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Cultura da Viaggio

L’inferno verde della Guyana francese

Il caldo che fuoriesce dallo schermo

Sarà che ho rivisto il famoso film “Papillon” con Steve Mc Queen e Dustin Hoffmann (e anche il suo riuscito e recente remake, con Charlie Hunnam e Rami Malek) nel luglio più caldo mai vissuto sulla Terra ma dallo schermo l’afa, l’umidità, il clima impossibile da sopportare, il sudore e le fatiche della pellicola sembravano letteralmente uscire fuori e invadere il mio pur fresco salotto.

L’inferno verde della Guyana francese...il famoso film “Papillon”

Ho fatto ancora una volta il tifo per la pazza fuga di questo galeotto visionario e instancabile ma nell’occasione mi sono concentrato di più sul paesaggio e sul paese che ospita il dramma: “come diavolo si vivrà mai nella torrida Guyana francese?” – mi sono chiesto. E allora ho tentato un viaggio immaginario, mi sono documentato, ho cercato descrizioni, notizie e foto sull’unica colonia di Parigi nel grande e magico Sudamerica. Dove l’espressione “diavolo” – lo vedremo – non è un riferimento banale.

Che mondo è la Guyana francese

la foresta vergine occupa ancora il 90% del territorio

“Inferno verde” è la prima vera definizione che mi è saltata in mente, la più calzante probabilmente: quaggiù la foresta vergine occupa ancora il 90% del territorio e con essa si incontrano alberi giganteschi, paludi melmose, miliardi di zanzare e cavallette, stagni e fiumi invasi da mangrovie e da affamati caimani che aspettano le loro vittime mimetizzati sulle sponde fangose.

miliardi di zanzare e cavallette, stagni e fiumi invasi da mangrovie e da affamati caimani

L’umidità in questo avamposto della civiltà deve essere impressionante, di quelle che si tagliano a fettine e che tolgono il respiro, appiccicandosi su pelle, respiro, vestiti.

Il Tropico non deve essere gradevole e sensuale come altrove, uno di quei paradisi con le amache, la musica e l’ananas per intenderci, dove fuggire volentieri dall’inverno europeo.

Da quello che vengo a sapere gli ultimi indios e i maroon, ovvero i discendenti degli schiavi neri, se ne restano nascosti nel fitto verde e cercano di vivere con forme rudimentali di caccia e pesca, mentre gli eredi dei coloni francesi o tentano qualche commercio a base di riso, banane, legname, caffè e rhum, o spendono i numerosi soldi che arrivano con le sovvenzioni dalla Francia nei locali viziosi della capitale Cayenne oppure sono personaggi da legione straniera, impegnati nella protezione di una assurda base missilistica situata proprio in mezzo alla bollente giungla.

Kourou si chiama. Vicina all’Equatore, con tanti poveracci morti di stenti per farci arrivare una strada costruita a 50 gradi, la fotografia dell’ultimo sogno di grandeur francese nei bassifondi del mondo. Dove si punteranno mai i missili da una foresta del genere? Ma non si squagliano ancora prima di tentare un lancio, una spedizione??

La colonia penale

I primi francesi ad arrivare furono coloni ardimentosi, in cerca di fortuna e di nuove possibilità e ricchezze

I primi francesi ad arrivare furono coloni ardimentosi, in cerca di fortuna e di nuove possibilità e ricchezze. Giunsero in circa 10.000 nell’umida Guyana tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700 e ben presto ne sopravvissero solo un quinto, con gli altri falcidiati dal clima micidiale, dalla malaria e da altre epidemie. Qualcuno sveniva per sempre nella giungla, parecchi altri affilavano i denti ai caimani o se ne andavano dall’inferno verde in un altro inferno, per colpa di una puntura o di una infezione sconosciuta. Chiarito che questo postaccio non assomigliava a nessun paradiso il governo di Parigi decise di spostarci gli “indesiderabili”, orde di pericolosi assassini, spesso però arbitrariamente confusi con truffatori abbastanza innocui e con insidiosi nemici politici. Fatto sta che tanti galeotti con le tute da lavoro a strisce bianche e rosse cominciarono a sbarcare dal 1843 sul malinconico e sudatissimo molo di St. Laurent e da quel momento per quasi tutti il ritorno a casa diventava impossibile. Gli uomini – se possiamo chiamarli uomini – erano infatti costretti a lavori forzati e durissimi, coi piedi incatenati e col sole a cuocergli il capo, ridotti allo stremo da opere di bonifica di ambienti malsani e impervi, prede molto ambite per nuove ricchezze da mandare in Francia.

Per un centinaio di anni la colonia penale tropicale venne soprannominata “la tomba dell’uomo bianco”

Per un centinaio di anni la colonia penale tropicale venne soprannominata “la tomba dell’uomo bianco”, il destino per i 70.000 galeotti che vennero deportati qui in questo secolo aveva le sembianze di una sofferenza atroce, di un isolamento che faceva impazzire, di un caldo che faceva morire.

Presto, molto presto. Di fame, di sete, di torture, di botte, di fatiche. Per punizione, per disperazione, per qualche esecuzione sommaria, sottoforma di ghigliottina, per due o tre malattie che colpivano inesorabili i fisici spossati tutte insieme.

La colonia penale o il “Bagno” come generosamente lo chiamavano gli spietati carcerieri, quasi fosse un relais tropicale o un luogo di relax (in effetti nel Bagno un riposo si trovava, ma era eterno!) chiuse definitivamente nel 1953. Da quei tempi la giungla si è rimangiata tutto, la foresta tropicale ha coperto delitti e vergogne, le piante, le erbacce, le radici e gli arbusti sono cresciuti in modo disordinato sopra le prigioni sui mattoni, dentro i cortili dell’infamia, tra i cancelli e le sbarre del non-ritorno. E per chi ci arriva oggi a vederlo, a fotografarlo, il Bagno penale è solo un paesaggio fantasma.

Le isole dell’orrore

L’ultima, la più piccola, soli 14 ettari, era la temutissima Ile du Diable

Fin dal 1792 le Isole della Salute (ecco un altro termine provocatorio per dipingere in realtà l’inferno…) situate al largo della costa della Guyana venivano utilizzate dai francesi per il transito dei loro esploratori, dei loro schiavi e poi dei loro prigionieri.

A Ile Saint Joseph c’era l’incubo in persona, ovvero la prigione inumana destinata ai detenuti più pericolosi e a quelli che avevano tentato la fuga, il luogo raccontato da Papillon nei suoi due anni di isolamento. A Ile Royale i prigionieri venivano invece smistati per essere mandati ai lavori forzati e oggi vi sorgono ancora le costruzioni più antiche dell’arcipelago tra le quali spiccano la chiesa e gli alloggi degli ufficiali. Ma l’isola passata alla storia grazie al film di Papillon fu un’altra…

L’ultima, la più piccola, soli 14 ettari, era la temutissima Ile du Diable, rimasta colonia penale fino al 1946, quella del penitenziario più famigerato, quella della reclusione più dura, quella per i recidivi alla Papillon, quella che ospitò anche il capitano Dreyfus, il militare francese ebreo accusato di alto tradimento. Chi vi arriva oggi resta ammutolito difronte alle coste frastagliate, in pratica inaccessibili. Ci sono solo onde, ruderi, lapidi e i ricordi tristissimi di un campo di lavoro inespugnabile.

Papillon

E veniamo a lui, anzi torniamo a lui, il galeotto mai domo del film.

Che ci ha appassionato con le sue memorie, la sua storia epica, la sua voglia incrollabile di libertà.

Che ci ha commosso a partire dal suo nome, dovuto al tatuaggio di farfalla che portava sul petto.

Due ali variopinte destinate a volare via.

Locandina film Paillon
© Copyright – locandina

Henri Charrière era un borseggiatore da quattro soldi, incastrato suo malgrado per un omicidio mai commesso, preso e scaraventato dall’altra parte del mondo, nell’inferno verde della Guyana francese per l’appunto. Qui intorno al 1930 conobbe il falsario Louis Degal, un tipo piccolo, debole, malaticcio, impaurito e i due divennero amici per sempre, resistendo insieme nell’inferno, tentando fughe drammatiche e bislacche, corrompendo contadini del luogo, cercando la complicità e la protezione degli indios, saltando da muri e – come nel bellissimo finale – da alte scogliere.

L’uomo distrutto da anni di dolori, di lavori forzati e di torture sia fisiche che psicologiche, che cavalca la marea e si allontana per sempre sopra un grande sacco riempito di noci di cocco è senz’altro una delle figure cinematografiche più ribelli e libere di sempre.

Il vero Cherrière riuscì in questo modo a dir poco miracoloso ad arrivare in Venezuela, ad aprire dei ristoranti a Caracas e a Maracaibo, a sposarsi, ad avere una figlia. A dimenticare. A dimenticare?

La Francia lo graziò della pena mai commessa soltanto nel 1970, quando lui pubblicò le sue memorie. Tre anni dopo sopraggiunge la sua morte e uscì l’indimenticabile film con Steve Mc Queen.

L’inferno verde, ma ora perlomeno silenzioso, è sempre lì.

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