La moleskine ricomparsa all’improvviso a ricordarmi del Marocco e della lunga valle di oasi percorsa come una sorta di avvicinamento spirituale al deserto diventa un ricordo molto vivo quando sfoglio le pagine dedicate alle Kasbah addormentate sotto il magico cielo del sud…

“A Telouet pranziamo sotto la tenda della comunità e il pollo in tegame con patatefritte e olive si merita una mezza pagnotta di scarpetta… davanti a noi la Kasbah, uno dei primi tanti villaggi-fortezza che vedremo, bella e malinconica insieme, un’immagine del tempo che passa… dove le cicogne hanno scelto di fare il loro nido, i bambini di giocare a nascondino e le mura di crollare piano piano. Dalla terrazza merlata si ammira in primo piano il minareto e si sentono lamentose voci di preghiera. Qui regnava il potente signore di Glaoui che donò alla regione tante regie da fiaba e l’orgoglio berbero di non sottomettersi mai agli arabi.”
“L’umore del gruppo è alto perché il paesaggio che si snoda davanti agli occhi è semplicemente meraviglioso: rocce e terra rossa, una striscia di verde, il nastro argentato del fiume, una vista che significa oasi e orto, giardino e palmeto, una forma di vita irriducibile tra le montagne e il deserto. Camminando o anche guardando dal finestrino le differenze col mondo evoluto sono evidenti: i muli invece dei motorini, i barattoli invece che i videogiochi, i biscotti fatti al forno invece che i Mc Donald’s, le sane corse tra i campi invece che i capi chini sui telefoni. Certo che è un mondo isolato, dimenticato, probabilmente molti abitanti dell’Atlante non hanno mai viaggiato fino al mare di Tangeri, non hanno mai visto i grattacieli e i locali notturni di Casablanca, custodiscono però gelosamente il loro tesoro, tutto quello che hanno, tutto quello che possono vantare agli ospiti come noi: la Kasbah d’argilla”.

“Il viaggio prosegue alla Kasbah di Taouirt, in pratica ubicata alla periferia di Ouarzazate. Questa fermata è l’occasione di penetrare dentro un villaggio berbero patrimonio dell’Unesco dove c’è, più che un fortino semi abbandonato, un piccolo mondo di contadini e artigiani e guide turistiche che si agita e pulsa. I disegni sulle mura della Kasbah sono gli stessi che si ritrovano sui tappeti berberi. I berberi… appunto. La parola deriva dal latino “barbarus”, che significa “straniero”. Le loro case hanno una netta separazione fra lo spazio maschile e quello femminile, fra il fuori del cortile, del patio dedicato alla conversazione, al ricevimento, alla preghiera e ai pasti in comune e il dentro delle stanze dove le donne esercitano le attività domestiche vicino al pozzo, al forno, ai magazzini, alle stalle, alle cucine. Nel mondo fuori il simbolo è il the alla menta che si prepara per ogni visita, nel mondo dentro il simbolo è il telaio, sempre occupato da una donna laboriosa. I momenti corali della vita nelle comunità berbere sono i Moussem, delle feste religiose, gastronomiche e musicali dedicate a quelli che hanno visto La Mecca e ovviamente i suk nei paesini montani dove i contadini arrivano per comprare e vendere, datteri, olive, lana, a dorso dei muli o alla guida di camion scassati, carichi di fagotti, pronti anche a svolgere in piazza le faccende private come l’appuntamento col dentista, col barbiere, col dottore, finendo la giornata con un arrosto di montone e l’ascolto di un cantastorie”.

“Lo stato di contemplazione massima è il tramonto vissuto davanti a Ait Benhaddout, la luce calda emana dalle pareti decadenti della fortezza fino ai nostri visi. L’esperienza è fra le più alte del viaggio, qualcuno sogna, qualcuno si bacia, qualcun altro si commuove. Non è solo un panorama unico al mondo ma ti coglie una sensazione difficile da spiegare, un pensiero divergente che mette in fila tutti i viaggi fatti, i luoghi amati e rispettati, i popoli conosciuti nella tua vita. Te lo saresti mai aspettato da un luogo che circondato dalla luce più bella che esiste e da campi di mandorli in fiore e da piste polverose trasmette un senso di rovina imminente e di sgretolamento?”.
Il viaggio prosegue verso Tineghir e Boulmane, le emozioni non finiscono mai…
“Lungo il corso dei fiumi ecco la via e la vita delle Kasbah, comunità berbere chiuse e schive, gelose delle loro tradizioni e della loro microeconomia, che spuntano qua è là tra le vette impervie e il deserto, che donano il refrigerio e il riposo di un’oasi, il profumo di un roseto i cui petali diventano raffinate essenze francesi, che sono il simbolo del grande sud marocchino dove la sabbia è sempre in agguato e minaccia di coprire tutto”.
“Come nei libri di favole le kasbah si scoprono una dopo l’altra e raccontano tante storie: sono state le fortezze dei sultani berberi contro i predoni del deserto, residenze principesche, villaggi laboriosi, basi per spedizioni di guerra, grandi granai e magazzini di cooperative di artigiani e contadini, luoghi amati da artisti e viandanti… Le Kasbah con la loro bellezza eterna e semplice e povera, fatta di fango e paglia, di pietre e tronchi di palma, con la loro bellezza fragile perché esposta a sole, vento, piogge, sono state luogo di miti e meraviglie, presenze magiche e severe, rifugio di pittori, di nomadi, di cicogne, di cani abbandonati, di gente che del mondo moderno non ne ha mai voluto sapere nulla e ha preferito le erbe dell’orto, accudire i suoi animali e cogliere i suoi limoni. Qualcuno ha anche parlato di Civiltà delle Kasbah, forse era o è rimasta qui una forma di felice saggezza…?”.

“Tra tante atmosfere che ricordano un passato medievale mi accorgo anche di quello che sta avvenendo sopra tanti tetti di Tineghir. Là ci sono i terrazzi per dormire al fresco o per seccare la frutta e i legumi e stendere i panni, ma insieme stanno spuntando tante antenne, tanti fili elettrici che svelano il bisogno crescente di tecnologia e comodità e divertimenti, credo, soprattutto, da parte degli abitanti più giovani. E allora ci si accorge che è vero che si visita un mondo di castelli di sabbia ma che questo equilibrio è anche precario, che i bus per il nord sono sempre pieni e che tanti giovani partono per non tornare più. Il Confine della Kasbah è un confine che prima o poi, a venti, a trent’anni, si supera. E la favola resta quasi disabitata, col vento sabbioso e la notte di stelle che calano sui volti dei vecchi”.




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