Il labirinto di Marrakech
Ci provi a contarle le merci esposte. O il numero di mestieri in scena. O i minuti che servono per ogni trattativa. O le ore totali che in tre giorni di Marrakech passi a cercare l’anima del suk. E’ un compito difficile, se non impossibile, perché alla fine del suk ti avvolge proprio il suo vortice infinito e indefinito di sensazioni, di colori, di brusii e di urla, di merci impilate e di strumenti da lavoro.
“E’ un fare che esibisce se stesso insieme all’oggetto finito” scriveva Canetti nel suo piccolo e illuminante diario di viaggio intitolato “Le voci di Marrakech”.

Il viaggio a Marrakech ci ha lasciato un flusso di coscienza alla Joyce: troppe cose viste, provate, assaggiate. Troppi ricordi in cerchio. A stordirti, a stupirti, a estraniarti come le tappe di un mitico ed esotico altrove.

Ne fisso su carta solo alcuni: le formidabili torri di squisite arance, che non cadono mai, neppure dopo la decima spremuta consecutiva, prova magnifica di ordine e armonia nel pieno del caos; le pareti di bancarelle ricoperte dalle babouches colorate, quelle pantofoline a punta con merletti e ricami che se prendi pure una lampada in mano ti fanno sentire per un attimo il Genio di Aladino; le pelli, quelli pelli che mandano un odore forte, non la stessa puzza nauseabonda delle concerie di Fès ma comunque un bell’attacco al tuo nasino occidentale mentre sceglie quali borse, portafogli, cinture, cappelli portarsi a casa; i gioielli e i tappeti che fanno pensare a una maestria artigiana vecchia di secoli e che ti fanno sognare come nelle favole, oppure i cesti di vimini e le teiere di rame e le cascate pendenti di lane colorate che ti aprono un varco di immaginazione sul cortile segreto, sulla vita domestica e sulla casa berbera; i piatti e i piattini, i vassoi e le coppette di ceramica che immancabilmente riporti in Italia per servirci le tue tapas e le tue discrete imitazioni di cous cous agli amici; le piastrelle e le maioliche islamiche decorate con motivi geometrici che pensi di ficcare nel bagno della casa al mare; gli unguenti, i filtri magici, le medicine improbabili che ovviamente ti fanno diventare un grande amatore o un uomo destinato a campare cent’anni.
Il suk di Marrakech, un omaggio alla laboriosità e alla creatività di 30.000 artigiani.

Ma senza una sterminata trattativa che dura solitamente qualche the’ alla menta, qualche numero scritto su un pezzetto di carta per fare l’offerta, qualche oggetto spostato per includerlo nell’offerta complessiva, qualche risata sdentata o qualche pacca sulla spalla, il suk di Marrakech non sarebbe lo stesso suk. Mi è capitato di vedere mercanti parolai che si offendevano se cedevi al primo prezzo, al primo acquisto. La trattativa è un ring, dove va in scena un vero corpo a corpo, dove se te la cavi alla fine compri bene, mettendo dirham locali in mano al venditore certo ma mettendo in gioco anche un po’ di buonumore, una focaccia o un infuso in dono, una battuta plateale, una smorfia, una finta di andare via, creando anche tu qualcosa di unico e di simpatico, drammatizzando un concetto, una decisione, una scelta, un acquisto, una fuga.
Turisti a Marrakech
Dopo aver compiuto il giro delle mura color ocra che proteggono la Medina per una decina di km e sui cui spalti nidificano ancora le cicogne, dopo aver ammirato l’alto ed elegante minareto della Koutobia che custodisce un prezioso Corano portato da Cordoba e che è così simile, perché dello stesso autore, a quello della Giralda di Siviglia, dopo essere entrati nel sontuoso Palazzo de la Bahia abbellito da cortili e fontane e aver visitato le Tombe dei Saaditi, un mausoleo antico nascosto nel cuore della Kasbah, dopo essersi avvicinati col dovuto rispetto a qualche sacra moschea, mancano due elementi per completare la bellissima esperienza a Marrakech: i suoi giardini e i suoi Riad.

Per i Giardini basta scegliere tra quelli della Menara, de l’Agdal e di Majorelle, ovviamente se si ha il tempo giusto vale la pena vederli tutti.
Sono luoghi incantati, col verde, coi fiori, coi templi e con l’acqua, passeggiando lungo le grandi vasche ti senti trasportato ai tempi di qualche dinastia di sultani.
Il tempo scorre lento nei giardini di Marrakech, le coppie si accarezzano discrete, alcuni cercano la pace in un libro o in una preghiera e anche qui il tramonto è stupendo.

L’incanto dei Riad
Una vacanza nel cuore segreto di Marrakech non può prescindere però dall’intimità di un Riad, anche se piccolo. Un mondo intimo, sereno, nascosto dal caos della Medina o capace di avere una porta che si apre proprio dentro il magico suk.

I riad sono alberghetti di lusso o più spesso di charme, caratterizzati da un’atmosfera unica, dove l’architettura moresca si fonde alla natura, le maioliche colorate si alternano alle luci soffuse, alle piante rigogliose, alle fresche fontanelle. Rifugi del corpo e dell’anima, i luoghi ideali per riposarsi dopo le ore trascorse a camminare al sole e dopo quelle vivaci spese nelle trattative.
Il riad ha in genere un patio fiorito e fresco, a volte una piccola e poetica piscina, più spesso una terrazza con vista che può essere una vista sul suk, sul minareto, sui giardini imperiali, sulla piazza immortale o sull’ultimo dei vicoli rossi della kasbah.
Nel riad tra musiche suadenti e aromi sparsi nell’aria si può praticare il rito dell’Hamam, del bagno turco con oli profumati, accompagnato da sapienti massaggi, trattamenti estetici, cure esfolianti, bagni in vasche con essenze di cedro, rosa, lavanda, agrumi. Nel riad infine si può gustare una cucina prelibatissima, di terra e di mare, che probabilmente ha la sua vetta in un menu fatto di brik (pasta sfoglia ripiena di uovo, carne macinata, formaggio o verdure), zuppa harira, cous cous di carne o di pesce o di legumi con mille spezie e odori aggiuntivi come il cumino, lo zafferano e la cannella, l’agnello o le sarde alla brace e i monumentali tajine, stufati di carne con salse speziate e pezzi di frutta cotti lentamente in grandi tegami di coccio. Superbi! I dolci infine si basano su noci, mandorle, uvetta, yogurt e miele.


Da vedere pure i contrasti di Marrakech, gli hotel lussuosi, le ville con giardini e piscine e le periferie piene di polvere, baracche e povertà.

L’invito finale che ti fa Marrakech è quello di gustare ogni suo piatto, ogni sapore, rilassare i sensi, educarli, guardare e vivere il suk come la notte della piazza, recitare una parte in questa perenne commedia dell’arte, e infine addormentarsi nella città rossa.
Si proprio così, chiudere grati gli occhi, tra le ultime musiche, gli ultimi tamburelli, gli ultimi indovini, i mercati che già si preparano per il giorno dopo e tutte le altre incredibili stranezze e fantastiche bellezze che si trovano proprio qui, ai piedi delle montagne spesso innevate dell’Alto Atlante.
Un grande viaggio quello a Marrakech, che anticipa l’incontro con le grandi sabbie.



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