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Luoghi magici

Il mito di Atlantide

Il tramonto e l’abisso

A Santorini ci sono due possibilità quando indugi volentieri su una terrazza al tramonto, con l’aperitivo in mano e i giovani di tutto il mondo che celebrano questa sorta di liturgia moderna: immortalare ogni sfumatura del sole sulla cascata bianca delle case, dei muretti e dei balconi, accoglierla in uno di quei favolosi lounge bar costruiti per stupire i sensi in un orizzonte da favola, camminare in equilibrio sulle cupole azzurre delle chiese, sui tetti, scansare i panni stesi, sdraiarsi accanto ai gatti e diventare così parte del paesaggio e della cartolina più famosa dell’Egeo…; oppure cedere alla inevitabile tentazione dello sguardo verticale, quello che supera veloce le forme in design delle piscine e delle pergole dei roof garden, quello che segue il percorso ripido delle scale, quello che coglie subito le vie in salita dal mare e la fatica dei muli che trasportano ogni giorno mille turisti e mille bagagli e gettarsi idealmente nelle profondità del blu, nella paurosa vertigine, nella forma circolare e perfetta della caldera vulcanica, immaginandosi il suo inabissamento drammatico e allo stesso tempo spettacolare, avvenuto nella notte dei tempi, nel 1450 A.C.

Santorini, Il tramonto e l’abisso

Quante altre volte

Stare almeno un’ora sugli spalti bianchi e accecanti di luce di Thira e di Oia, i due paesi panoramici dell’isola che guardano il centro del vulcano sprofondato, seguire la magia del sole, perfettamente consapevoli che là sotto è successo una volta e tutto insieme qualcosa di enorme, di unico, di catastrofico. Avere la plastica visione che la natura si è scatenata con una forma di violenza inaudita che al solo pensarci l’animo umano ancora si emoziona o si inquieta. Sembra quasi un privilegio: quante altre volte ci può capitare di stare seduti sulla cresta di un gigantesco vulcano la cui parte centrale di fuoco, di magma, di viscere è clamorosamente esplosa per finire inghiottita negli abissi? Quante altre volte e con altrettanta chiarezza abbiamo potuto rivivere idealmente una scena così legata al mito e alla forza della natura? E quante volte ci siamo potuti sentire così piccoli, infinitesimali, rispetto al peso e al clamore e alla gloria delle leggende scaturite da quella eruzione?

Thira e di Oia, i due paesi panoramici dell’isola

Spiagge rosse, spiagge nere

Il nostro cocktail è finito, il flash è scattato mille volte, il bacio o l’abbraccio più importante è stato dato, là sotto rimane un incredibile cratere acquatico, pieno solo di mare, che anzi si indovina nel mare. E in mezzo sono rimasti degli isolotti coperti per sempre dalla lava nera e sulle sponde del cratere si ammirano ancora spiagge nere o rosse, come a ricordare tutti i colori, i misteri e i momenti della tragica e rapidissima eruzione.
Il cuore resta turbato se anche solo per un istante ci si immagina una scena davanti agli occhi: fu quella eruzione, quel cataclisma, secondo tante cronache dell’antichità, a significare la fine della civiltà di Atlantide!

Spiagge rosse, spiagge nere

Là sotto, Atlantide?

Atlantide sì, il continente perduto, lo splendido regno acquatico, la città ideale cresciuta sotto i mari, il paese dell’abbondanza, della bellezza e della giustizia. Sommerso nella sua favola.

Tra i misteri del passato quello di Atlantide è uno dei più affascinanti perché è legato a un insieme mai tanto vario e vasto di luoghi e di ipotesi, di terre leggendarie, di popoli evoluti, molto potenti e molto ricchi, ma destinati proprio per un evento eccezionale a sprofondare per sempre nel mare e nell’oblio. Fosse anche solo quello legato a una dimensione fantastica e mitologica.

Atlantide, il continente perduto, lo splendido regno acquatico, la città ideale

Il destino di Atlantide

Un destino che ha sempre “perseguitato” Atlantide è stato il suo bisogno di collocarla: da parte di ogni filosofo, di ogni studioso, di ogni oceanografo o archeologo, di ogni avventuriero, di ogni epoca. Quante teorie fantasiose e ricerche scientifiche, quante rappresentazioni antiche e opere popolari, quante analogie con altre civiltà sprofondate, venute dal mare o lì perdute!

Per alcuni Atlantide era ubicata nell’isola di Aztlan distrutta da un maremoto e coi suoi abitanti, gli atzechi, in fuga a fondare la loro civiltà nell’attuale Messico; per altri l’isola misteriosa era in realtà la Sicilia perché aveva anch’essa un vulcano come l’Etna, una pianura fertile come quella di Catania, una capitale circondata da mura e protesa nel mare come Ortigia, una potenza militare e navale come quella di Siracusa; c’è stato chi ha ritenuto di posizionarla tra l’America e l’Europa o come il continente perduto di Mu tra l’Africa e l’India e chi come Bacone l’ha del tutto spostata sul continente americano; chi si è accontentato della geografia dei fondali marini montuosi per giustificare la tesi di un’Atlantide che era al posto delle attuali isole Azzorre o Canarie.

Chi addirittura ha scritto che era nel Sahara prima del ritiro dei mari o sepolta tra i ghiacci dell’Antartide dopo un evento straordinario che invece lo alzò il livello dei mari o chi come Cayce la ubicò su una strada pavimentata del fondale marino delle Bahamas. E ancora nel mare al largo della Sardegna perché comunque i nuraghi possono sembrare costruzioni primitive simili alle torri di Atlantide, o nella gelida Siberia, in Groenlandia, nella Terra del Fuoco in Argentina; o in luogo dell’antica Troia o all’Argentario per i reperti etruschi o in fondo a un lago boliviano, il che spiegherebbe la ricchezza dei metalli, dal rame all’oro, che rivestivano le porte della città Cerne, la capitale di quel regno.
Fino alle ultimissime tesi moderne che propendono per far rivivere il mito di Atlantide a largo di Cadice, in Andalusia, con la prova che il parco palustre del Coto Donana era una parte di essa.

Il destino di Atlantide

I dubbi di Aristotele

A tutte queste ipotesi l’uomo si avvicina con curiosità immutata e qualche sorriso, anche perché la scienza ufficiale non ha mai confermato la presenza di tracce di civiltà in fondo al mare a seguito di grandi catastrofi. Fu lo stesso Aristotele, subito dopo Platone, a smontarne in un certo senso il mito: “L’uomo che l’ha sognata l’ha fatta anche scomparire”. Si può capire, lui, allievo di Platone innamorato del Mondo delle Idee, preferiva quello sensibile, conoscibile solo attraverso l’Esperienza. Ma forse Atlantide è meglio continuare a sognarla nelle nebbie del tempo, a scorgerla insieme al Nautilus del Capitano Nemo di Jules Verne in “Ventimila leghe sotto i mari”, in un film della Disney, in un videogioco con Lara Croft o in un fumetto di Corto Maltese, Mister No, Martin Myster, Nathan Never (è la location di almeno un’avventura di ogni eroe di carta!). Scrisse Benoit: “E’ bene che Atlantide resti un mistero. E’ giusto che l’uomo, guardando l’Oceano, si inquieti pensando ad un lontano e imperscrutabile regno inghiottiti in un giorno e in una notte dalle acque e dal fuoco… Atlantide non è mai esistita! E’ in ogni luogo”. Come Camelot, l’Eldorado, l’Arca di Noè. Si tratta di un mito ancestrale, di una ricerca ideale delle nostre radici.

Atlantide: un mito ancestrale, una ricerca ideale delle nostre radici

Il mito comincia con Platone

Se sull’ubicazione e la vera esistenza del continente perduto non si troverà mai un accordo e una voce unica, la verità storiografica come quella fantastica sulla sua fine, raccontata per primo da Platone, ha convinto sempre tutti: Atlantide fu distrutta da una calamità naturale devastante, come potrebbe essere stata l’eruzione e il conseguente maremoto che fece sprofondare il vulcano di Santorini. E le cui ceneri e le cui onde alte fino a trenta metri raggiunsero in due ore Creta dall’altra parte dell’Egeo, segnando probabilmente la fine – stavolta reale – della splendida civiltà minoica.

Il mito comincia con Platone

Il Dialogo del Timeo

Platone, dicevamo. La storia di Atlantide compare per la prima volta nel IV sec A.C in due suoi dialoghi, il Timeo e Crizia, dialoghi che ancora oggi riescono ad affascinare ogni viaggiatore. Nel primo si narra delle confidenze fatte a Solone da un saggio sacerdote egiziano che gli spiegò che le civiltà precedenti a quella di Atene erano state distrutte da immani calamità naturali e gli uomini dovettero ricominciare il loro cammino sempre daccapo. La più importante di queste civiltà secondo il veggente era stata appunto quella di Atlantide, comparsa in mezzo all’Oceano Atlantico più di 9000 anni prima, al di là delle Colonne d’Ercole, per volere del Dio del Mare, Poseidone.
Atlantide era enorme, come l’Asia e l’Africa unite insieme, era un regno potente, capace di una grande forza navale, capace di conquistare tante parti dell’Europa Occidentale e dell’Africa allora conosciute. Fino allo scontro epico con Atene, che la vide soccombere.

Santorini, veduta

La celebrazione dello Stato ideale

E’ facile immaginare l’obiettivo che avesse Platone col suo Dialogo: celebrare la gloria di Atene, abile e risoluta nello sconfiggere tutti i suoi nemici, fossero essi provenienti dal mare come i mitici abitanti di Atlantide, i coloni greci della Sicilia, i Minoici di Creta o più semplicemente da terra come i Persiani. Ma celebrare soprattutto con Atene la forma pura e non corrotta della polèis (Platone osteggiò quella democrazia aperta che portò alla condanna a morte del suo maestro Socrate), lo stato ideale e razionale dove ognuno ha il suo compito, la Repubblica guidata da un monarca illuminato e appoggiato da una elite di filosofi che privilegiano l’anima al corpo, alle sue bramosie, ai suoi malanni, ai suoi conflitti, ai suoi istinti. Atene che sconfiggendo la grande rivale dona la libertà alle popolazioni e alle culture del Mediterraneo, finora soggiogate dagli eredi del Re Atlante. L’elegia di una nuova civiltà, in pratica… che fosse sobria, colta e rigorosa, basata su ordine, scienza e armonia e coi greci, col modello politico dei greci, al centro del mondo.

scienza e armonia e coi greci, col modello politico dei greci, al centro del mondo.

Il Dialogo del Crizia

Il secondo Dialogo del Crizia dà l’occasione a Platone, attraverso le parole del giovane, di descrivere Atlantide nel dettaglio. Poco importa se resta una finzione letteraria, questa Atlantide cattura e affascina: un’isola fertile, ricca di materie prime, di acque e foreste, con un clima dolce, con tanti frutti donati dal terreno, forme elaborate di artigianato, un commercio fiorente, piena di oro e di minerali, col legname in abbondanza per i lavori, con animali in abbondanza a soddisfare le necessità di cibo, con tanti fiori, erbe e addirittura elefanti! E poi i canali marini a dividere i settori della città in tre grandi anelli concentrici, le porte d’oro, le mura in bronzo e stagno, le torri d’avorio, la reggia e il porto, il favoloso tempio di Poseidone, il governo illuminato di dieci sovrani fratelli (il maggiore era Atlante) generati da Poseidone e dalla fanciulla locale Clito, il culto del bello ovunque, gli uomini che rispettavano dei e leggi, “avevano pensieri veri e grandi in tutto, usando mitezza mista a saggezza”… Un sogno, una fortezza, un miraggio. Un paradiso terrestre, sotto l’acqua.

Un sogno, una fortezza, un miraggio. Un paradiso terrestre, sotto l’acqua.

La fine di Atlantide in 24 ore

L’ebbrezza della vittoria greca contro Atlantide come detto durò ben poco perché “in un singolo giorno e notte di disgrazia” uno dei più grandi disastri dell’umanità si ingoiò ogni territorio, ogni splendore, ogni palazzo, ogni re. Un tremendo tsunami con colate piroclastiche devastò l’Egeo meridionale ma per la leggenda fu lo stesso Poseidone a volere la fine del suo regno, perché rovinato dalla cupidigia, dalla bramosia e dalla corruzione degli abitanti, sempre meno devoti agli dei e rapiti dal sopravvento della natura umana. A Platone poco importava tutto questo, era fondamentale invece per lui esaltare la civiltà greca uscita vincente dal conflitto e ingigantire parimenti il ricordo della civiltà cretese che tanto aveva influenzato quella ateniese. Forse Platone Atlantide la immaginava proprio nell’isola di Creta, grande, ricca, fertile, col meraviglioso Palazzo di Cnosso. E distrutta dall’eruzione di Santorini.

col meraviglioso Palazzo di Cnosso distrutto dall’eruzione di Santorini

Gli scavi di Akrotiri

Resta una domanda: quanto era arrivata la cultura di Creta a caratterizzare quella di Atene, dell’Egeo e quindi di Santorini stessa? Tanto, tantissimo, ce lo svelano gli scavi di Akrotiri nella parte sud di Santorini. Strade e piazze, case e botteghe, i muri decorati da bellissimi affreschi naturalistici, capaci di riprodurre con un alto grado di verità i mestieri, le piante e gli animali. Sono stati ritrovati lavori pregiatissimi che ritraggono le donne con le loro vesti e i loro monili, delle antilopi, delle scimmie che si arrampicano sulle rocce.

Nel celebre “Affresco della Primavera” si vedono dei vulcani alzarsi imperiosi dal suolo, fiori delicati sulle pendici di terra rossa e nera, il volo di rondini nel cielo.

Nel celebre “Affresco della Primavera” si vedono dei vulcani alzarsi imperiosi dal suolo, fiori delicati sulle pendici di terra rossa e nera, il volo di rondini nel cielo

La quiete prima della tempesta

Sembra la quiete prima della tempesta. Sembra l’ultima giornata del pescatore di Akrotiri, la Pompei dell’Egeo. Sembra l’ultimo tramonto vissuto da Santorini prima della fine di Atlantide. E l’affacciarsi a una finestra o a una porta che si aprono improvvise su quell’enorme buco blu possono rendere la scena ancora più credibile.

Sembra l’ultima giornata del pescatore di Akrotiri... quell’enorme buco blu

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