la più bianca, la più evocativa. Quella dove basta un fico d’india, una piazza assolata o uno sguardo al mare per sentirsi a casa, quella dove l’arte esplode nei vicoli, nelle facciate dei palazzi e nelle cupole delle chiese, dove Montalbano indaga, nuota, seduce, filosofeggia e dove dalla campagna e dalla pesca arriva sulle tavole ogni ben di dio.

la Sicilia più semplice e più gentile, la più bianca, la più evocativa. Quella dove basta un fico d’india

Qui comincia una Sicilia diversa” scriveva Gesualdo Bufalino, mentre Leonardo Sciascia raccontava la sua “sensazione di attraversare un’invisibile frontiera che accoglie il viaggiatore con tutte cose nuove e diverse: la luce, il paesaggio, l’architettura, la cucina, le storie”. Una luce diversa che altrove, che acceca, emoziona e commuove, come se fosse un presagio delle sabbie africane.

L’arte barocca, una rivincita psicologica sulla disgrazia

Tutti i luoghi della Sicilia barocca, i paesi piccoli e le città più grandi, sono stati nominati Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco perché rappresentano la culla dello stile tardobarocco europeo, uno stile basato su architetture mosse e chiaroscurali esaltate dal sole siciliano e capace di dar vita a un’arte, secondo lo storico dell’arte Stefano Zuffi, “popolata da una folla di statue che pare voler risarcire con figure di pietra le tante vittime umane del sisma” . Tanta bellezza infatti nacque come reazione psicologica a una catastrofe, il tremendo terremoto del 1693 che rase al suolo queste province e sulla polvere del quale tanti architetti di prestigio decisero di innalzare dei monumenti per una nuova gloria siciliana che partiva senz’altro dalla celebrazione della Chiesa e delle classi nobili ma di cui beneficiarono anche i più nascosti cortili, vicoli e balconi e gli spazi della vita popolare.

L’arte barocca, una rivincita psicologica sulla disgrazia

L’opera più geniale fu quella dell’architetto siracusano Gagliardi. Sue le principali chiese di Ragusa Ibla e Modica, le due San Giorgio, per Zuffi delle “capricciose opere di pasticceria” ideate con “formule da scenografia teatrale”, delle “torri fiabesche” che esprimono l’essenza prima del distretto culturale barocco. Ma validissimi protagonisti furono anche Labisi, Mazza, Iuvarda, Sinatra, tutti abili nel segnare uno stile, un tempo e forse anche un carattere e una sensibilità. Ecco infatti nascere in soli 50 anni una Sicilia preziosa, elegante e bianca. Così bella quando si scopre a caso, piazza dopo piazza, chiesa dopo chiesa, fregio dopo fregio, pietra dopo pietra.

Il percorso tra le pietre bianche

Ma mentre nella vicina Catania per costruire la bellezza si usava la pietra lavica nera dell’Etna, nella dolce Val di Noto trionfò la pietra chiara calcarea, con le sue sfumature dorate e rosate in grado di donare a ogni opera d’arte e al paesaggio siciliano del sud un fascino del tutto arcano e naturale.
Noto e Modica, Ragusa Ibla e Scicli, ma anche centri minori come Palazzolo Acreide o Caltagirone con le sue famose ceramiche sembrano un miracolo di pietra bianca dove la luce che batte forte nei giorni d’estate crea atmosfere sospese dal colore ambrato. Proviamo dunque a raccontarlo questo percorso, indugiando volentieri sia sui luoghi dell’arte che sulle creazioni culinarie e scoprendo anche da vicino quei luoghi di “culto” che cercano ormai da anni gli appassionati del Commissario Montalbano.

Val di Noto, la pietra chiara calcarea, con le sue sfumature dorate e rosate

L’universo di Vigata

La penna di Andrea Camilleri ha creato una serie di personaggi e ambientazioni felicissime, una celebrazione arcaica della Sicilia sud-orientale, arrivata a noi grazie alle rocambolesche avventure di Salvo Montalbano dove i misteri e le tinte di giallo dei romanzi e della ventennale fiction sono chiaramente un pretesto per raccontare in realtà un piccolo mondo di proverbi e ricette, sfumature e vezzi caratteriali, borghi pittoreschi, luoghi incontaminati, paesaggi caldi, scenografie artistiche e spiagge e campagne molto belle perché selvagge. L’insieme poetico dei caratteri e delle location sono presenti nel territorio iconico e inventato di Vigata, pieno di barocco e di luce, un vero incanto del Sud. E Camilleri nel teatro di Vigata racconta in un vivace linguaggio misto italiano-siciliano tutto il suo patrimonio di storie, i vizi e le virtù del popolo, osservate e ascoltate fin da piccolo nelle piazze e nelle feste, dai suoi compagni scuola, dalle famiglie di contadini e pescatori che vivevano dal ragusano all’agrigentino. In quel teatro di Vigata, esplorato con arguzia e affetto, si convince che “l’umanità è un immenso formicaio e se vuoi conoscerla davvero devi trasformarti in formica e viverci dentro”.
Quello che è certo è che la fervida immaginazione dell’autore di recente scomparso ha ridisegnato con la storia di Vigata una mappa della Sicilia. Coi debiti paragoni ha mitizzato un territorio, un po’ come è capitato con un altro paese della fantasia, la tropicale Macondo di Garcia Marquez dove amori, morti e miti si susseguono senza tregua in “Cent’anni di solitudine”.

L’universo di Vigata

La famosa frase di Cesare Pavese “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” trova nella piccola-grande metafora di Vigata il suo compimento, la sua giustificazione, la sua affettuosa familiarità. E allora Vigata è una città che non c’è, oppure no? Diciamo che appunto è una mappa del cuore e della mente, un mosaico di più luoghi e di più scene, è una Sicilia che in qualche modo esiste eccome e si rintraccia con amore a pazienza.

Il regista e l’attore di Montalbano

Gli ambasciatori di Vigata nel mondo sono stati oltre a Camilleri il regista della fiction Alberto Sironi e l’attore Luca Zingaretti, il miglior Montalbano possibile. In una intervista Sironi quando parla della luce bianca ragusana la definisce “così accecante che specie in estate abbaglia il sontuoso barocco e quindi per compiere delle buone riprese andava addirittura limitata”. Il regista ricorda con commozione il discreto affetto della gente, “chi nei primi episodi spiava la troupe da dietro le persiane e dalle verande dei caffè e poi si è aperto pian piano a una magnifica ospitalità, offrendo le case o le terre per girare” e – ci piace immaginarlo – anche i pasti, le storie, le memorie o i sorrisi. E gli piace molto sottolineare che qui grazie alla fama della Serie hanno imparato a rispettare di più le proprie bellezze, a mantenere pulite le strade e a usare meno le auto per godersi di più i loro meravigliosi centri storici. Zingaretti anche non può fare a meno di esaltare “la luce siciliana, potente, che dà una sensazione struggente”, la storia siciliana “senti che questa è una terra dove sono passati tutti, dove c’è una cultura stratificata, radicata nella testa delle persone, anche quelle ignoranti, perché l’hanno bevuta assieme al latte materno”. E ovviamente il mare, “la mia Itaca nella quale tornare”.

Il regista e l’attore di Montalbano

Il viaggio comincia a Siracusa

Resta un po’ fuori dai principali luoghi di Montalbano ma il viaggio artistico e sentimentale nel sud siciliano non può che cominciare da Ortigia, la città vecchia di Siracusa protesa nel mare.
Ortigia è l’isola nell’isola, il nucleo greco di quella che per Cicerone era la città più bella del mondo, la parte greca della città che dialoga con quella bizantina, normanna, sveva, rinascimentale e barocca di 2500 anni ricchissimi di storie e culture diverse.

Il viaggio comincia a Siracusa

L’anima di Ortigia si coglie anche nei vicoli del quartiere ebraico oggi animati dalle botteghe degli artisti o dalle osterie di pesce, negli spalti del Castello Maniaci che invadono le scogliere e ricevono le onde, nei ciuffi di papiro della Fontana Aretusa, dedicata a quella ninfa greca che secondo la leggenda si trasformò in una sorgente d’acqua dolce. Ma quello che soprattutto sconvolge a Ortigia è la meravigliosa, irregolare e semiellittica piazza del Duomo, anch’esso ovviamente sorto sulle rovine di un tempio dorico greco: in questo spazio baciato dall’arte sembra di passeggiare davanti a una quinta teatrale, con la chiesa di tufo bianco che al tramonto diventa color crema, coi Caffè eleganti che la guardano, con le facciate sontuose degli altri Palazzi, col fascino nascosto degli ipogei e con un ultimo sforzo di immaginazione con cui si chiudono gli occhi e si rivede la camminata più invidiata della storia del cinema moderno, quella di Monica Bellucci in “Malena” di Giuseppe Tornatore… Per le immagini ecco il link su you tube: https://youtu.be/RIk6-6wS4m4

E proprio in Piazza Duomo passa in “Il giro di Boa” il commissario con la sua Fiat Tipo.

la camminata più invidiata della storia del cinema moderno, quella di Monica Bellucci in “Malena” di Giuseppe Tornatore

La città ideale per Platone

Nella Siracusa moderna si apre poi un altro nucleo antico, il grande Parco Archeologico che ospita il Teatro greco tutto ricavato nella roccia, l’Anfiteatro romano, le Latomie. Qui più che altrove si capisce come Siracusa fosse la patria d’origine della Commedia, vero faro di civiltà e cultura nel Mediterraneo, eletta da Platone stesso a città ideale dove sognò di ambientare il suo Stato perfetto, armonioso, colto, pulito, la sua “Repubblica dei filosofi” governata da un tiranno illuminato come Dione.
Da semplice colonia Siracusa divenne la città più potente del mondo greco, capace di sconfiggere Atene in una guerra cruenta e di imprigionare i suoi abitanti nelle Latomie, cave di pietra e luogo di pena per i dissidenti politici, i cui segreti venivano carpiti dall’eco della grotta chiamata l’Orecchio di Dionigi.
Si lascia questa città di gente greca, levantina, ammaliante, che ama la cultura e l’ironia, con l’aria di mito che cozza con le ciminiere del vicino polo petrolchimico di Augusta. E si prosegue verso la poetica Val di Noto dove il barocco e Montalbano diventano gli assoluti protagonisti.

La città ideale per Platone

Noto, lo splendore dopo l’apocalisse

L’apocalisse e la rinascita di Noto avvennero in tre terribili giorni del gennaio del 1693, quando un terremoto con le caratteristiche di uno tsunami la distrusse completamente ma le donò anche un fortissimo istinto di rinascita e un destino di grandiosa eleganza.
Sulla collina della Noto originaria, tra gli olivi e i campi di grano restano una pietraia, un rudere di un portale e un tratto dei bastioni, la nuova Noto invece rinacque parecchio più in basso. E come rinacque! Decisa a tavolino da viceré e scalpellini, feudatari e principi, architetti, artigiani e urbanisti, tutti orgogliosi di ridare lustro alla loro città, la nuova Noto visse un fenomeno a metà tra il rinascimento, il mecenatismo, la competizione, il buon gusto. La città e tutta la sua valle vennero ricostruite nell’ ardita forma di una nuova e superba bellezza, nell’abbagliante sogno e nella fantastica utopia di movimenti leggeri della pietra che sembravano sfidare nuove tragedie della natura.

L’apocalisse e la rinascita di Noto avvennero in tre terribili giorni del gennaio del 1693, quando un terremoto con le caratteristiche di uno tsunami la distrusse

E grazie a questa voglia di vivere, a questo grande slancio artistico e umano di “una comunità che aveva un alto senso di sé” (citazione dello scrittore Vincenzo Consolo) oggi ammiriamo con Noto un caso unico di architettura religiosa e civile del Settecento, forse l’esempio migliore di barocco europeo, un vero giardino di pietra talmente ricco e fantasioso da sembrare un libro d’arte a cielo aperto. La più bella di tutte, la città in cui i monumenti “sembrano, nei loro incredibili movimenti, nelle loro aeree, apparenti fragilità, una suprema provocazione, una sfida a ogni futuro sommovimento della terra, a ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati, nei loro movimenti, nel loro ondeggiare, e traballare a guisa di mare, nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento, la rappresentazione, la pietrificazione, l’immagine, del terremoto stesso: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice…il caos in logos” (ancora Vincenzo Consolo).
Per quello che riguarda le location della fiction Noto si riconosce negli episodi “Una faccenda delicata” e “La piramide di fango” dove appaiono il carcere, ambientato nell’imponente Convento di San Tommaso, oltre che negli splendori di Palazzo Nicolaci, di Palazzo Ducezio e della Loggia dell’Antico Mercato.

La strada della bellezza

Tutta la bellezza barocca di Noto si esprime in una strada, quel corso Vittorio Emanuele dove si affaccia la Cattedrale di San Nicolò con la sua scalinata, le chiese di San Francesco all’inizio e di San Domenico alla fine, il Municipio a Palazzo Ducezio col suo balcone panoramico e il Salone degli Specchi. Il risultato è un insieme di luoghi nuovi dove il genio ha creato armonie e felicità terrene, non estasi contemplative. Basta pensare alla sua scena principale e maestosa, alla grande piazza dove il duomo e il municipio si fronteggiano, in uno stile abbondante, fantasioso, tortuoso, basta pensare a quante grate, logge, portici, statue, mascheroni, palchi, cupole, colonne, fregi, pinnacoli, stemmi, balaustre fanno sospirare in questo grande teatro del mondo che ha un ritmo tutto suo, nascosto e magico, onirico e surreale. Ogni via, terrazza e campanile offre uno scorcio indimenticabile. Un mondo scolpito e creato coi suoi putti e i suoi mostri da una grande fantasia, la fantasia di architetti che qui fecero davvero a gara. Fino alla magia di ogni tramonto che regala a tutta questa pietra sfumature uniche.

Il miracolo dei balconi

Il miracolo dei balconi

Un capitolo e un commento a parte lo meritano gli incredibili balconi di Via Nicolaci, la via dell’infiorata, quella chiusa dalla Chiesa di Montevergini, opera di Sinatra come il Municipio. Questi balconi costringono a rivolgere lo sguardo perennemente verso l’alto, a cercare le sirene, gli angioletti, i centauri, i dragoni, i ghirigori ricamati nella pietra. La percorri e ripercorri perché vuoi immaginarti meglio le ore di lavoro occorse per cesellare la pietra in quel modo, perché vuoi scattare quella precisa foto, perché vuoi vivere quel momento dove la luce si posa meglio, quell’istante dove una vecchietta si affaccia alla ringhiera di ferro battuto, quel profumo che arriva dal basilico o dalle cucine delle case. Per tenerla dentro tanta bellezza alla fine ci si siede al “Caffè Sicilia” sul corso e si degusta un gelato al fico d’india, al mandarino o alla mandorla di Avola, una granita di gelso o al pistacchio di Bronte. Oppure si celebra la cucina di campagna della cittadina con ricette a base di coniglio, maiale o capretto arricchiti di cioccolato amaro e crema di fave, miele oppure cannella, capperi, agrumi… E con un bicchiere di buon Moscato: buonanotte.

Un salto al mare

A sud di Noto, tornando lungo la costa, un salto al mare si può fare nella Riserva di Vendicari che ha cinque spiaggette meravigliose e dei percorsi nel verde. Si tratta della zona umida più importante della Sicilia e fra i suoi pantani, i suoi canneti e dune è presente molta avifauna. Il borgo marinaro per eccellenza è Marzanemi, dove si sono girate alcune scene de “La forma dell’acqua”.
Marzanemi con la sua piazza assolata, la sua tonnara abbandonata che appare anche in “Sud” di Salvatores, la sua cucina di mare favolosa a base di tonno rosso, bottarga e crostacei, saporite cernie e spigole, la sua aria ormai africana. E più giù ancora Capo Passero, il Castello di Portopalo filmato ne “L’odore della notte”, Pachino coi pomodorini famosi in tutto il mondo, la Pozzallo che appare ne “L’età del dubbio”. Quaggiù correnti d’aria e marine sferzano uno dei vertici della Trinacria, terra di frontiera per noi italiani e frontiera di speranza per tanti barconi che arrivano da paesi disperati.

Il borgo marinaro per eccellenza è Marzanemi

Risalendo nella campagna segnata da muretti che sembra di stare in Irlanda se non fosse per il clima è il tempo di aprire le porte del commissariato di Montalbano a Montelusa (un altro nome di fantasia, una frazione di Vigata in fondo…), ovvero nella bellissima Scicli.

Risalendo nella campagna segnata da muretti che sembra di stare in Irlanda

Il presepe barocco di Scicli

Scicli è piccola, raccolta fra piccole colline ma è uno scrigno di tesori, una serie preziosa di oratori, portali, balconi, statue fino a che ogni passo confluisce in Piazza Italia, scenografica e bellissima coi suoi palazzi di pietra chiara. Il Municipio è stato scelto per ambientare gli interni del Commissariato, quello dove abbiamo imparato ad amare le numerose scenette tra Montalbano e Catarella, Mimì e Fazio, mentre i suoi esterni sono ripresi nella elegante facciata di Palazzo Iacono. Come Modica la notte Scicli diventa un suggestivo presepe vivente, con la luce fioca dei lampioni che illumina i vicoli e le bellezze barocche. Da vedere anche la Città vecchia sul Colle San Matteo, magari per assaggiare in una trattoria locale le impanate ripiene di spaghetti alla seppia in umido.

La casa e gli altri luoghi di Montalbano

Il litorale di Scicli ospita la famosa casa di Montalbano, quella con la terrazza sul mare delle sue nuotate liberatorie, che in genere concludono ogni puntata. Siamo a Punta Secca, in una frazione del comune di Santa Croce Camerina, in Via Aldo Moro 44, a 20 km da Ragusa. Nelle fiction questa località si chiama Marinella e la location dove il commissario riposa e riflette una volta era un magazzino dove si salavano le sarde, mentre oggi è uno dei B&B più prenotati della Sicilia. E quando si arriva qui si devono per forza gustare i manicaretti da “Enzo a mare”, il ristorante preferito dal personaggio di Zingaretti. La visita si chiude col famoso faro, spesso presente nelle immagini della Serie.

La casa e gli altri luoghi di Montalbano

Un’altra bella location è la Fornace Penna, un esempio di archeologia industriale che guarda il mare sulla scogliera Pisciotto e che diventa da fabbrica di mattoni la tonnara oggetto di una puntata di Montalbano. Per la sua forma l’hanno chiamata la basilica laica in riva al mare, visse venti anni di gloria a inizio ‘900 ma poi fu distrutta da un incendio doloso nel 1924 e soffrì il progressivo abbandono. Altre scene di Montalbano sono ambientate nella Grotta delle Trabacche che era un cimitero ipogeo dove Salvo trova due corpi nel “Il cane di terracotta”; sul porticciolo di Donnalucata e sul lungomare di Marina di Ragusa, oggi frequentata per gelati, passeggiate e serate in discobar ma scena di un omicidio in “Il Gatto e il Cardellino”; e ancora tra le cave, le campagne, gli olivi coi tronchi nodosi, le trattorie sul mare, gli orti, i paesini, le stradine. Tutto semplice, silenzioso, poetico.
Chiaramente i confini delle riprese di Montalbano si sono allargati pian piano al resto della Sicilia, diventando un formidabile testimonial turistico: più verso l’interno con l’ex mercato ittico e la Chiesa di Santa Maria delle Stelle a Comiso, anche esse ritratte nell’episodio “Il gatto e il cardellino” e più verso Agrigento con la bellissima falesia bianca della Scala dei Turchi e le campagne del Tempio della Concordia che ospitano scene de “Il Giovane Montalbano” e di “Come voleva la prassi”. Addirittura fino a “La Gita a Tindari” sulla costa messinese, “Il Giro di boa” a San Vito Lo Capo e la Spiaggia dei Conigli a Lampedusa che fa da splendido sfondo a una fuga d’amore di Montalbano in “Il senso del tatto”; infine nella Porto Empedocle dove quasi 100 anni fa nacque Camilleri, probabilmente con una sigaretta in bocca: all’entrata della città una targa recita “Porto Empedocle-Vigata” proprio in omaggio al mondo creato dal papà di Montalbano.

porticciolo di Donnalucata

Modica, città merletto

La tappa successiva del nostro viaggio artistico e culinario sulle tracce di Montalbano tocca inevitabilmente quel gioiello barocco che si chiama Modica, raccolta sul fianco di un paio di colline in modo così scenografico e pittoresco da meritarsi l’appellativo di “città-merletto”.
I suoi monumenti più famosi sono il Duomo di San Giorgio (250 scalini, organo di 3000 canne, 5 navate divise da colonne con capitelli corinzi) splendidamente ritratto in “Gita a Tindari” e il Duomo “rivale” di San Pietro (scalinata con le statue dei 12 apostoli, interno decoratissimo con marmi policromi), impegnati da anni coi loro rispettivi rioni in una gara di bellezza. Obbligatoria la sosta al Belvedere Pizzo, difronte al centro storico, per vederlo spegnersi nella notte e allo stesso tempo accendersi coi lampioni, le luci nelle finestre, nei vicoli: una vera poesia.

Modica, città merletto

Modica si racconta poi nelle sue botteghe d’arte e nelle sue cioccolaterie, si scopre nelle sue salite e nelle sue terrazze, negli appuntamenti sociali e mondani che si svolgono quasi tutti su Corso Umberto I. Siamo in una piccola città davvero sorprendente, autentica, abituata a forme di vita tradizionali e insieme eleganti. Qui esiste, non solo per la cioccolata, una grande tradizione culinaria che si ispira alle tante culture del passato e a sapori locali inimitabili; qui si trova una ospitalità di rilievo, arroccati o nascosti compaiono B&B, relais di charme, dimore di design, ristoranti di classe, in uno stile che ricorda un po’ quello di Matera. Anche molte scene dell’immaginaria Vigata sono state girate qui, per esempio ne “Il cane di Terracotta”. Inoltre Modica è stata la città natale del poeta Premio Nobel Salvatore Quasimodo le cui poesie si ritrovano seguendo l’itinerario delle maioliche nel centro storico: “Ed è subito sera”, sembra evocare l’ora più bella di Modica quando si accendono i lampioni e diventa insieme un borgo rupestre e un magico presepe.

Modica di cioccolata

Modica di cioccolata

Tutti lo sanno che un altro grande tesoro di Modica è la sua cioccolata. Si tratta di una cioccolata “primitiva”, ancorata alle origini atzeche, dove si gustano i singoli granelli di zucchero e tutti i diversi aromi delle varie piante di cacao utilizzate. Qui infatti dal lontano 1746 i maestri cioccolatieri di Modica mettono in mostra tecniche antiche arrivate con gli spagnoli ma provenienti dalle civiltà precolombiane. Su una pietra ricurva, la valata, con un mattarello di pietra detto pistuni i semi di cacao venivano macinati e poi mescolati allo zucchero e alle spezie. Il gusto di questo cioccolato è sempre stato più basico e ruvido, più amaro, più di… cacao. Senza trattamenti industriali, senza grassi o dolcificanti, vi si aggiungevano, tradizione in voga ancora oggi, solo tanti aromi a piacere che sono la gioia del palato, come vaniglia e peperoncini, arance e cannella, carrubo e fiori di gelsomino… Ancora prima dei maestri cioccolatieri le squisite tavolette venivano prodotte dalle monache nei monasteri e durante l’età barocca la nobiltà locale la cioccolata la gustava in tazza, nei salotti buoni, nei palazzi eleganti: gusto e segno del buon vivere, gola e preghiera, vizio e nobiltà in stile Belle Epoque.
Per diventare definitivamente conosciuta in tutto il mondo alla cioccolata di Modica mancò la svolta industriale per la mancanza di macchinari e l’arretratezza della regione, rimase però sempre intatta la passione e la sapienza artigiana ed oggi la cittadina siciliana produce comunque 9 milioni di barrette l’anno e raggiunge col suo cioccolato l’Italia intera, la nicchia degli enologi perché si sa che ogni buon vino gustato con la cioccolata apre nuovi orizzonti al gusto e mercati stranieri quali la Gran Bretagna, gli USA, il Giappone e l’Australia. Per dimostrazioni e acquisti l’indirizzo d’obbligo è “l’Antica Dolceria Bonaiuto”. Mentre per le granite si deve andare al “Caffè dell’Arte” o al “Rosy Bar”, per provarne una su tutte, quella di ricotta con spumone di caffè, granella di pistacchio di Bronte, cioccolato locale alla cannella, cereale di cannolo e arancia candita: olè!
Se da qui si vuole raggiungere il mare in un quarto d’ora circa si arriva a Marina di Modica, un animato centro turistico. Chi preferisce atmosfere più silenziose e raccolte può cercare i paesini di pescatori di Casuzze e Caucana o rifugiarsi nel corpo assolato di un baglio, così chiamano le masserie nella Val di Noto.

L’ultimo incanto, Ragusa Ibla

L’ultimo incanto, Ragusa Ibla

Ragusa Ibla, anch’essa patrimonio dell’umanità per l’Unesco, si distacca su uno sperone di roccia da Ragusa nuova così come Ortigia si sviluppa in mezzo al mare salutando Siracusa. E’ un luogo incantevole che ospita almeno una ventina di monumenti, un Duomo meraviglioso, palazzi nobiliari ornati di fregi come quelli Cosentini e La Rocca o di mascheroni come nel caso di Palazzo Zacco.
Come Ortigia anche Ibla per lunghe epoche, in un certo senso fino ad oggi, è stata un’enclave di vita greca e bizantina, dai ritmi oziosi, sonnolenti e gaudenti. A darle questo volto contribuiscono sicuramente la poesia dei tetti o dei balconi in ferro battuto; le chiese nascoste ma piene di tesori; le tante piccole vie piene di locali, giovani e vita; il bel Giardino Ibleo ovvero la Villa Comunale difronte allo strapiombo e alle valli rupestri, scenario dell’episodio di Montalbano “La luna di carta”; il Ponte dei Cappuccini che compare ne “Il ladro di merendine”; Piazza del Popolo e Piazza delle Poste dove è stata girata “La voce del violino”. E soprattutto due luoghi davvero suggestivi, il Duomo di San Giorgio e il Circolo di Conversazione.

Il Duomo e il Circolo

Il primo è un capolavoro assoluto dell’arte barocca come le chiese di Noto e Modica e la sua facciata svetta in modo asimmetrico e obliquo in fondo alla piazza-salotto della città e in cima a una scalinata. Quante volte appare questa piazza con questa chiesa nella Serie di Montalbano, probabilmente se Vigata ha un cuore è proprio questo. Il secondo è una vera istituzione locale, un circolo voluto dai nobili ragusani a metà dell’800 proprio per conversare amabilmente, per intrattenersi con un giornale, una bella musica o un buon caffè nei suoi salotti pieni di stucchi e di specchi. Il Circolo di Conversazione ospita ovviamente anche delle scene di Montalbano, ne “L’odore della notte” e ne “Gli arancini di Montalbano”.

Le golosità di Ibla

Ibla infine non poteva di certo tradire le attese a livello gastronomico: spuntini deliziosi a base di formaggio ragusano dop e empanatigghi ripieni di pollo, ricotta, spinaci e melanzane si gustano un po’ ovunque, ottimi piatti vengono serviti alla trattoria “La Rusticana” che in Montalbano diventa “Da Calogero”, la passeggiata classica sul Corso 25 Aprile viene continuamente interrotta dalla voglia di gelati e granite, cannoli e pistacchi, dolcetti ripieni di cioccolato, spezie e carne. O dalla sosta da “Gelati Divini” per andare in estasi davanti a brioches riempite di gusti al carrubo, al miele, alla ricotta di pecora. Tutti intorno girano signori eleganti, signore profumate, si percepiscono i rituali di una piacevole vita borghese appunto fatta di arte, messe, caffè, conversazione, sguardi, ozio e buona cucina. Ecco cosa cercano anche i turisti che scendono la scalinata da Ragusa moderna.

la scalinata da Ragusa moderna.

Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla – scriveva Bufalino – ci vuole una particolare qualità d’anima, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia.”

Un castello da Gattopardo

A venti minuti da Ragusa si compie l’ultimo pellegrinaggio su un luogo di Montalbano: il Castello di Donnafugata, dimora nobiliare costruita alla fine dell’800, con 120 camere e 8 ettari di parco dove si respirano atmosfere da Gattopardo, tra i carrubi e sotto un sole cocente. Nella fiction era la residenza del boss mafioso Balduccio Sinagra e ne “La gita a Tindari” compaiono varie volte i suoi splendidi saloni e i suoi giardini.

Un set cinematografico

Insomma questa Sicilia del Sud emoziona e seduce. E se poi un pranzo si compie nei tavolini all’aperto della piazza di Marzanemi, davanti alla tonnara abbandonata, sullo sperone di roccia sospeso nel vuoto di Ragusa Ibla, se un gelato o una granita si gusta nel corso di Noto al tramonto, in quella che è probabilmente la passeggiata barocca di 400 metri più bella d’Italia; se il tavolo di una cena a Modica è a lume di candela e partecipa alle mille luci del presepe che ogni sera si accendono su questo magico paese, se una semplice brioche o un Nero d’Avola si assaggia nella piazza irregolare di Ortigia immaginando la camminata di Monica Bellucci nella scena madre di Malena, beh… capirete che la cucina della Sicilia barocca si ammanta di qualcos’altro, si immerge nella natura e nell’arte e qualche volta sembra uscita da una scena cinematografica. Non solo del buon Salvo Montalbano.

Sicilia del Sud emoziona e seduce

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