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I grandi reportages / Marocco on the road

Marocco on the road – Tangeri

La porta dell’Africa

Quella sensazione estraniante, dolce e indolente insieme, che coglie inesorabilmente tutti i viaggiatori che prima o poi decidono di scoprire l’Africa, comincia qui, tra i vicoli della medina di questa città bianca aggrappata su un’alta falesia che guarda da sempre il Mediterraneo e lo Stretto di Gibilterra.

Una nostalgia che nasce dalla luce, passa per i ritmi di vita più rilassati, per certi sapori, certe note musicali, certe notti di folklore, certe ispirazioni artistiche e intellettuali, certi sguardi e poi prosegue fino alle dune del deserto, alle città imperiali o alle onde del mare che un meraviglioso paese come il Marocco ti sa offrire in dosi generose e uguali.

Marocco on the road - Tangeri - La porta dell’Africa

L’aria del porto

Il porto di Tangeri basta già da solo a farti sentire in Africa: i suoi arrivi e soprattutto le sue partenze, di tanti giovani verso paesi più fortunati, la Spagna in primis, distante appena un braccio di mare di 15 chilometri; il traffico delle merci e dei cargo, delle gru e dei container, a volte pieni di merci, derrate alimentari, pezzi di ricambio, altre di carichi umanitari o di contrabbando, altre volte ancora di droghe (i quintali di haschish del vicino Rif) o di uomini paurosi e in fuga e basta, i clandestini; la sua vicinanza con le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, che sanno già tanto di clima afoso e di avventure da legione straniera; le semplici barche dei pescatori, che riportano il cibo a casa per la sera. Poco oltre le prime spiagge, oggi punto di incontro preferito dei giovani e sede di nuovi grandi alberghi.

Il porto di Tangeri basta già da solo a farti sentire in Africa: i suoi arrivi e soprattutto le sue partenze

Verso la Medina

Poi arriva la città bassa, la parte moderna, curiosa dell’Occidente. Siamo nella zona molto animata di Place de France e Boulevard Pasteur e subito dopo in quella del Grand Socco, super affollata di taxi e di traffici, con alberghi, ristoranti, palazzi bianchi, vie larghe ed eleganti, tutto sommato ordinate.

Che hanno visto e vissuto tante dominazioni, da quella romana a quella araba dei califfi, fino a quelle delle potenze coloniali spagnole, inglesi e francesi che la trasformarono specie negli anni ruggenti del suo sviluppo artistico, dal 1920 al 1960, in una sorta di zona franca, di protettorato internazionale dove c’era davvero posto per tutto e per tutti. Qui si aggirano procacciatori d’affari, avventurieri seduti ai tavoli dei bar e in procinto di scoprire tutto il continente, belle ragazze berbere dagli sguardi incendiari che aspettano i turisti nei locali, accanto a una grande comunità di artisti, scrittori, pittori che spesso affascinati da tanta mescolanza di razze, di culture e di lingue sono rimasti per sempre nella bianca città vecchia, a cogliere l’ispirazione, ad aprirsi un atelier lassù in alto, dove ogni passeggiata e ogni giornata regalano luci ed esperienze diverse.

una grande comunità di artisti, scrittori, pittori che spesso affascinati da tanta mescolanza di razze, di culture e di lingue

Tangeri per tanti intellettuali, pensiamo a William Burroughs, a Paul Bowles, a Jack Kerouac, ad Allen Ginsberg, a Tennessee Williams, ha rappresentato il luogo del piacere, del talento, del vizio, della trasgressione, con l’aria calda dell’Africa sempre a fare da complice, ad accompagnare estri, bevute, deliri, smarrimenti e amori di ogni tipo.

Infatti attraversando quello che una volta era la mellah, lo spazio del ghetto ebraico col famoso mercato dell’oro, ci si comincia ad arrampicare e Tangeri è proprio allora che cambia, che acquista tutto il suo fascino, la sua atmosfera vitale e irripetibile.

Quando si arriva nella grande Casbah, negli stretti vicoli, quando si percorrono vie di calce che si aprono improvvise sull’orizzonte azzurro e c’è tutta una Tangeri nascosta che si percepisce appena dai suoi balconcini, dai suoi archi, dalle sue piazzette, dalle sue botteghe e dai suoi cortili.

Fino in alto

Quando si arriva nella grande Casbah, negli stretti vicoli, quando si percorrono vie di calce
© Copyright wikipedia

(foto presa da wikipedia)

E’ piacevole camminare a caso e anche perdersi nella Medina di Tangeri, scoprire i palazzetti in stile art decò, le vecchie pensioni e i mestieri artigiani nella Rue des Chretièns, assaggiare il cibo dalle bancarelle, sorseggiare il thè alla menta ai tavolini dei bar, fumare o bere lentamente, arrivare fino in cima alla Casbah, allargare lo sguardo, abbracciare tutto il grande spazio di luce e bianca e azzurra che si apre davanti, fermarsi su un muraglione a inseguire qualche sogno o qualche nostalgia e infine aspettare la sera per una cena tipica in una taverna o per uno spettacolo di danza del ventre, o anche solo per aprire la mappa del grandissimo viaggio in Marocco che ti aspetta.

E che deve iniziare più qui che a Casablanca, perché Tangeri è più bella e simbolica di Casablanca, è più raccolta, più bianca, più vibrante, più calda di luce e sentimenti.

Maledetta e romantica

alla Casbah, allargare lo sguardo, abbracciare tutto il grande spazio di luce e bianca e azzurra che si apre davanti
© copyright wikipedia

(foto presa da wikipedia)

Tanti tour del Marocco cominciano subito con le bellissime città imperiali o appunto con uno sbarco nella metropoli di Casablanca: è sbagliato, bisogna avvicinarsi al Marocco dalla sua vera porta, da questa città che ha un’anima insieme maledetta e romantica, africana e latina, araba e mediterranea. Che si fa scoprire nel modo più semplice nei suoi vicoli, nei suoi Caffè e nel modo più ricco e solenne nelle stanze del Palazzo del Sultano che ospitano il meglio di tappeti, gioielli, ceramiche e mobili in stile maghrebino. Che intriga sempre e comunque perché lo sai che di qui sono passati tanti viaggiatori e tanti artisti, che hanno lasciato tracce, semi, opere e storie. Che ha il suo genius loci probabilmente nel Petit Socco, il luogo preferito dai poeti della Beat Generation, il piccolo suq delle libertà e delle trasgressioni dove i libri si scrivevano magari al Cafè Tingis, col cocktail in mano e una modella berbera o un giovane aitante seduti sulle cosce.

Ad alimentare il mito di una Tangeri cosmopolita, eccitante, così diversa dalle altre città marocchine e africane, hanno contribuito tanto la letteratura e il cinema. Tangeri fu la meta infatti anche per poeti maledetti, espatriati, esiliati, giovani dall’aria stralunata e selvaggia, fatti di acidi come l’LSD, gente in fuga, gente che voleva ricominciare da capo, nelle medine e nei vicoli africani. Fu la tappa preferita dai marinai per i suoi bar e i suoi bordelli, il rifugio delle spie perché tutto sapeva celare e rispettare.

Un suo instancabile amante, come Paul Bowles, autore del romanzo “Il Tè nel deserto” da cui il nostro Bertolucci trasse l’omonimo film, decise in qualche modo di morire qui nel 1999, in quella che chiamava la sua città del sogno.

Paul Bowles, autore del romanzo “Il Tè nel deserto” ... Bertolucci trasse l’omonimo film
© Copyright

L’eco dei pittori francesi

Esotica, frenetica, misteriosa, inquieta, ambigua, torbida, maledetta, pericolosa… Tangeri si è guadagnata tutti gli aggettivi “border line”, soprattutto per gli occidentali ha rappresentato un mitico altrove, senza troppe regole, senza troppe sovrastrutture. Ed è proprio nella città dove tutto è possibile, nella città dipinta con le sue moschee, i suoi mercati, i suoi panorami, le sue alcove, le sue danze, i suoi cavalieri, i suoi sceicchi da Matisse e Delacroix, che deve cominciare a tutti i costi il viaggio alla scoperta del Marocco.

“Dipingo delle odalische perché io le ho viste a Tangeri”, raccontava il primo, quasi a eleggere le donne berbere a suo ideale estetico. Mentre affermava il secondo, totalmente conquistato dalla dimensione esotica e solare della città bianca: “Il pittoresco qui abbonda: è un luogo fatto per i pittori […] La bellezza è dappertutto, non la bellezza raffigurata nei quadri alla moda, ma qualcosa di più semplice e primordiale».

Tangeri come l’ultimo residuo o ritorno della classicità. Tangeri da godere col tempo dalla tua parte, magari nel luogo dove il tempo indulge sempre più volentieri: la Terrazza dei Pigri. Ascoltando la musica malinconica della gaitha, l’oboe arabo.

In una specie di volontario abbandono.

Delacroix, schizzo di un’alcova a Tangeri
© Copyright wikipedia

(Delacroix, schizzo di un’alcova a Tangeri – foto presa da wikipedia)

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1 Commento

  • Giusy Carrella
    22 Gennaio 2024 at 8:28 pm

    Wonderful

    Reply

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