Erano nel mio immaginario da tanto tempo: le isole più lontane e selvagge delle Canarie, Lanzarote e Fuerteventura, le più belle, ventose, deserte, senza grattacieli né fastidiosa mondanità o almeno contenute in questo tipo di sviluppo che ha sconvolto tante mete spagnole, col sapore, i colori e la sensazione di vivere già in un pezzo d’Africa.
Le chiamano isole per viaggiatori perché i turisti vanno di più a Tenerife e a Las Palmas de Gran Canaria e chi invece cerca una dimensione diversa, naturale, più nascosta, più spirituale, arriva qui, tra i vulcani e le dune, il mare turchese, i villaggi bianchi, le spiagge infinite.
Un viaggio-scoperta anche nel mare d’inverno, grazie alle temperature favorevoli, al clima dolce e a un sole sempre presente.

Giorno 1, Arrecife, Teguise e Famara


Bellissima la prima giornata, già piena di paesaggi e di emozioni. Il volo è puntuale e siamo a Lanzarote per ora di pranzo, prima tappa Arrecife, il capoluogo. Che non ha belle spiagge e che anzi ti accoglie con vie commerciali che sembrano quelle di una qualsiasi città europea, ma non mancano un paio di primi, romantici scorci: il castello che fa la guardia al porto e che per secoli l’ha fatta agli assalti dei corsari, e il Charco de San Ginès, un lago naturale di acqua marina circondato dalle semplici abitazioni dei pescatori, bar e taverne che aspettano i turisti, un piccolo santuario. Sarà perché è domenica ma la cittadina ha un’aria indolente, di siesta. Camminiamo con piacere per le strade vuote dove il sole forte e il vento caldo rendono più abbacinante la calce bianca che ricopre le facciate delle case, la prima pausa golosa prevede jamòn, pan tomate y una cerveza por favor.
Prendiamo un taxi per andare a Teguise, al centro dell’isola, un borgo antico e silenzioso, la vecchia capitale, una manciata di casette bianche fuori dal tempo, con le sue vie di ciottoli, i vecchi sulle soglie a guardarti gentili, la mole severa del castello sulla collina, le piazze che aspettano la vita del mercato. .
E’ bello semplicemente guardarsi intorno a Teguise, scattare foto ai conventi di san Francisco, San Rafael, S. Domingo e Guadalupe, ai palazzi nobili come quello di Spinola e ai vicini colori della campagna deserta. Poi montiamo su corriera, direzione nord ovest.

La tappa della sera è Famara, un vero paradiso, un luogo remoto. Il villaggio è il solito, una sola strada con locande e polvere, surfisti in giro al tramonto, le donne che giocano a carte fuori le case. Ma la spiaggia è una delle più emozionanti che ho visto in vita mia: colori forti, nero, marrone, la sabbia come le alte scogliere, le onde selvagge, le dune con gli arbusti, un vecchio mulino che ruota ancora le sue pale e all’orizzonte alte montagne e altre isole e gabbiani. Respiriamo una fortissima sensazione di vita selvaggia e di libertà. E già abbiamo capito una cosa: Lanzarote non è un’isola normale col mare placido e celeste e con la macchia mediterranea, ha una luce diversa, ti abbraccia con l’asprezza dei deserti e dei vulcani, col suo grande mare aperto, ha un fascino tutto suo, da ultimo posto del mondo.
Nei giardini pubblici di Teguise e di Famara al posto dell’erbetta e delle aiuole di fiori abbiamo visto la sabbia nera, per chilometri non si vede che il paesaggio nudo e vuoto, c’è pace, c’è silenzio, c’è vento, percepiamo anche il carattere orgoglioso dei nativi, infatti su più muri appare la scritta “descolonizaciòn”. Per cena la gente rincasa, chiacchiera, i bambini strappano ai genitori l’ultimo permesso per un gioco all’aperto e noi ci scegliamo una trattoria dove gustiamo gazpacho, formaggi e un pesce gigantesco alla brace, erto come una bistecca alla fiorentina. La notte col rumore del mare e del vento la passiamo nel BB di una signora che nelle trattative del pomeriggio aveva fatto un po’ le fusa, perché per due notti non le conveniva affittarlo ma poi col sorriso e l’aria dei viaggiatori innamorati dell’isola abbiamo vinto noi.

Giorno 2, i capolavori di Manrique
Ci svegliamo presto ed è il più bello dei risvegli: una luce rossa e magica avvolge tutta la baia di Famara, le spiagge sono vuote, il mare è di una calma irreale, fratello lontano di quello mosso della sera prima. La camminata sulla spiaggia ci regala un panorama che da solo vale il viaggio. Poi il villaggio si sveglia piano piano, arrivano i primi surfisti e i primi nudisti e noi cerchiamo una macchina da noleggiare. Capitiamo in una agenzia che le ha appena finite ma la titolare, una signora per metà norvegese e per metà basca finita chissà come quaggiù si intenerisce e ci presta gratis la sua vecchia Fiat 127 (!!) che è un vero affarone, partenze in discesa grazie ai morsetti della batteria a parte!!
Comincia il giro. Prima tappa il favoloso Jardin de Cactus, un raro tesoro botanico.
Dentro un’arena, su terrazze di sabbia nera separate da muretti in pietra, si ammirano un centinaio di specie di cactus, lunghi e spinosi, cicciotti e col fiore, pieni di peli o con forme falliche, specie mediterranee, endemiche e latinoamericane. L’artista più famoso dell’isola, Cesàr Manrique, ha pensato di dare al giardino un tocco magico con felici intuizioni architettoniche che ricordano un po’ i quadri di Mirò per le forme astratte, armoniche, avvolgenti e un po’ le opere di Gaudì per l’estro fantastico. Secondo me lui era uno che amava la sintesi tra arte e natura ed era dotato di visioni sublimi dello spazio scenico perché nel giardino non c’è un elemento architettonico fuori posto, dai lampioni a forma di cactus alla bottega dei souvenir ricavata nel mulino.

Proseguiamo verso la costa nord di Lanzarote dove una antica e tremenda eruzione del vulcano Corona scavò un condotto sotterraneo. La Cueva de los Verdes fa vedere chiaramente l’impressionante azione distruttiva della lava e, oltre tutto, regala la sorpresa di uno specchio d’acqua talmente immobile da sembrare un precipizio. Poco lontano un altro dei colpi di genio di Manrique: ha modellato spazi rocciosi, cavità naturali, le ha riempite di piante e laghetti, per creare i Jameos de Agua, che rappresentano insieme una passeggiata affascinante nel grembo della natura, un bar in una fossa di felci, un auditorium dall’acustica eccellente ricavato in una spelonca e un angolo di paradiso con palme e piscina e ancora giochi d’acqua, sculture in ferro, verande inserite benissimo nel contesto. Nel laghetto vivono dei piccoli granchi bianchi e ciechi e fanno tenerezza persi lì, a nuotare nell’abisso.
Per pranzo facciamo una bella sosta sul lungomare di Orzola che sembra quello del film “Mediterraneo”, con le sue casette bianche e blu, il mare dolce davanti e sullo sfondo la quinta tipica delle Canarie, un carismatico vulcano. Orzola ha scogli e calette, ciuffi d’erba tra le dune, piccole e fredde piscine naturali, un nuraghe di pietra dove potersi adagiare a prendere il sole senza subire il vento.

Nel pomeriggio saliamo al famoso Mirador del Rìo, inventato indovinate un po’ da chi? Da Manrique, che ha tirato su una costruzione in pietra stupenda con vetrate trasparenti, terrazze, curve morbide a seguire l’andamento del terreno e a fornire uno sguardo prospettico su Isla Graciosa e sulle saline. Che genio era quest’uomo, quanto capiva la natura di Lanzarote, quanto è stato capace di esaltarla!
Sulla via del ritorno passiamo per la Valle de Harìa, fotografiamo le palme, ci beviamo una birra in un villaggio addormentato. Un tramonto rosa chiude la giornata sui tetti di Teguise e sulle alte e nere scogliere di quel luogo meraviglioso che è Famara.
Giorno 3, dal Museo del Contadino alla Riserva del Papagayo

Oggi andiamo a vedere il sud dell’isola. Solita partenza a spinta e via verso la zona della Caldera del Cuchillo, molto suggestiva coi suoi colori caldi e aspri, i campi coltivati a fatica e protetti dai muretti alzati con pazienza dai contadini contro il vento. Non c’è un’anima, ma l’anima ce l’ha Lanzarote, eccome. Il Museo del Contadino, anche questo voluto da Manrique, celebra appunto la vita, i mestieri, le tradizioni delle genti isolane. Macchine, locali, ombrelloni, discobar ti aspettano come per contrasto al centro mondano di Puerto del Carmen ma a noi non piacciono i rumori delle sale giochi e i menu standardizzati con le bandiere europee sui tavoli, le spiagge affollate dei tedesconi che si comprano pinte di birra e buste di souvenir, quindi si tratta di una toccata e fuga, davvero.
Sopra Puerto del Carmen, come una terrazza sul mare, c’è Tìas, il centro culturale dell’isola, anche perché in una grande casa bianca con giardino canario sotto il vulcano ha deciso di vivere la sua saggia vecchiaia il premio nobel della letteratura, Josè Saramago, assolutamente stregato da Lanzarote. Più a sud si apre la particolarissima Valle de la Geira che è un altro paesaggio spettacolare di Lanzarote, che esiste solo a Lanzarote. Immaginate una distesa di lava nera, di terra scura, con poche tenaci piante che resistono in buche scavate nel terreno le quali donano umidità per via dell’effetto della cenere notturna, e riparo ovviamente dal solito nemico vento. Sono le viti nane di Lanzarote, migliaia di piccole, preziose viti curate con un amore enorme dal campesino canario, in un paesaggio lunare.

La macchina sbuffa tra i leggeri pendii, sappiamo che potrebbe fermarsi da un momento all’altro ma allegri continuiamo anche perché sappiamo che sicuramente qualche abitante dell’isola ci aiuterà. Scegliamo vie secondarie nella campagna, corriamo sulla sabbia nera e poi finiamo a bere un calice di vino alle “Montanas del Fuego”. Sembra una scena tratta dal film “La casa degli spiriti”, con la fattoria isolata nel piano infinito del Cile. Yaiza sa di Africa e nel dopo pranzo ricorda invece le pagine dei romanzi di Garcia Marquez, quando il ghiaccio placa l’arsura di Macondo o quando i duellanti per amore si sfidano nel pomeriggio del tropico. I momenti e i movimenti sono lenti, il sole è implacabile, le cicale cantano, la terra bruna circonda il villaggio, le palme lo abbelliscono, un campanile rintocca.
Il secondo alloggio del viaggio lo troviamo nel paesino turistico di Playa Blanca, che è schierato lungo un animato lungomare, ma assolutamente diverso dal caos di Puerto del Carmen. Negozietti, ristorantini ottimi, la brezza del mare, le luci della sera: probabilmente il posto migliore per una vacanza di pieno relax a Lanzarote. Anche perché l’ora più bella del giorno è dedicato alle meravigliose spiagge lì vicino.
Punta Papagayo… che posto, che paesaggio, che luce…

Ci si arriva dopo aver attraversato in navetta da Playa Blanca un tratto di deserto e dopo aver pagato un pedaggio perché si sta entrando in una riserva naturale. La prima vista, indimenticabile, è da un promontorio a picco sul mare: a sinistra ecco una ampia baia a forma di mezzaluna, con le scogliere alte e l’acqua color smeraldo; a destra una spiaggia lunghissima con le dune e il mare selvaggio. Nella caletta più riparata facciamo un bagno freddo (siamo nel mese di marzo) ma stupendo, che rilassa tutto il corpo, d’altronde non è che l’Oceano Atlantico a luglio o agosto sia troppo più caldo.
Giorno 4, il dio vulcano
Il giorno del vulcano, delle montagne del fuoco, della natura impressionante e unica di Lanzarote. Di buon mattino ci mettiamo in macchina per percorrere strade dritte in un deserto enorme, sullo sfondo ci aspettano loro, le rosse vette vulcaniche. Ai lati della pista solo lava, lava nera, un mare nero, l’inferno sceso sulla terra, anzi aperto sulla terra.
Quasi tre secoli fa l’isola si trasformò, esplosero i suoi vari crateri, furono distrutti da cenere e fiamme molti villaggi e il panorama diventò lunare, irreale, una cosa incredibile. Il primo giro sulle pendici dei vulcani è a dorso di dromedario. Tanti dromedari, forse un centinaio, vengono condotti ogni giorno in questo punto in carovana da Uga, un villaggio minuscolo e perso nella pianura sottostante.


Restano accovacciati in fila indiana, custoditi da una squadra di contadini che indossano una camicia bianca e un cappello nero. Gli animali se ne stanno in pace, brucano sotto un sole fortissimo, dormicchiano, defecano a volontà, finché arrivano i turisti come noi a bordo degli unici torpedoni che possono penetrare nel cuore della riserva. E allora grugniscono quasi per protestare: “Non caricatemi in groppa quella panzona!” – “Un altro giro non voglio farlo, fa troppo caldo”… Comunque la scalata va fatta, anche se è una turistata, anche se il tuo dromedario a volte sembra più eccitato dal profumo della dromedaria davanti o chissà se dalla femmina umana trasportata “dal collega”, che arriva ad annusare e a puntare col suo muso.
Una volta in cima fra colori accesi e orizzonti di lava, si compie un bel giro panoramico in mezzo ai carismatici vulcani di Lanzarote, chiamati dagli isolani appunto “le montagne del fuoco”. Anche questo è un paesaggio da alba del mondo o da The Day After, decidete voi. La natura è selvaggia, nuda, quasi inquietante. E fa un caldo che sembra di stare in una padella. E a proposito di padella sopra un buco della terra è appoggiata una griglia dove cuociono succulenti galletti.
Dopo pranzo per prendere un po’ di anelato vento ci spostiamo di nuovo verso il mare, verso la Laguna El Golfo, uno specchio d’acqua verde, vicino a una spiaggia nera, vicino a una scogliera rossa, vicino all’oceano blu, vicino alla schiuma bianca delle onde. Sensazionale.

Lanzarote è il posto europeo che ho visitato fino ad oggi che mi ha fatto sentire più in balia degli elementi.


Le soste successive ci permettono di ammirare sia dei soffioni nelle caverne di Hervidores sia delle saline di Janubio e poi un altro pomeriggio incantato a Playa Blanca e al Papagayo. Per la cena scegliamo di tornare a Yaiza e di gustare stavolta dell’ottima carne cucinata a vista nel Parador “La Era” costruito da Manrique su ispirazione dei patios andalusi. La griglia, l’aria dolce della notte, le palme, le stelle, echi di musica, il film dei giorni straordinari vissuti a Lanzarote.
Giorno 5, arrivo a Fuerte

Riportiamo l’auto dalla nostra salvatrice, lasciamo una lacrimuccia all’ultima vista di Playa Famara e poi ripercorriamo l’isola al contrario per salire sul battello che collega Playa Blanca a Corralejo, isola di Fuerteventura. Il primo impatto non ci entusiasma, il paesino è un posto che si è sviluppato male, con tanti residence, locali, bar coi camerieri che ti spingono dentro e coi surfisti che la fanno da padroni. Quella del surf continua a sembrarci una tribù, molto affascinante e libera ma anche una specie di setta molto chiusa: look trasandato ma di moda, colori fluo, capelli simil rasta, facce cotte dal sole, sorrisoni da depliants, l’inglese come unica lingua, feste per surfisti, negozi per surfisti, donne per surfisti (qui si potrebbe aprire un capitolo a parte, nel provare a descrivere queste dee adoranti addobbate di bandane e collane che aspettano gli eroi delle tavole tornare sulle spiagge o che camminano, sempre qualche passo dietro di loro, sul corso serale di Corralejo). E’ evidente che io e Lara non andiamo troppo a genio alla tribù perché ne incrociamo almeno dieci nella passeggiata prima di cena e nessuno ci porge il fatidico volantino per la festa serale, ovviamente per surfisti. Nell’addentare un bel calamaro arrosto e dando la colpa alle mie ciabattine da Alberto Sordi in vacanza, me ne faccio una ragione.

Giorno 6, Betancuria e Jandìa de Sotavento

A bordo stavolta di una macchina impeccabile cominciamo la scoperta di Fuerteventura. A soli 5 km da Corralejo ci sono spiagge lunghissime e dune favolose dove hanno girato alcune scene di “Star Wars”. In giro si vedono solo surfisti e capre, montagne e cespugli e una distesa di sabbia enorme portata dal vento dal Sahara. Una sosta molto bella andando verso sud è quella dedicata alla Playa de la Pared. Per il resto è meglio fare pause casuali dove l’orizzonte è infinito, dove la luce è particolare. Imbocchiamo la strada provinciale che procede verso l’interno dell’isola che è pieno di polvere rossa e di cactus. Rari i villaggi e i mulini, poche anche le persone. Rispetto a Lanzarote non si notano né casette bianche e linde né muretti di pietra ordinati a recintare i poderi, tutto è arido e selvaggio, buttato lì. Si vedono anche meno contadini, da qualche parte leggo che 8 abitanti su dieci vivono e lavorano nei complessi alberghieri sorti come funghi in alcuni punti di costiera urbanizzati.
Una sosta molto bella andando verso sud è quella dedicata alla Playa de la Pared.

L’unico paesino che merita una vista è Betancuria, che ha un po’ di storia – era sede nobiliare dei conquistadores – e una comunità molto attiva. Infatti gli abitanti del villaggio, raccolto intorno a una chiesetta deliziosa, hanno creato una Casa-Museo-Fattoria con vari patios abbelliti dai tipici arredi della campagna, adibiti alla degustazione e alla vendita dei prodotti locali (formaggi, vino, capretto arrosto, marmellate, miele, liquore di cactus, torroni di mandorle) e volti a rappresentare arti e mestieri di Fuerteventura, anche con l’ausilio di filmati, balletti, sottofondi musicali. Una bella pausa, come quella tra i mulini abbandonati di Antigua o nel paesaggio sahariano di Pajara. Poco dopo arriviamo al nostro residence panoramico, proprio sopra la magnifica Playa de Jandìa de Sotavento.


Provo a descrivere questo capolavoro della natura: 15 km di sabbia soffice, di dune, di laghetti marini provocati dalle maree, con un’acqua fredda e trasparente e tante montagne sullo sfondo.
E’ un luogo per camminate infinite, per respirare tutta la bellezza e la vastità dell’Oceano, meglio ancora se al tramonto o all’alba quando la luce gli regala lo stesso impatto di un sogno.
Questa spiaggia è il motivo principale per visitare Fuerteventura, per rimanere coinvolti dal suo spazio vergine, dai suoi colori, dall’aria e dal vento che muovono dolcemente la sabbia, le creste delle onde lunghe, i ciuffi d’erba sulle dune. Un paradiso, una delle spiagge più belle, lunghe e pure mai viste. E ovviamente set di riprese fotografiche, con modelle belle quanto la natura la stessa.
Giorno 7, il Safari
L’ultimo giorno di vacanza prima del volo del giorno dopo è dedicato alla scoperta della costa occidentale di Fuerteventura, completamente disabitata, rivolta in faccia all’Oceano immenso. Si passano il piccolo centro mondano di Morro Jable che ha ogni sorta di locale (ristoranti, discobar, sexy bar, casinò, sale giochi), si doppia il faro alla punta sud dell’isola e poi comincia il Nulla.
Una bellissima avventura tra sole e mare, scogliere e cactus. Qualche matto solitario cerca l’onda giusta anche su questo lato, un lato dell’isola che per la verità va solo scoperto con un lungo percorso on the road, senza schemi, senza tappe, senza orari, scegliendo la trattoria giusta per mangiare un pesce appena pescato, guardando, anzi ammirando tutto il wild side che Fuerte è capace di regalare.



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