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Il grillo Racconta / Isole

Marettimo, la Primitiva

L’essenziale

Marettimo, la Primitiva

“Se un inverno a Roma non vi rispondo provate a cercarmi qui, mi piacerebbe perdermi o ritrovarmi in quest’isola primitiva”. A volte è la frase pronunciata da una compagna di viaggio a cristallizzarti nella mente e nei ricordi l’immagine più pura e chiara di un’isola.

Primitiva, sì. Marettimo lo è. Il lembo di terra più lontana da Trapani, che magari nei lunghi inverni resta isolata dal mare grosso, dalle onde schiumose, dalle tempeste di vento, dagli stessi traghetti che non riescono molto spesso a consegnare i beni di prima necessità.

Primitivo e autentico questo paesino di pescatori e di marinai o di vecchietti rimasti a raccontarsi le storie sulle sedie fuori l’uscio, nel corso principale dove nelle afose estati passa almeno un filo di aria fresca. Di pochi bambini che corrono dietro a un pallone e che hanno scelto come porta quella della chiesa. Di case tutte uguali e tutte semplici, quei cubetti bianchi con le persiane azzurre che tanto ricordano un’isola delle Cicladi.

Primitivo e autentico questo paesino di pescatori e di marinai o di vecchietti

Marettimo è un’isola dove primitiva è anche la natura: scogliere bianche e nere, altissime e impervie, anche per le poche caprette, per i pochi conigli selvatici che si sono ammalati per assaggiare la resina dei pini; vie del trekking che salgono verso le montagne, i boschi e i promontori più lontani, sorvegliati soltanto dai vecchi ruderi di un castello, dagli uccelli, cotte dal sole o sbattute dal vento.

A Marettimo primitiva ed essenziale sono le parole giuste, le dimensioni giuste, quelle che sembrano dipingere meglio un paesaggio selvaggio e remoto, nudo e povero. Che davvero ti aspetta lontano da tutto e che forse ti seduce perdutamente proprio per questo.

Un altro volto nascosto di Marettimo che fa ti battere il cuore è la fiancata del vicoletto sotto la Chiesa ricoperta come è di disegni, ceramiche, piastrelle, quadretti, tutti dedicati al misterioso e affascinante mondo del mare, coi suoi miti, i suoi mostri, i suoi pericoli, i suoi poeti, dal pescatore di Akrotiri al tuffatore di Paestum, dall’ode di Neruda alla frase di qualche marinaio che ringrazia il dio dei pescatori. Nel caldo bisogna fermarsi lì e leggere tutto, sentire tutto. Sentire l’anima dell’isola.

Un altro volto nascosto di Marettimo che fa ti battere il cuore è la fiancata del vicoletto sotto la Chiesa ricoperta come è di disegn

La sacra

“Per me quest’isola ispira insieme un senso di sacro, di abbandono e di preghiera, un viaggio alle origini di qualcosa, di quello che siamo o di quello che abbiamo perso”.

Sulla barca guidata da Pippo, un marinaio con gli occhi vispi, la battuta pronta, i baffoni neri simili al protagonista della réclame del tonno, la pancia soddisfatta da un piatto di busiate con pescespada e melanzane appena gustato nel patio di casa, la stessa amica incantata davanti alle Dolomiti di Marettimo o dalle sue incredibili grotte con l’acqua celeste, rinnova il suo desiderio e la sua filosofia.

Per me quest’isola ispira insieme un senso di sacro, di abbandono e di preghiera

Marettimo in effetti era definita “La Sacra” dagli antichi greci, ma i vari Polibio, Plinio e Tolomeo non ci hanno mai spiegato perché, forse perché l’Isola-Montagna piena di sentieri panoramici, di agavi e pini marittimi, di mufloni e di falchi, un vero santuario della biodiversità (solo a livello di piante e fiori se ne contano 200 di specie endemiche, la ferula e il cisto, la pinocchina e l’erba ghiacciola…) hiera, ovvero “sacra”, lo era sempre stata.

Chissà …, forse incuteva tanto timore o tanta speranza dal mare, anche agli antichi naviganti romani che percorrevano le rotte dalla Sicilia a Capo Bon in Tunisia e che restavano impressionati dalle sue montagne alte, dalle sue scogliere selvagge, dalla sua fitta macchia mediterranea. O era ritenuta da sempre sacra perché raggiungerla in mezzo a un gorgo o ad una tempesta significò per tante generazioni e spedizioni greche e romane e puniche un’oasi sicura. O per altre teorie che volevano vedere dall’unione del termine “Mari”, la Vergine Maria, con la desinenza di “Timao”, verbo greco che significa “onorare”, un omaggio e un culto della Madonna legata in modo sincretico a quello più egiziano ed orientale di Iside, la dea protettrice dell’acqua e dei popoli del mare.

piena di sentieri panoramici, di agavi e pini marittimi, di mufloni e di falchi, un vero santuario della biodiversità

Mare e timo, grotte e colori

Secondo fonti storiografiche molto più recenti – parliamo ora del XVI secolo e dello storico siciliano Tommaso Fazello – il nome si trasformò poi in Marettimo per l’evidente onnipresenza del mare legata a quella del timo, l’erba aromatica usata per profumare i barili di sarde essiccate col sale.

Quale che sia il vero significato del suo nome l’isola ti ammalia con le sue onde, le sue erbe, le sue rocce nude, i suoi orizzonti, la sua luce, la sua natura estrema e prepotente e ti restano a lungo dentro quelle alte scogliere che cadono a picco sul mare e sul mare le tantissime grotte, da ammirare appunto col giro in barca: quella del Cammello, quella del Presepio, quella del Tuono, la Perciata, la Bombarda…

l’isola ti ammalia con le sue onde, le sue erbe, le sue rocce nude

In una grotta ci puoi nuotare addirittura dentro, sbucando dopo settanta metri dall’altra parte, sempre incoraggiato dalla luce del mare e dal soffitto di un’altezza adatto a respirare; in un’altra grotta entri piano piano con la barca e voltandoti scorgi un paesaggio primitivo di una altissima scogliera che spunta dalla sua stessa apertura. Insomma, un viaggio spettacolare e imperdibile, che è meglio effettuare dalle 16.00 alle magiche luci del tramonto.

Col giro in barca di Marettimo capisci meglio altre cose: che l’isola diventò rifugio di pirati proprio per la sua conformazione, una possente e inaccessibile cattedrale di granito; che oggi la sua area più bella, quella intorno al suggestivo castello di Punta Troia e a Cala Maimone merita di essere salvaguardata come zona marina protetta e costituisce il più importante Parco naturalistico delle Egadi; che le poche e squisite trattorie possono vantare il piatto tipico nella zuppa d’aragosta, che si pesca abbondante in questi profondi e incontaminati fondali; che in alcuni punti puoi scattare delle magnifiche foto in verticale che ritraggono l’azzurro del mare, il nero degli scogli, l’ocra della terra, il verde delle foreste, il marrone delle montagne, il bianco delle nuvole e il celeste del cielo. Impressionante…

puoi scattare delle magnifiche foto in verticale che ritraggono l’azzurro del mare, il nero degli scogli, l’ocra della terra, il verde delle foreste

Sull’isola sono presenti anche le rovine di una villa romana e di una chiesa bizantina, a testimoniare i ricordi di molte epoche e il passaggio di molte civiltà.

Chi ha tempo le raggiunge tramite i numerosi sentieri che finiscono poi sulle vette e nelle foreste, chi ha meno tempo si accontenta dei bagni di mare nella baia del Porto Vecchio dove ormeggiamo le barchette colorate dei pescatori o meglio ancora intorno allo Scalo Maestro e alla spiaggia di Praia dei Nacchi, paradiso dello snorkeling, che si raggiunge a piedi in quindici minuti dal piazzale aperto sul mare del Porto nuovo.

La piccola discesa a piedi in questa caletta equivale a una discesa nella purezza.

La piccola discesa a piedi in questa caletta equivale a una discesa nella purezza.

Il resto del tempo puoi camminare lentamente nel paese, l’unico dell’isola, contare i particolari azzurri che si stagliano sulle pareti di calce bianca, le maioliche coi nomi delle famiglie e i paesaggi dell’isola, i vasi coi cactus dentro, le edicole sacre, le porte e le finestre di legno, le panchine per riposare e per guardare l’infinito, i tavolini del Caffè Tramontana abbelliti dalle ceramiche di Nino Parrucca.

Ospiti nella notte

L’ultimo pensiero dedicato a Marettimo – e stavolta non della mia amica ma del nostro barcaiolo – mi fa commuovere mentre prendo un aperitivo in attesa dell’aliscafo che ci riporta a Favignana…

“Durante i mesi invernali arrivano come fantasmi, in mezzo alla notte. Li sbarcano sul lato più remoto dell’isola, quello che guarda da lontano l’Africa. Miracolosamente qualcuno di loro riesce a vincere le onde e il vento, si spacca le braccia arrampicandosi sulle scogliere nere, si spacca le gambe per raggiungere uno dei sentieri che dal faro o da Punta Troia raggiungono il paese. E noi siamo lì, ancora una volta, pronti ad accoglierli, a buttare una coperta su un bimbo, a preparare un pasto caldo”.

Per le cronache attuali sono numeri, problemi, migranti, clandestini.

Per il cuore grande e sacro degli abitanti di Marettimo sono semplicemente persone.

Da salvare dal buio, dalla paura e dal mare. Affinché anche loro, gli ultimi di oggi, possano respirare l’aroma del timo.

Per il cuore grande e sacro degli abitanti di Marettimo sono semplicemente persone.

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