Prima del tuffo nel mare di Essaouira e della scoperta della metropoli di Casablanca, prima delle ultime grandi emozioni del viaggio sulla atlantica costa del Marocco, ecco le note riscoperte del diario a ricordarmi l’incontro indelebile col deserto, il primo contatto con lo spazio sconfinato e magico del Sahara nella mia vita.
Le tappe sono l’avamposto di Zagora, mangiato dalla polvere, bruciato dal sole, e le dune di Merzouga, quelle da dove spingi lo sguardo a scovare un puntino nell’infinito.

“Ancora abbiamo addosso le mosche appiccicose e l’odore delle pelli gazzella sulle quali hanno scritto gli studi coranici nella povera biblioteca di Tamegroute che il pulmino arranca sulle piste ai confini del deserto e raggiunge Zagora, una specie di avamposto, di ultimo lembo di civiltà umana e abitata, prima del grande vuoto… Delle donne portano otri di acqua in bilico sulla testa, alcuni vasai cuociono delle giare nei forni arcaici all’aria aperta, i venditori di tappeti e monili sono mezzi addormentati, secondo me storditi dal sole, i pochi Caffè sembrano abbandonati, il mitico cartello stradale annuncia che Timbuctù è distante solo 52 giorni a dorso di dromedario, di quest’animale impagabile che sopporta tutto, il caldo assoluto e africano, la sete, le distanze, la fatica…”
Foto di gruppo sotto quel nome esotico “Timbuctù”: chissà mai chi ci arriverà.

“La sera di Zagora è caldissima, le stelle sono luminose e vicine. Zagora ha l’aria misteriosa e provvisoria di una città di frontiera, la guida ci racconta che da qui sono sempre passati i nomadi tuareg e le carovane. E che tutte queste atmosfere di nomadi, di uomini blu come i loro turbanti, di piste assolate, di oasi, di avventure, di mercati nella sabbia, si ritrovano nel romanzo “La rosa del deserto di Subiros”.
Il viaggio riprende, tappa dopo tappa, paesini sempre più piccoli, impolverati, dimenticati.
“Nel percorso direzione-vuoto cominciato la mattina dopo ecco Rissani, l’antica e affascinante terra natale dell’ultima dinastia marocchina che ospita oggi il più grande suk del bestiame del sud del paese con annesso un bizzarro parcheggio di asini che defecano e si montano mentre i loro padroni chiudono affari e scambi. Poi ecco Erfoud, una ex guarnigione francese in una zona piena di minerali e rose del deserto, l’ultima tappa prima delle favolose dune di Merzouga”.


“A Erfoud assistiamo a un rituale vero e proprio, quello del tè nel deserto… davanti a noi un vecchio saggio, il maestro del tè, e il suo aiutante che gli porge tutto il necessario per la “cerimonia”: la teiera d’argento che sembra la lampada di Aladino, un fornello a soffio, dei mazzi di menta profumata e delle grosse zollette di zucchero. L’uomo gentile fa bollire l’acqua, mescola tè, menta, zucchero, aspetta, assaggia, odora, è completamente immerso nel suo rito, sembra una specie di santone, di filosofo della natura. Tutto il gruppo segue la scena in silenzio, le lente gesta quotidiane del maestro commuovono tutti perché sono fatte con ispirazione, con amore”
“A Merzouga si interrompe la strada, si interrompe il viaggio, e si vede solo sabbia infuocata e infinita. Non c’è più una pista ma solo tracce di piccoli animali, di passi umani alla scoperta di quelle che immagino essere sensazioni solitarie. E intorno il vento, il silenzio, dune mosse, dune alte come minareti, e anche un miraggio, un piccolo Caffè, isolato e romantico. Dal Caffè parte la corsa pazza delle jeep, autisti fino a quel momento calmi e zitti si scatenano, gli esce fuori l’istinto del killer, si mangiano la sabbia, indovinano le curve, le traiettorie e noi dell’equipaggio gridiamo a l’ataque a l’ataque col pugnale dei tuareg proteso in avanti, perché stremati dal clima allucinante vogliamo arrivare per primi all’accampamento tendato, dove arde già una grande brace per la cena”.

“A Merzouga succede sempre che il gruppo del bivacco si disperda, ognuno alla ricerca della sua duna, del suo punto di vista, del suo luogo sacro, del suo momento eterno, della sua spiritualità e relatività, nell’incendio dei colori delle albe e dei tramonti. Per Paul Bowles era questo “il battesimo della solitudine”.
Arriva l’atteso eternal moment…
“Per noi è il momento più atteso del viaggio, quello dove provare a fare anche delle foto da calendario, seguendo la linea morbida delle dune, coi colori morbidi del tramonto. La sensazione più bella è lasciare le proprie impronte leggere leggere, dove non è ancora passato nessuno, appartenere in questo modo al deserto, al paesaggio, alla terra. Lasciare un piccolo segno del proprio passaggio e della propria esistenza insomma, prima che il vento ricompatti la sabbia e la duna torni a sembrare intatta, vergine e primordiale. Molto poetico è stato anche lasciarsi scorrere la sabbia rossa tra le mani, in quel momento con Lara abbiamo capito che avremmo voluto mescolare e unire per sempre le nostre vite allo stesso modo”. Scena da film “Ghost” ai bordi del Sahara? Ma si diciamo pure che è andata così”

“La notte dormiamo un po’ dentro e un po’ fuori le tende, anche per cercare sollievo al cielo di fuoco calato sopra di noi. In lontananza canti e balli, rumori dagli altri accampamenti. Nell’aria il profumo dei tajine e dei cous cous appena consumati. Gli autisti si isolano nelle loro jeep, le guide berbere da veri figli del deserto si sdraiano per terra o tra le dune, accanto agli amici dromedari… L’alba è bianca, quasi lattiginosa, mistica, svela il paesaggio piano piano, un paesaggio ovattato e silenzioso. Il gruppo riparte a piedi, si ripete il rito della conquista della propria duna, della propria cima”.

Coi diari ritrovati ho ricomposto il puzzle del viaggio e delle emozioni, ho messo a posto i ricordi di tutto lo stupore che mi ha donato il grande sud marocchino delle città imperiali, della via delle kasbakh e dell’immenso Sahara. Ora tocca alla parte finale del Tour, l’arrivo in una città poetica e in una febbrile e caotica, entrambe sul mare. Essaouira a Casablanca, mancate solo voi per completare il sogno.


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