Chi sono costoro?
La frase fatta pronunciare da Manzoni a Don Abbondio riguardo il filosofo scettico è perfettamente applicabile al senso di sorpresa che ci ha colto nello scoprire i nomi delle qualificate del girone Centro-americano ai prossimi Mondiali di Calcio in programma l’estate del 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico. Complice il fatto che la prossima Coppa si è allargata a ben 48 nazioni e che i tre paesi ospitanti avevano diritto alla partecipazione senza le classiche gare eliminatorie ecco che si sono verificate quelle sorprese che accadono una volta, massimo due, nella vita sportiva di piccole nazioni altrimenti a mollo nel Mar dei Caraibi.

Il miracolo va anzi moltiplicato per tre e quindi sono andato a curiosare su siti, riviste e atlanti per sapere qualcosa in più di queste vere e proprie favole sportive. Ma se consideriamo che l’Italia deve subire il supplizio di un altro spareggio queste favole non sono poi neppure così banali!
Curacao, dove sei?

Ti ho incrociato una volta, per caso, per un paio d’ore, piccola isola delle Antille olandesi. Ero in volo per il Perù con la compagnia di bandiera di Amsterdam, la KLM, e la rotta transoceanica per Lima prevedeva uno scalo proprio a Curacao. Dal finestrino dell’aereo ho visto un mare celeste, le palme, le casette colorate. A bordo dell’aereo ho visto salire delle gigantesche donne di colore a occuparsi delle pulizie, quelle viste prima solo in qualche film-ritratto degli Usa meridionali, degli stati intorno al Mississippi. Persone umili ma allegre, nerissime e simpaticissime, pronte a fare la loro parte in un lavoro che sapeva di retaggio coloniale: atterra l’aereo del ricco paese occidentale e l’indigeno locale è chiamato a pulirlo, a prepararlo, per l’ultima parte del volo.
Ora una mattina vedo su youtube la gioia del popolo di Curacao per aver superato un “complicatissimo” girone contro Giamaica, Trinidad e Tobago e Bermuda e ancor prima quello contro Saint Lucia, Aruba e Barbados dove a calcio più o meno si gioca con l’ananas! Però sono molto contento, ripenso alla Mami delle pulizie e la notizia mi strappa un sorriso, corro a vedere gli ultimi gol e i caroselli di feste nel tropico sudato, corro a leggere le notizie sull’isola: la curiosità dei viaggiatori sarà anche questa immagino!
Primo scoop: Curacao è il paese più piccolo ad aver mai raggiunto la fase finale dei Mondiali. In un territorio che misura i kmq della provincia di Gorizia ci vivono gli abitanti che popolano la provincia di Sondrio, 150.000 persone. Il calcio ha fatto impazzire i ragazzi creoli sulle spiagge, le ballerine dei resort turistici e anche le donne delle pulizie della Klm evidentemente.
Secondo scoop: il calcio col santone olandese Advocaat subentrato all’ex milanista Kluivert la cui madre nativa di Curacao lo convinse ad allenare anni fa questi formidabili ma improvvisati atleti, è riuscito sotto il sole dei Caraibi a oscurare perfino la fama del baseball, vero sport nazionale. E così la banda di calciatori della “Blue Wave” si è presa tutto: la rivincita sui paesi più grandi del continente o sulle isole rivali perse come loro nel blu, l’orgoglio di staccare da protagonisti il prossimo biglietto da Willemstad all’Olanda (dove quasi tutti loro giocano nella Eredivisie), la gloria improvvisa ma eterna, la riconoscenza dell’isola tutta che per giorni e notti sotto le palme ha visto suonare le musiche folli dei Caraibi, col popolo che tra balli, tuffi, cortei, feste, si è divorato kg di riso e di pollo fritto e ceste di frutta tropicale.
Fa sensazione pensare che tutti gli abitanti di Curacao entrerebbero dentro lo stadio Azteca di Città del Messico ma allo stesso tempo è bello fermarsi un attimo a pensare che le Antille più piccole si sono prese il sogno più grande. Le periferie calcistiche e mondiali per me se lo meritano sempre, dai!
Ora lo sappiamo, Curacao si trova al largo delle coste del Venezuela, ha tanti figli eredi degli indigeni aruachi, hasubito la piaga della tratta degli schiavi, ha l’Olanda dentro casa dal 1634, ha tanti uomini d’affari olandesi che la continuano a sfruttare per i giacimenti petroliferi e per le piantagioni, ma presto questa anarchica e divertente Onda Blu sarà alla ribalta dei Mondiali! Il mio tifo è assicurato!

Haiti, dall’inferno al paradiso
Come tiferò senz’altro per Haiti, per la tormentata isola di Haiti che gli sfaceli della natura, della politica e della guerra civile li ha visti davvero tutti. Terremoti devastanti, povertà inaudita, epidemie di colera, violentissimi scontri tra bande di disperati in trance perenne per la droga o per i riti vodoo, presidenti criminali, bambini denutriti, una vita che purtroppo vale poco e dura anche meno.

Mi sono sentito in colpa le due volte che sono stato nella Repubblica Dominicana: dal mio lato il mare da sogno, tutto il relax e il comfort che aspetta noi fortunati, dall’altre parte la miseria più nera, la stregoneria, le atrocità, la morte. Come su un filo sottile, su un confine fragile, pochi chilometri e cambia tutto. Troppo.
Quindi mi fa felice anche la favola di Haiti ai Mondiali, spero che non sarà una favola nera stavolta, spero che il suo popolo tormentato possa vivere un campionato felice, che arrivi qualche gioia, qualche aiuto, qualche soldo in più.
Haiti ritorna ai Mondiali per la seconda volta, la prima volta fu nel 1974 e l’Italia ci giocò pure contro, subendo uno storico gol che fece impazzire l’isola del vodoo. Ci ritorna dopo il “terribile” girone vinto contro Costarica, Honduras e Nicaragua, nazioni, specie le prime due, dove i calciatori non sono fenomeni ma qualche esperienza e mondiale di più degli haitiani ce l’hanno.
E secondo me Haiti torna ai mondiali per una componente poco sportiva e molto umana, si chiama rabbia, si chiama fame, ci torna per l’agonismo che ha saputo mettere in campo una squadra in pratica formata da esuli, da ragazzi che vivono fuori dagli orrori dell’isola, precipitata in una guerra civile senza fine dal 2021.


Un destino stranissimo il loro: far gioire col pallone un’isola che non si conosce (e che magari si maledice), una madre terra inavvicinabile, un popolo unito nel sangue ma lontano negli affetti.
A Port au Prince la vita è impossibile, il paese è letteralmente al collasso, si muore per niente, le bande devastano tutto, le famiglie non escono più di casa, lo stadio della capitale è terreno di stupri delle bande, l’allenatore francese Mignè ha allenato una squadra per telefono perché nell’isola nera non ha mai messo piede… e allora io sono sicuro che la vittoria degli haitiani ai Mondiali sarà questa: una partita di calcio, anzi tre partite di calcio, che suoneranno come un inno alla vita, come un riscatto dal dolore e dalle tenebre e una vocina mi dice che un eventuale gol o parata aiuterà la squadra a proiettare un faro sul terrore, sul buio.
Da Haiti potrebbe venire ai Mondiali il grido di aiuto e di pace più grande che ci sia.

Panama, dal Canale al Mondiale
Panama è una nazione giovane, latina, vitale, quasi frenetica. Tutto qui gira da decenni intorno all’economia portata dal suo strategico canale: passaggio di navi, di merci, di commerci, come di cargo e container che a volte sono pieni di sostanze stupefacenti o di immigrati in cerca di un’occasione. Un paese malato di musica, di festa e ora, ovviamente di calcio.
Perché Panama ce l’ha fatta di nuovo dopo il Mondiale di 8 anni fa (nella capitale i locali proiettano ancora il gol di Baloy nell’1-6 contro l’’Inghilterra) a rimettere piedi e cuori nella massima rassegna del futbòl. Gli “acerrimi” rivali sono stati il Guatemala, El Salvador e l’indomito (!!) Suriname, superato con sforzo, dopo le cavalcate trionfali contro altri mostri sacri come la Guyana, il Belize e il Montserrat!!
Scherzi a parte una fiumana impressionante di gente vestita di rossa e ubriaca a oltranza a Panama ha sfilato per chilometri nella City e di sicuro qualcuno per la troppa eccitazione è finito pure nel Canale!

Ma come si vive in questo lembo particolare di terra, in questo istmo dove una delle più grandi opere di ingegneria edile mai costruita mette in comunicazione l’Oceano Atlantico con l’Oceano Pacifico?
Beh a partire dalla vibrante capitale i contrasti non mancano: i grattacieli venuti su con la crescita finanziaria e là sotto una serie infinita di casinò, discoteche, bar, locali anche abbastanza equivoci, perché si sa che nei porti latini gira di tutto e tutti i vizi sono presenti; una foresta pluviale come quella del Natural Metropolitan Park che spunta da strade piene di traffico e da palazzi di vetro e cemento; l’impronta coloniale del Casco Viejo, con tante chiese e case tipiche; i mercati e i magazzini, di ogni merce, di ogni tipo; una perenne aria da abbordaggio e riciclaggio ma anche tanta vitalità, tanta allegria, le casse che risuonano salsa ovunque, dei sapori di cucina simile a quella cubana.

E nel resto del paese tante meraviglie della natura, come le isole tropicali di San Blas, come le coste dominate da spiagge da sogno e da un mare celeste, come le impervie cordigliere segnate anche da vulcani o le umidissime foreste pluviali coi rarissimi quetzal, uccelli sacri nell’America Latina. Si può visitare Panama con le corriere, con le canoe, con le teleferiche, con il rafting. Ci penserò quando rivedrò le furie rosse su un campo da calcio.



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