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Cultura da Viaggio

L’India di Mumbai, dei sogni e degli slums

Bombay-Mumbai

Come dobbiamo chiamarla questa incredibile città-sogno e città-fogna che ha nelle mani il destino economico e umano dell’India? Col suo nome storico usato fino al 1995 in un misto di termini inglesi e portoghesi (quelli dei suoi principali popoli dominatori) che significavano “buona baia” o con quello più moderno e attuale e nazionalista che la definisce come la Madre di Mumba, una dea indù e che sembra ideato per spostare un po’ di polvere e immondizia sotto il tappeto e per celebrare la nuova realtà hi-tech del subcontinente indiano?

L’India di Mumbai, dei sogni e degli slums

Qualunque sia la scelta parliamo di una megalopoli di quasi 23 milioni di abitanti, del principale polo industriale e commerciale dell’India, del porto sul Mar Arabico da cui partono la metà dei traffici verso il mondo, della indiscussa capitale del cinema, della musica e dell’intrattenimento.

Calda e sudata per il clima tropicale eppure capace di sviluppare quartieri di grattacieli e sogni a non finire. Spostata clamorosamente nel futuro al punto che già lanciato la sua sfida a Shangai, sede delle maggiori banche, delle start up di ingegneria aerospaziale, di ingegneria ottica, di ricerca medica, di energie rinnovabili, di information tecnology, salvo cadere ignominiosamente all’indietro quando si pensa alle fogne a cielo aperto dei suoi complicatissimi slums. O quando, come nel 2008, è stata messa a ferro e fuoco da una serie di gravissimi attentati di matrice integralista islamica.

parliamo di una megalopoli di quasi 23 milioni di abitanti

Mumbai tra ricchezza e abisso, liquami e diamanti, case di lusso e tetti in lamiera, giovani tycoon e stuoli di venditori ambulanti, ragazzini fortunati che studiano nei colleges e giocano nei circoli sportivi e bande di bambini di strada abbandonati a sé stessi.

A livello di stile la metropoli si distingue per un richiamo all’architettura neogotica e vittoriana, per una certa propensione all’art decò. I contrasti esistono anche in questo campo perché accanto a stazioni ferroviarie storiche come quella di Victoria Terminus e a mercati caotici si innalzano le altissime Imperial Towers, perché si può scoprire il Gateway of India, l’elegante edificio da cui partono le gite panoramiche in barca e quelle alle grotte di Elephanta, e poco dopo l’infinita e luccicante vita notturna sulla Marine Drive, il posto adatto per guardare la gente.

Grandi e silenziosi templi bianchi come la Moschea di Haji Ali e ponti avveniristici e arditi, le pagode e i grattacieli, la residenza di Gandhi e quelle coloniali del quartiere di Fort, le ville mimetizzate nelle foreste urbane, le gallerie d’arte e le vie dei ricconi di Khala Goda e le periferie bisognose di tutto come Dharavi, la più grande dell’Asia coi suoi 700.000 abitanti (?).

le periferie bisognose di tutto come Dharavi, la più grande dell’Asia coi suoi 700.000 abitanti
ponti avveniristici e arditi

Semplicemente clamorosa la gastronomia locale, speziata, agrodolce, piccante, golosa. Sempre in fila le persone davanti ai cinema per gli ultimi melodrammi prodotti da Bollywood, pieni di energia e di giovani i locali sulla promenade di Nariman Point e le lunghe spiagge e i prati per praticare il cricket, pieni di indiani di tutte le classi sociali i festival con migliaia di elefanti di cartapesta dedicati al dio Ganesh, pieni di mendicanti le strade, piene di bande i quartieri malmessi.

Più che una città un mondo con tante diverse sfaccettature, raccontato benissimo dal cinema, dal “suo” cinema. L’esempio più eclatante è stato il film “The millionaire”, girato però da uno scozzese.

Il milionario pezzente

film indiano che nel 2009 sbancò la Notte degli Oscar portandosi a casa 9 statuette tra le quali quelle di miglior film

Questa è la traduzione più plausibile del titolo originale del famoso film indiano che nel 2009 sbancò la Notte degli Oscar portandosi a casa 9 statuette tra le quali quelle di miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia e colonna sonora. La storia, o meglio la favola, o meglio ancora la parabola raccontata nel film è quella di un giovane indiano che proviene dai bassifondi più poveri di Mombay e che contro ogni pronostico arriva a imporsi nel gioco a quiz in Italia noto come “Chi vuol essere milionario?”.

Domanda dopo domanda, successo dopo successo vede vicini i soldi, la gloria e soprattutto il suo riscatto di persona umilissima, destinata a una vita di stenti.

Il presentatore del film accusa però il ragazzo di essere un truffatore e lo fa arrestare e torturare dalla polizia. Durante l’interrogatorio va in scena il passato tormentato di Jamal e qui la sceneggiatura di “Slumdog Millionaire” si rivela la carta vincente dell’opera.

Il segreto e il fascino del film è infatti riposto nei suoi numerosi flashback che descrivono in modo crudo e vibrante i vari momenti della vita di Jamal

Il segreto e il fascino del film è infatti riposto nei suoi numerosi flashback che descrivono in modo crudo e vibrante i vari momenti della vita di Jamal e che allo stesso tempo sono degli squarci sulla vita e le condizioni dell’India, colta nella sporcizia assurda delle baraccopoli, nel loro colore, nella loro allegra confusione, ritratta nello splendore poetico del Taj Mahal, negli avventurosi viaggi in treno, nelle storie di amore, di orrore e di speranza.

Per il regista Danny Boyle, lo stesso del frenetico “Trainspotting” e del visionario “The Beach”, si tratta di un sincero tentativo di immersione nel girone degli ultimi, degli offesi, dei dimenticati. Toccando corde come la sensibilità, il misticismo, la carità, la retorica, la fiducia. Per il ragazzo indiano, prototipo dell’uomo comune, del figlio onesto dell’India, si tratta invece della conquista del Paradiso, a lui ovviamente negato, per nascita e per casta.

Le mille prove

La dimensione favolistica nel film sta nel fatto che sono proprio le fasi difficili della vita di Jamal, le prove più dure, le esperienze più tristi e dolorose a fornirgli le giuste risposte per il quiz dei sogni, quasi a significare che il viaggio che si affronta più è tenebroso più è risolutivo: dona il coraggio, cambia l’orizzonte e regala come premio inaspettato la visione di un mondo diverso e possibile.

Jamal da accattone può diventare un sultano, quale ragazzino indiano non sognerebbe una storia del genere? Quale ragazzino uscito dal fango, dalla fame, dalle perdite, dalle paure, non vorrebbe una vita a colori, come quelle celebrate da tanti altri film di Bollywood?

Jamal da accattone può diventare un sultano, quale ragazzino indiano non sognerebbe una storia del genere?

Ed eccole le tappe della vita del candidato milionario: Jamal senza i genitori (la madre uccisa durante degli scontri religiosi che come sempre dilaniano il paese, il padre mai conosciuto) se la deve cavare come le altre migliaia di disperati bambini di strada di Mombay e le scene iniziali sono fra le più belle del film, con la fuga tra le baracche, i vicoli, gli stracci, le lamiere, la polvere, la merda… al ritmo di una musica incredibile, scritta dal compositore Rahman; Jamal è responsabile del fratellino Salim e di un’altra orfanella e per sbarcare il lunario viene costretto all’accattonaggio e all’incubo di una cecità provocata ad arte per meglio impietosire i passanti; da qui la rivolta contro gli aguzzini, la fuga, la prima di tante fughe, di tanti viaggi verso la speranza, con la perdita temporanea di Latika che cade dal treno, la piccola amica che diventerà poi il suo grande amore ma che intanto va incontro a un destino di bieco sfruttamento e malinconica prostituzione; l’abilità del ragazzo Jamal nel vivere di espedienti, coi furti di scarpe e di altro ai turisti distratti dalla bellezza del Taj Mahal in uno degli episodi più divertenti del film; la deriva del fratello che per rabbia, destino, disperazione o vendetta contro i soprusi sofferti a Mombay entra in una feroce gang per poi redimersi, aiutare il fratello e Latika e soccombere con coraggio ai sicari del gangster; l’ultima telefonata di Jama con Latika e l’intuito della risposta vincente alla domanda decisiva del gioco, col finale tra baci, abbracci, i venti milioni di rupie vinte, le luci di una notte magica e l’India che dagli schermi lo celebra come un eroe.

furti di scarpe e di altro ai turisti distratti dalla bellezza del Taj Mahal

Bollywood

L’industria di Bollywood (termine che unisce le parole Bombay e Hollywood) è la più grande del mondo e ha creato altri eroi simili a Jamal: le coppie che dopo tante peripezie si sposano nonostante le rivalità religiose o di classe sociale, i giovani che si impongono nel mondo della musica, dell’arte o degli affari nonostante le origini umili e l’opposizione dei cattivi di turno, le famiglie allargate, colorate, che passano attraverso conflitti ma alla fine tra banchetti e balletti trionfano felici e tolleranti.

Sullo sfondo c’è sempre questa miracolosa e terrificante megalopoli di Bombay-Mumbai, la 2Crazy City” che emerge con tutta la sua violenza, con tutta la sua passione, con tutti i suoi contrasti. A Mumbai ci sono i set, le case di produzione, a Mumbai vivono le star più acclamate. E queste storie di riscatto piacciono, piacciono tanto, agli indiani più evoluti e a quelli che vivono nei villaggi più polverosi.

Per ogni decade dell’età moderna il cinema indiano ha avuto il suo film di culto: “Kismet” nel’43, “Madre India” nel ’57 incentrato sui temi delle donne, “Mughal e Azam” nel ’60 col suo stile epico, “Sholay” nel ’75 (pare la pellicola più vista nella storia!!), “Kranti” nell’81, altre commedie dai nomi impronunciabili negli anni ’90, fino a “Gadar” e “Lagaan” del 2001 con la sfida a cricket fra i contadini del Rajasthan e i potenti occupanti inglesi, al primo supereroe indiano, “Krrish” del 2006 e a “Stelle sulle terra”, “Guru”, “La sposa dell’imperatore”, “3 Idiots” , “Gangor” e “Dabang” dal 2007 al 2010 come ultimi clamorosi successi al botteghino grazie alla loro leggerezza, al loro humour, alla azzeccata rievocazione di aspetti folkloristici piuttosto che di storie comuni e di antieroi.

Questo cinema (un po’ come Sanremo da noi?) ha letteralmente ipnotizzato larghissimi strati di pubblico, basandosi sulle sue canzoni (che spesso sono diventate hit generazionali, cantate in coro già nel buio della sala perché la produzione fa uscire le colonne sonore almeno un mese prima del film!!) e sulle sue danze (a cui è stata affidata l’esplorazione altrimenti proibita della sensualità), sui suoi colori, sui temi nazionalistici e romantici, sulle sue risate e sulle avventure morali a sfondo mitologico e religioso.

Sui suoi idoli anche, come Amitahb Bachchan, star di “Sholay” e diventato una statua a Calcutta, come la ex Miss Mondo Aishwarya Rai, ai cui occhi di ghiaccio sono dedicato 17.000 siti!!

Un menu molto ampio (più di 70.000 titoli dalla sua nascita!!), che ha spesso avuto come punto di riferimento, declinandolo sui suoi modelli, sui suoi divi, sulle sue musiche, il cinema del neorealismo italiano. In questo cinema popolare in salsa hindi, in questo grande romanzo a puntate, il paese ha comunque riconosciuto sè stesso e ha decretato il successo di tante storie sul grande schermo.

L’anno record della strabiliante industria di Bollywood è stato il 2019 con gli incassi che in India hanno superato i 2 miliardi di dollari, poi è arrivato il covid, la lunga pausa, la crisi produttiva, i primi segnali di stanchezza, dei flop costosi…

Perché il popolo è stato intanto raggiunto dalle produzioni di Netflix e Amazon Prime, perché nella società e nella pancia del paese si è sentito il bisogno di nuove sceneggiature, di trame più moderne e non solo folkloristiche.

Magari con qualche bacio in pubblico in più invece che coi due innamorati nascosti dietro un cespuglio? Magari con le forme fisiche delle attrici più in evidenza, coi problemi sociali più apertamente denunciati? Coi cattivi che una volta vincono sui buoni? O magari con altri film a metà fra “Salaam Bombay” capace di raccontare con tenerezza gli slum della metropoli e lavori più sdolcinati e kitsch come “Monsoon Wedding” che sono riusciti addirittura a vincere il Leone d’oro a Venezia?

Oltre il melodramma e la favola dentro la realtà.

Sarà questa l’evoluzione e la scommessa del futuro?

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