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Metropolis

Metropoli in crisi nell’Africa nera

Lagos

Lagos è ad oggi la città più pericolosa dell’Africa e di certo una delle più difficili e violente del mondo

Per osservatori e giornalisti Lagos è ad oggi la città più pericolosa dell’Africa e di certo una delle più difficili e violente del mondo. Questo perché è cresciuta a dismisura e perché le se è rovesciato addosso il peggior destino possibile: la scoperta improvvisa del petrolio le ha dato il benessere e poi glielo ha tolto, lasciando sulla polvere, tra le baracche in lamiera e il traffico assurdo dove ai semafori gli ambulanti vendono l’acqua, soltanto una lunga sequela di problemi e di ritardi.

Sono le differenze di Lagos a fare paura. Come in tante altre metropoli africane ci sono i sobborghi residenziali e blindati, Victoria Island per esempio, con le ville abitate da diplomatici e uomini d’affari che esportano legname, cotone, arachidi, cacao protette da inferriate e da guardie armate. E per controcanto la città sterminata delle periferie senza luce, senza acqua, senza fogne, senza scuole. Priva delle più semplici speranze.

Come in tante altre metropoli africane ci sono i sobborghi residenziali e blindati, Victoria Island per esempio, con le ville abitate da diplomatici

Lagos è il regno della corruzione e della bustarella ma a darle la batosta definitiva è stato l’assurdo inurbamento demografico vissuto a partire dagli anni ’70, quelli del boom petrolifero, seguiti dagli anni della crisi del prezzo del greggio che hanno lasciato orde di disperati per le strade, capaci solo di armarsi, di rapire, di rubare, di uccidere. E accanto ai rifiuti, agli scomodi eroi del rap, sotto il calore insopportabile ecco per fortuna almeno la forte sopravvivenza del folklore locale, della musica, dei riti ancestrali.

Lusso e miseria, ostentazione e decadenza, gli incontri, gli eventi e i cocktails versati nei bicchieri dei prepotenti affaristi, il sangue delle galline versato nei riti animisti. Mercati enormi dove trovi di tutto, come quello di Alaba, ponti avveniristici, un porto febbrile di attività, una certa industria del cinema nero (qui chiamata Nolly) ma anche slums dove invece manca tutto.

Uomini che emigrano per delinquere, pochi fortunati per calciare un pallone. Donne costrette a prostituirsi nelle strade e nei bordelli, quelli nigeriani come quelli europei.

ecco per fortuna almeno la forte sopravvivenza del folklore locale, della musica, dei riti ancestrali

Ci sarà una luce in fondo al tunnel? Riuscirà la straripante megalopoli (21 milioni di abitanti oggi, anche se la capitale amministrativa della Nigeria è Abuja) del più popoloso stato africano a riprogrammare la propria economia e a risollevarsi per occasioni, sviluppo e dignità? A far parlare di più del suo ottimo jazz suonato di sera nei club, delle sue famose sculture etniche, dei suoi numerosi Festival culturali? E a cacciare per sempre lo spettro del fondamentalismo di Boko Haram (la traduzione del nome significa “l’istruzione occidentale è proibita”…), il movimento terrorista che incendia le chiese, sequestra le donne e massacra i contadini cattolici nel nord del paese?

lo spettro del fondamentalismo di Boko Haram (la traduzione del nome significa “l’istruzione occidentale è proibita”

Kinshasa-Brazzaville

Per lo scrittore anglo-polacco Joseph Conrad a fine ‘800 era nelle giungle del Congo il vero cuore di tenebra, la scoperta delle malefatte colonialiste europee si verificava negli avventurosi viaggi sul fiume e nella sua afosa e ambigua capitale.

Una volta questo luogo malsano si chiamava Leopoldville in onore a un re belga e coi tempi moderni sarebbe diventata, dolorosamente e velocemente, la città caotica di oggi, la seconda metropoli francofona del mondo. Soggetta alla piaga delle puzzolenti bidonvilles, terrorizzata dai trafficanti d’armi, di diamanti e d’avorio, dai bracconieri che inseguono gli ultimi gorilla nelle foreste, dai mercenari al soldo degli affaristi e dei presidenti corrotti che hanno depredato ogni risorsa e ogni miniera del paese. A tal punto che nella lunga era del Presidente megalomane Mobutu nel sistema sociale dell’ex Congo belga o Zaire si parlava addirittura di cleptocrazia!!

Soggetta alla piaga delle puzzolenti bidonvilles, terrorizzata dai trafficanti d’armi, di diamanti e d’avorio

Tanti e diversi sono i volti di Kinshasa-Brazzaville (ormai un agglomerato unico enorme, anche se le due parti sono divise dal nastro marrone del fiume), la città africana che forse ha il più alto numero di poliziotti corrotti e di sciamani guaritori: le vie malmesse dove le donne congolesi vendono le frittelle e le zuppe nelle bancarelle che sono il fulcro dell’economia domestica e informale; al contrario il lungo Boulevard del 30 giugno che è dedicato ai commerci, alle banche, agli alberghi, agli edifici governativi e il distretto di Gombè a pretenziosi ed equivoci locali notturni.

E poi c’è il quartiere popolare di Matonge, il più falcidiato al mondo dalle vittime dell’Aids nel suo momento di massimo sviluppo, la zona popolare che vive di bar, birra, eccessi e musica, specie di notte quando una temperatura più agevole fa dimenticare tutti gli affanni, tutta la sporcizia, tutta la violenza e la fame dei bassifondi che sono rimasti gli stessi dai tempi del famigerato dittatore Mobutu che si faceva soprannominare “il gallo che monta tutte le galline”… Un tipo però che riusciva clamorosamente a tenere in scacco le grandi potenze occidentali (Stati Uniti, Belgio, Francia) con la scusa di tenere il paese lontano dai pericoli della deriva comunista. I pochi spiragli di positività, turismo e speranza di Kinshasa vengono dal colorato Mercato Centrale, dal Museo d’arte africana, dal giardino zoologico e dalla famosa facoltà universitaria di teologia. Per il resto il futuro di questa megalopoli è una grande incognita.

speranza di Kinshasa vengono dal colorato Mercato Centrale, dal Museo d’arte africana, dal giardino zoologico

Un suo ricordo sportivo è invece calato nel mito: fu qui il 30 ottobre del 1974 che l’indomito e paziente Cassius Clay mise a tappeto alla fine di un tremendo match il fortissimo George Foreman che per tutto l’incontro lo aveva riempito di pugni. I media chiamarono l’evento “Rumble in the Jungle”.

Khartoum

L’ultima miccia dell’Africa si è accesa qui, in questo territorio poverissimo e bollente che soffre da sempre di gravissime forme di siccità e carestie, qui dove si intrecciano il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro. Sulle sponde del primo sorge il nucleo urbano più tipico, Umm Durman, con le strette vie, i suq e le case di fango, gli islamisti più mistici e i mercanti più bravi, su quelle del secondo si affaccia la vera Khartoum, la parte che ha conosciuto più sviluppo industriale, costruzione di grattacieli, alberghi e ristoranti e parimenti, per collasso, il fenomeno delle bidonvilles.

La capitale del Sudan fu fondata da un pascià egiziano nel 1822 ed ebbe sempre funzioni di avamposto militare. Un sistema di ponti collegò le due sezioni, per molti versi ancora inconciliabili. Il nome Khartoum deriva dalla omonima parola araba che significa “punta di proboscide”, probabilmente in riferimento alla forma della penisola che si trova presso la confluenza dei due Nili.

La tragedia moderna della città deriva dalla lotta senza quartiere tra il Presidente del Consiglio e il suo Vice

La tragedia moderna della città deriva dalla lotta senza quartiere tra il Presidente del Consiglio e il suo Vice, tra l’esercito ufficiale e gruppi paramilitari. Una volta erano tutti insieme a far cadere il regime di Al Bashir nel 2019 e a sostenere il governo nato dopo, dal 2021 si spartivano di fatto il potere. E adesso il fragoroso crac: dalle gelosie di comando agli attentati, ai raid aerei, ai movimenti di blindati, ai nuvoloni di fumo, agli stupri di guerra, alla fuga di tutti gli occidentali il passo è stato brevissimo.

Le cronache dei tg ci parlano di già di un nuovo irrimediabile conflitto africano, con la popolazione civile allo stremo.

Le cronache dei tg ci parlano di già di un nuovo irrimediabile conflitto africano, con la popolazione civile allo stremo

Luanda

Ex colonia portoghese e triste mercato degli schiavi (ne corso del ’600 e del ‘700 due milioni di neri vennero deportati in Brasile…), una terra anch’essa saccheggiata e sfruttata, dalle multinazionali, dalle potenze straniere, dai governi corrotti. Fin dal tempo della sua sospirata indipendenza, arrivata nel 1975 in coincidenza con la Rivoluzione dei garofani in Portogallo, l’Angola e la sua capitale Luanda sono rimaste il teatro di una tragica guerra civile combattuta tra le forze di liberazione ideologicamente contrapposte del Movimento Popolare di Liberazione, sostenuto da cubani e sovietici, e dei gruppi del Fronte Nazionale e dell’Unione Nazionale più legati al Sudafrica, allo Zaire e ai residui imperialisti del Portogallo oltre che del sempre presente grande fratello americano.

Luanda porta ancora i segni degli scontri fratricidi che hanno causato faide infinite, quasi mezzo milione di morti, quasi 1 milione e mezzo di profughi, sequestri, 50.000 mutilati per le mine a pressione e ovviamente una profonda crisi economica e sociale. Le campagne proprio per paura delle mine sono state abbandonate e Luanda è diventata più che mai il rifugio ma anche il terreno principe degli scontri, degli agguati e del disagio.

Luanda Ex colonia portoghese

E’ cresciuta come spesso capita nella zona centrale sul lungomare, segnato dalle palme e dalle fortezze coloniali ad appannaggio dei pochi ricchi, e con molte bidonvilles in tutta la sua cinta interna, quartieri questi pieni di povertà degrado, disoccupazione e pericolo.

Se cercate una città africana dove dominano l’incertezza, l’ansia, il baratto, il contrabbando e le protesi questa è proprio Luanda… E pensare che da qui partivano bastimenti di cotone, caffè, cereali, diamanti e altre pietre preziose. E pensare che qui ci sono litorali da far invidia a Miami.

E pensare che qui ci sono litorali da far invidia a Miami

Potremmo andare avanti per pagine, ricordare altre città difficili dell’Africa, i bambini guerrieri della Sierra Leone, i massacri del Ruanda tra Tutsi e Hutu, la vergogna dell’apartheid combattuta per tutta la sua vita dentro e fuori dal carcere da Nelson Mandela a Johannesburg e a Soweto, la malaria che ha devastato per decenni il bellissimo habitat del Mozambico, le carestie del Sahel che hanno reso molto complicata la vita in Mauritania, in Burkina Faso, nel Ciad sempre più islamico e nelle maliane Bamako e Timbuctù che si difendono come possono con la loro vitalità, la loro musica, il loro patrimonio etnografico e la loro cucina… ma per questa volta ci sono bastati questi ritratti, nella speranza che questo fantastico continente sappia e possa costruirsi un domani diverso.

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