Contro
Contro il potere, contro la religione, contro l’establishment politico ed economico, contro il consumismo, contro la guerra, contro l‘ipocrisia, contro la speculazione edilizia, contro i miti facili e abbindolanti del progresso, contro lo sfruttamento degli immigrati, contro la violenza sulle donne e sui deboli, contro il machismo, contro la polizia che esegue freddamente gli ordini, contro la Corona: i graffiti ribelli e corrosivi di un genio misterioso sono apparsi negli ultimi 25 anni su tanti muri della Gran Bretagna operaia, a scuotere le coscienze e a descrivere il declino dell’uomo e della società moderna.

In realtà i lavori, le provocazioni, gli stencil, i poster, gli innumerevoli esempi di pop art del famoso writer britannico hanno occupato quartieri, strade e ponti un po’ in tutto il mondo ma è nella cultura undeground della città portuale e industriale di Bristol che il genio satirico, irriverente e anche romantico dell’uomo senza volto è nato e cresciuto. E già perché Bansky ancora non si sa chi sia, forse addirittura una donna, o un collettivo di sei artisti contrari a ogni forma di notorietà.
Secondo wikipedia “le sue opere di Guerrilla Art con un taglio ironico e satirico trattano tematiche tra le quali: le assurdità della società occidentale, la manipolazione mediatica, l’omologazione, le atrocità della guerra, l’inquinamento, lo sfruttamento minorile, la brutalità della repressione poliziesca e il maltrattamento degli animali. Per veicolare questo messaggio viene fatto ricorso a un’ampia gamma di soggetti, quali scimmie, topi (celebri ormai i suoi rats), poliziotti, ma anche bambini, gatti e membri della famiglia reale inglese”.
Devo dire che seppur sintetico il quadro che emerge dalla descrizione presente nell’enciclopedia delle enciclopedie sul più tagliente maestro della Street Art mondiale è piuttosto completo e credibile, e sono esattamente questi i sentimenti, i temi, le visioni, le provocazioni che ho potuto ammirare poco tempo fa nella bella mostra di Roma dedicata al confronto Bansky-Wharol.

L’arte di Bansky in mostra e quella osservata nei numerosi libri a lui dedicati (vedi le copertine presenti in questo articolo) mi è sembrata allo stesso tempo innovativa e bizzarra, un manifesto pubblicitario delle incertezze, dei vizi e degli orrori moderni, raccontanti secondo una logica pura ed elementare, capace di suscitare domande e riflessioni e di essere compresa anche dai bambini.
“Perché…?” è l’interrogativo che suscitano di più i suoi murales, i suoi disegni, i suoi schizzi rapidi e beffardi creati con bombolette spray nere e rosse.
Sui muri delle periferie di Bristol e poi di Hastings, Brighton, nelle strade di una buona fetta della working England in riva al mare, e poi fuori i pub, gli incroci e le fabbriche di Londra, a Parigi, a Venezia per protestare silenziosamente contro lo scempio ecologico della navi da crociera in laguna, a Betlemme in Cisgiordania per mostrare solidarietà verso i Palestinesi in uno degli ambiti da lui più sofferti e sentiti, in America, in Australia, ovunque, per battersi contro l’austerity economica e i poteri di controllo.

Difficile – e soprattutto molto personale – tentare una classifica delle opere migliori anche se senza dubbio alcuni graffiti, alcuni stencil, sono diventati più iconici di altri, come il “Flower Thrower”, il ragazzo che invece delle molotov lancia i fiori, come il ciclo di figure della bambina col palloncino rosso, come le scene che vedono a confronto bambini e soldati, popolo e poliziotti, scene di guerra e scene di pace.

Io però mi fisso spesso sulle origini dei fenomeni e dei caratteri, sulla tana culturale degli artisti e quindi me lo immagino volentieri il primo Bansky o chi per lui che di soppiatto, con un cappuccio nero calato sulla testa e una vernice provocatoria in mano, esce nelle umide notti di pioggia di Bristol e tra i magazzini portuali e i cantieri navali della grigia città colpisce nel buio col suo humour e i suoi graffiti, coi suoi messaggi emotivi di speranza affidati in genere ai bambini, con la sua critica ai “grandi”.


Bristol tra passato e futuro
La città natale di Bansky si trova proprio difronte al Galles e deve tutto al suo fiume perché è sulle due rive dell’Avon che crebbero i suoi commerci, i suoi traffici, i suoi cantieri, le sue industrie.
La sua prospera storia marittima è tutta raccontata nel Museo Harbourside, un polo che oggi è anche artistico, culinario e sportivo, infatti molti giovani e molti turisti vengono qui a visitare le mostre di street art, a seguire i concerti di musica underground, a correre, a usare bici e sup, a godersi una pausa col thè coi pasticcini, un Sunday Roast, una pinta di birra in un vecchio pub o un unto di cartoccio di Fish&Chips sulle banchine del fiume.
Inoltre la città inglese di un milione di abitanti, che fino alle devastazioni della seconda guerra mondiale era seconda solo a Londra per la sua vita commerciale e culturale e per le sue ricchezze e contaminazioni marinare portate da una lunga sequela di arrivi e partenze, è capace di sorprenderti anche con le architetture georgiane e vittoriane, una grande cattedrale e un grande ponte sospeso e l’elegante e verde sobborgo collinare di Clifton da cui si ammira il panorama più bello.



E il mare a due passi significa per tutti aria e luce, romantici Pier e viste persistenti di gru e navi.


A Bristol dunque, per seguire il volo creativo di uno stencil (*) o quello poetico di un gabbiano.

(*) Significato di Stencil è “Stampo”, riprodurre tramite stampini.
Bansky utilizza tale tecnica per la sua arte: in studio ritaglia preliminarmente una sagoma, ritaglia in pratica su un supporto rigido una maschera in negativo della figura che vuole rappresentare, poi, una volta in strada, appoggia la sagoma sul muro, spruzzando semplicemente il colore negli spazi vuoti.



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