Come in una favola
La valle delle Kasbah, dei semplici villaggi dominati dalle romantiche e fragili fortezze di argilla, si estende tra le montagne dell’Alto Atlante e le prime dune del Sahara, nelle fertili oasi di palme create dal corso dei fiumi Dadès e Ziz.

Passeggiare tra questi villaggi che proteggevano le comunità locali dall’assalto dei nomadi e dalle scorribande dei predoni del deserto e sostare al tramonto sotto questi favolosi castelli di terra rossa e cruda rappresenta probabilmente il migliore ricordo visivo del viaggio in Marocco.
Un’emozione allo stato puro, come nell’immaginario di tante favole orientali e ora poeticamente davanti a noi, sotto forma di un paesaggio unico al mondo, che va difeso e valorizzato contro il passare del tempo.
Quando vedi questi ksar con le torri merlate, con le mura antichissime che sfidano l’aria bollente, coi ricami disegnati sui cornicioni e sui pinnacoli che sembrano poter cadere come un castello di sabbia da un momento all’altro, oltre a provare un senso di meraviglia provi un sentimento di protezione.
Ti verrebbe da abbracciarli, da innaffiarli, da rimetterli in piedi perché ti sembra che il vento, il clima secco o l’incuria dell’uomo o l’avanzare del deserto li stiano fatalmente minacciando e sgretolando.

Ouarzazate
La via delle Kasbah, che già nel nome porta con sè qualcosa di magico, è annunciata dalla cittadina di Ouarzazate, dove le prime grandi dune di sabbia e i primi fortini incantati hanno permesso la nascita della più importante scuola cinematografica del Maghreb e probabilmente il primo centro di produzione di film girati nel continente insieme a quello di Nollywood, il fenomeno tutto nigeriano di Lagos.
Infatti i dintorni di questa città di frontiera sembrano un enorme set naturale per l’avventura.
Basta scorrere i titoli per rendersene conto: “Il tè nel deserto”, “Lawrence d’Arabia”, “Gesù di Nazareth”, “La mummia”, “Il gladiatore” … presentano tante scene girate nel deserto vicino Ouarzazate, sotto la mole delle fortezze di creta, con questa luce meravigliosa, questi orizzonti sconfinati.
Gli Atlas Studios si sono quindi meritatamente conquistati la fama di una Hollywood delle sabbie e hanno regalato un futuro inaspettato e diverso a parecchi giovani cresciuti da queste parti. Incredibile a dirsi, artisti o tecnici del cinema diventati bravissimi ai bordi del Sahara, d’altronde o questo per loro o un destino da artigiani ad aspettarli: bellissimi sono infatti i tappeti rossi e arancioni di Ouarzazate, come i monili d’argento e come i grandi vasi di terracotta che si trovano nelle sue botteghe artigiane.

Taouirt
La kasbah d’esordio, la kasbah cittadina di Ouarzazate, è quella di Taouirt e ti apre subito la mente su un passato che ti inventi popolato di fiabe e di principesse, ma che lo era più probabilmente di viandanti, di mercanti, di signorotti feudali come il leggendario Glaoui che possedeva un centinaio di fortezze. Nel deserto sfilavano vie carovaniere e lunghi cortei di dromedari e si intrattenevano commerci di spezie, di pelli, di sale, di pietre preziose.
Un luogo di incontro e di riposo Taouirt, destinato agli scambi commerciali, al tramandarsi orale di tanti racconti, sorto proprio in mezzo al deserto, a ristorare gli uomini sempre in viaggio, a costituire il primo nucleo di una nuova comunità: di quelle che un tempo erano fiorenti villaggi berberi, piene di mestieri e di traffici, di storie e di vita.
A Taouirt, difronte all’artistico complesso di mattoni cotti al sole, ti vengono in mente i tanti acquarelli del pittore francese Delacroix dedicati al mondo delle kasbah: tocchi leggeri, delicati, rispettosi della cultura e della civiltà del Sahara.
Con una piccola deviazione a est di Ouarzazate ecco l’altra spettacolare Kasbah di Ait Arbi che specie d’inverno la guida ci decanta come un paesaggio bellissimo, con le torri merlate che hanno sullo sfondo le cime innevate dell’Atlante.
Le parole di questo robusto e loquace marocchino di 40 anni, nato a Casablanca ma capitato qui a fare la guida e incapace per amore di una donna, come per quello provato per la Via delle Kasbah, di staccarsi da questi posti, ci descrivono come in un libro di favole altre storie di altri villaggi-fortezza: quello col frutteto più grande, una specie di eden perduto, quello preferito dai registi, quello scelto dalle cicogne per i loro nidi, quello più malinconico e abbandonato, ogni anno più sepolto dalle sabbie.
Le kasbah hanno questo di speciale: sono proprio oasi, in mezzo al niente, ma evocano tantissime cose, mondi lontani, sconosciuti, misteriosi eppure possibili. Nel mondo c’è chi vive tra grattacieli e traffico e chi ha scelto di rimanere qui, sotto le palme da dattero, sotto un tetto d’argilla e un tetto di stelle.

Ait Benhaddou
La fortezza più bella, fotografata e cinematografica è sicuramente quella di Ait Benhaddou, scelta da Bertolucci per le scene del suo “Il tè nel deserto” e da tanti altri registi per i loro film. Sembra un sogno orientale, al tramonto fa mozzare il fiato, nonostante il tempo l’abbia segnata, nonostante mura e spalti e torri presentino mille ferite, nonostante la terra cada giù e ti dia per questo la sensazione che tutto potrebbe finire presto, proprio come quando il piede di un bambino schiaccia il suo castello di sabbia alla fine della giornata al mare, perché nessun altro possa giocarci o vederlo o entrarci dentro.

Ci entriamo invece proprio dentro col nostro gruppo di italiani avventurosi ma allo stesso tempo discreti, camminiamo lenti tra vicoli, cortili, terrazze, parliamo a bassa voce quasi a temere che tutti i nostri aliti insieme si trasformino in un soffio pericoloso per le fondamenta del meraviglioso castello.
Gli ultimi abitanti di questa kasbah ferma nel tempo sbucano timidi dai loro usci, dalle loro casupole, o li scorgi curiosi in cima alle torri, ti offrono mandorle e datteri, ti invitano a fermarti un attimo per un thè alla menta, per acquistare un vaso, un tappetto, una borsa. Donne velate fuggono dietro gli angoli di creta. Vecchi rugosi sembrano fusi con l’argilla della kasbah. Bambini vivacissimi giocano a nascondino in quello che sembra essere l’ideale regno dei nascondini.
Dalla pianura difronte, prima di ripartire sui nostri pulmini, osserviamo come un rito pagano il calare del sole: l’incanto dei colori rosso, viola, arancio esplode, i pochi contadini rientrano al villaggio con carretti tirati da asini che contengono fieno, limoni e cocomeri, legna e verdure, coltivate da secoli a fatica, là vicino, dove il corso del fiume, ora abbastanza prosciugato, rende per fortuna il terreno fertile.

I grandi registi non potevano non cogliere l’incanto della scena, delle pose fotografiche, dell’incredibile set naturalistico di questo angolo di Marocco. Sembra anche che tutti gli attori impegnati in certe pellicole abbiano vissuto tale esperienza come un premio, come un incantesimo.
Troppo bella la Via delle Kasbah, troppo profumata la Valle delle Rose, troppo forti le immagini e i ricordi di Taouirt, di Ait Ben Haddoud, di Keela des Mgouna, di Boumalne… Un altro Mal d’Africa.
Tineghir
Infine arriva Tineghir… Un quadro, in pratica.
Me la ricordo ancora la pausa sull’altura difronte: dopo chilometri in pulmino lungo corsi di fiumi mezzi asciutti, dopo tanti palmeti e roseti e villaggi abitati da gente povera ma almeno all’apparenza serena e felice, il premio fu questa pausa, un momento di raccoglimento quasi, davanti a uno dei paesaggi naturali e umani più belli del Marocco.

Me le ricordo quelle sensazioni guardando l’oasi e le case di argilla a 1.340 metri, il pensiero rivolto alla vita di quella comunità: il suo amore nel coltivare gli orti e gli alberi da frutto, i meli, i mandorli, gli ulivi, i ragazzini liberi sulle rive del fiume o sotto le palme, le donne coi cesti di frutta o di panni in testa tornare dal fiume ai vicoli di argilla del villaggio, gli uomini riuniti fuori la taverna, al minareto, o impegnati a condurre le bestie o a praticare gli antichi mestieri, lavorando il ferro come il cuoio.
Tineghir è un villaggio fermo nel tempo, circondato da oasi e da pace. Tineghir è il Marocco che non vorresti più lasciare, quello che crea nostalgia, quello con cui sicuramente dovrai fare i conti a breve, sommerso dallo smog delle tangenziali e dalla banalità dei centri commerciali.
Poco lontane si aprono le Gole del Todra, un’altra meraviglia della natura, un viaggio nel viaggio, dentro gole profonde e alture spettacolari, ambienti adatti al rafting, al trekking, alle arrampicate.
Manca solo il panorama più grande, l’arrivo alle alte dune del deserto.




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