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I grandi reportages / Marocco on the road

Marocco on the road – Quelli dell’Atlante

La scelta

La città bianca di Tangeri, lasciata alle spalle, coi suoi retaggi coloniali, coi suoi vicoli ambigui, coi suoi panorami stupendi, con le sue orme storiche, artistiche e letterarie.

La città blu di Chefchaouen, vissuta anche lei, nel suo incanto, nella sua poesia, nella sua atmosfera.

Ma adesso prima di raggiungere la città rossa di Marrakech ci sono da attraversare le montagne dell’Atlante, almeno alcune di esse. Dall’Atlantico al deserto, dalle città imperiali a quelle mediterranee l’affascinante massiccio roccioso taglia il Marocco per circa 2500 km regalandogli scorci meravigliosi, biodiversità, percorsi turistici, minerali e anche riserve di acqua per gli orti e i villaggi più sperduti.

Marocco on the road – Quelli dell’Atlante

A noi tocca in sorte il tragitto su una vecchia corriera che da Tangeri arriva a Fès, passando per valli, fiumi, laghi, boschi e vette del Moyen Atlas, il Medio Atlante, che si congiunge appunto alla catena mediterranea del Rif.

Potevamo pensare a un aereo diretto su Marrakech o saltare proprio questa parte del viaggio in Marocco ma ci è sembrato affascinante affrontare la nudità, la povertà e la dignità della montagna. Ci è piaciuta in sostanza tutta la precarietà e l’idea di uno spostamento su un mezzo quasi di fortuna, per scoprire prima le foreste di cedri, poi i corsi o gli specchi d’acqua, quindi alcuni remoti villaggi berberi, “animati” quasi tutti dalle stesse cose: l’allevamento di capre e cammelli, il granaio di pietra custodito come una reliquia, le piccole scuole e moschee in mezzo alla polvere, i colori accesi dei pesanti costumi locali, gli umili mercatini all’aperto, i visi cotti dal sole e dal gelo degli abitanti.

l’allevamento di capre e cammelli, il granaio di pietra custodito come una reliquia

Certe emozioni si vogliono, si scelgono.

Il Marocco ha tante bellezze paesaggistiche, artistiche e culturali, ma noi abbiamo voluto avvicinarci anche a questa estrema forma di natura e di vita. Una scelta non facile ma appagante, compiuta nel modo più complesso, non col treno, che collega le due città in 3 ore e mezzo circa, ma col bus (e che bus…) destinato a coprire i 400 km che separano Tangeri da Fès almeno col doppio del tempo. Un tempo che come vedremo si dilaterà oltre misura, dipenderà dalle gomme del mezzo, oppure dai pianti dei piccoli, dalla fame e dalle pause idrauliche dei passeggeri, dagli aiuti agli altri camion lungo il percorso, specie a quelli a cui cadono le balle di paglia!

dagli aiuti agli altri camion lungo il percorso, specie a quelli a cui cadono le balle di paglia!

La corriera

L’inizio mi ha ricordato i viaggi latino americani nel Chiapas messicano o nelle vie andine di Perù, Bolivia e Ecuador: la grande protagonista è ovviamente lei, la corriera colorata, sgangherata, affollata, quasi vestita a festa coi suoi coriandoli appesi ai finestrini, le sue ceste di frutta o di datteri o di pelli trasportate a bordo, le valigie umili appese una all’altra sul tetto e tenute insieme in modo miracoloso da grandi giri di corda, l’immancabile pollo che scorrazza nervoso prima di finire in chissà quale grande padella di chissà quale comunità montana.

I volti: un paio di vecchie rugose dallo sguardo antico, che partono dall’afosa Tangeri ma che sono già coperte di maglioni pesanti perché la sera al loro villaggio farà sicuramente più freddo. Hanno sguardi che ti trapassano, che forse ti interrogano: da dove verrai, chi sarai, che vorrai, che cercherai.

I volti: un paio di vecchie rugose dallo sguardo antico

Un gruppo di uomini silenziosi, che si addormentano appena la corriera parte, me li immagino allo stesso tempo come portuali di Tangeri o minatori delle montagne, perché hanno una rassegnazione e una stanchezza che se li porta via.

La famiglia berbera (i veri berberi, quelli che vivono sulle montagne non sono poligami, a volte capita di esserlo ai berberi calati in città, che si sono mischiati agli arabi): bambini con le faccette cotte dal sole che splende in alta quota, la madre che è una donna bella e misteriosa, occhi e capelli scuri, resa più bella ancora dal foulard che la avvolge, il padre più ciarliero, curioso di noi perché l’estate va a fare il bagnino e il parcheggiatore a Sabaudia e penso proprio che potremo incontrarlo prima o poi, dall’Atlante al Circeo, nel suo destino di andata e ritorno, di continuo, perché per vivere e portare più soldi a casa si fa anche questo.

Mancavano solo alcuni di quei personaggi che secondo la fantasia popolare in ogni viaggio verso est e verso sud ti sembrano usciti dalle storie di “Le mille e una notte”, per stordirti, per sorprenderti, ma il fachiro mangia-spade e l’incantatore di serpenti ci hanno assicurato che li vedremo nella favolosa piazza-teatro di Marrakech.

Paesaggi e soste

Ogni tanto, dopo una salita, dopo una curva, ecco aprirsi vertiginosi canaloni o sentieri accidentati che arrivano magari sulle lontane vette ghiacciate.

Un turismo emozionante, puro e alternativo si è sviluppato da queste parti, a dorso di mulo, per vivere scoperte e sensazioni quasi primitive: la tenda piantata sul ciglio di un burrone o in mezzo a un bosco, i rifugi frugali nei villaggi di fango e argilla, la sera di racconti o cantilene o bevute attorno al fuoco, come sfondo l’avventura, come passioni o sport la speleologia o il trekking, le arrampicate o lo sci, perchè alla fine, per parecchi mesi l’anno, qui si celebra anche un incontro inusuale per le latitudini africane, quello con la neve.

Un turismo emozionante, puro e alternativo si è sviluppato da queste parti

La tabella di marcia è davvero solo ideale, solo un pezzo di carta, perché le soste le decide l’autista tra una specie di trading post con cucina all’aperto e una strada polverosa dove aspettano, speranzosi, cortei di ambulanti che vogliono vendere datteri, stufati, borsette, ciondoli, e forse anche qualche erba proibita.

Altre soste sono obbligate perché l’uomo che guida questa corriera improvvisata tra le montagne si ferma almeno 5 cinque volte per gonfiare le grandi ruote che terranno fino a Fès solo per un miracolo!

E poi le altre soste, perché la nonnina vuole scendere in mezzo al nulla, ma dove va che non si vede una casa manco col binocolo? In quale vallata scende, in quale comunità arcaica va a rifugiarsi?? Perché i bambini devono fare pipì ogni ora, perché l’autista ha fame, la famiglia berbera ha fame dopo l’autista, i portuali o minatori che siano hanno fame dopo l’autista e dopo la famiglia berbera e ogni volta ecco la sosta, l’insegna penzolante di una taverna, di una stazioncina di servizio dove si fa il pieno di carburante e il pieno di focacce.

Una sosta dura più delle altre, vallo a ricordare il nome di quel valico, ed è un bel momento perché ti ritrovi tra le vette del Rif e quelle del Medio Atlante, in una specie di buco nel mondo, con l’aria tersa, il cielo azzurro, il thè alla menta cotto su un pentolone spuntato fuori da chissà dove che ti offre pace e ristoro, i bambini e i polli che si rincorrono, non capisci chi riscorre l’altro, e poi con una dozzina di sconosciuti intorno a una grande tavolata, imbandita con una padella di tajinè imperiale dove si mescolano i sapori di carne di montone, prugne, albicocche, pomodori, datteri e almeno cinque spezie differenti. Da gustare insieme a un colorato cous cous vegetariano.

l’aria tersa, il cielo azzurro, il thè alla menta cotto su un pentolone
una grande tavolata, imbandita con una padella di tajinè imperiale dove si mescolano i sapori di carne di montone, prugne, albicocche, pomodori

Ma quando arriva Fès?

Poi riprendi il viaggio, altri chilometri e chilometri nel niente, di salite e discese, di punti panoramici dove per premiare i pochi turisti l’autista si ferma ancora una volta per permetterci di scattare alcune foto. A noi, i privilegiati.

Poi la sosta per la preghiera e poi quella per far riposare il bambino piccolo della famiglia berbera, che alla centesima curva si è sentito male, ha vomitato, e il suo vomitino è rimasta a dondolare in una busta di plastica quasi davanti ai nostri occhi e al nostro povero naso per venti interminabili minuti.

La tua futura moglie che ora un po’ di stanchezza l’accusa e che non me lo dirà mai ma rimpiange il più comodo, veloce e pulito treno che abbiamo volutamente e cocciutamente snobbato. Io la provo a difendere la scelta rischiosa compiuta il giorno prima, dicendo che un po’ di aria dell’Atlante dovevamo respirarla (l’aria però, non il vomito risponde giustamente lei allo stremo…), che un po’ di berberi, quei berberi indomiti e leoni come si definiscono, quelle genti che furono capaci di fermare l’avanzata degli Arabi, dovevamo incontrarli, incrociare il loro fiero sguardo.

un po’ di berberi, quei berberi indomiti e leoni come si definiscono, quelle genti che furono capaci di fermare l’avanzata degli Arabi,
ma alla fine Fès è arrivata, al tramonto, e alla fine tutti quei panorami

E’ stata durissima, una giornata interminabile, prima calda e in mezzo al viaggio quasi fredda, ma alla fine Fès è arrivata, al tramonto, e alla fine tutti quei panorami, l’umanità bizzarra della corriera e soprattutto gli occhi della donna misteriosa da soli valevano il viaggio.

Chissà se era una sposa devota e sottomessa come spesso capita da queste parti, una che tesse il tappeto, cuoce lo stufato e fa poco altro o più probabilmente un carattere fiero e orgoglioso, quella che sulla montagna più fredda e lontana tiene unita e forte la sua famiglia, educa e sostiene i suoi piccoli, aiuta il suo uomo anche nei lavori più duri com’è tradizione quassù, persa nell’Atlante marocchino. “Haifa, ragazzi, siamo arrivati”. Sono sicuro che nel loro oscuro dialetto il papà ha pronunciato queste parole davanti ai minareti della magnifica Fès.

“Haifa, ragazzi, siamo arrivati”. Sono sicuro che nel loro oscuro dialetto il papà ha pronunciato queste parole davanti ai minareti della magnifica Fès

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