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Nel cuore dell’Umbria

La prima volta in Umbria generalmente significa una passeggiata tra le piazze comunali più belle d’Italia, tra le vie, i palazzi, le fontane e le scalinate di Perugia Alta, un percorso tra arte, religione e natura sulle orme di San Francesco ad Assisi, l’immersione nella pietra e nelle atmosfere medievali di Gubbio, la conquista dei cocuzzoli dove regnano splendide Orvieto col suo duomo stupefacente e dorato sotto i riflessi del tramonto o Todi col suo centro storico pieno di fascino e le sue tradizioni e botteghe artigiane intatte. Per completare il quadro spesso si visitano le selvagge Cascate delle Marmore e il placido Lago Trasimeno coi suoi borghi.

Nel cuore dell’Umbria

Poi succede che la regione più verde e più interna d’Italia ti innamora e allora torni a cercarla nel suo volto leggermente più nascosto, nei paesi schierati lungo la statale Flaminia o sui prati e le colline che la guardano da poco lontano. La sorpresa sarà grandissima perché nell’esperienza delle piccole città d’arte come spesso capita si vivono le emozioni più intense ed è qui che l’Umbria ti apre il suo cuore, ti dona la sua pace immensa, la sua migliore qualità di vini e di piatti, la sua discreta eleganza. Panorami e silenzio, dolcezza di vivere, l’io in armonia col tutto.

Panorami e silenzio, dolcezza di vivere, l’io in armonia col tutto

Un affresco medievale

Come è nata la mia voglia di scoprire questa Umbria “minore”, queste terre che raccontano una storia più intima e più semplice? Proprio una mattina di inverno ad Assisi. Ero lì per lavoro, seguii il consiglio di un amico fidato, presi alloggio in una pensione a 100 metri dalla Basilica Inferiore. Mi svegliai apposta alle 06.30 per farmi trovare davanti al suo portone alle 07.00 in punto, in una nebbiosa e gelida alba di febbraio: il primo turista del giorno. Senza i giapponesi in fila, senza i pullman e le bandierine dei pellegrini, solo quelle nuvole basse e la sagoma della chiesa. Mi apre un frate col saio, poco dopo accende le luci ed ecco gli affreschi di Giotto che guardano solo me. La Basilica, il frate, Giotto e io.
A parte i sentimenti religiosi e puri che in un contesto simile trovano strada e rispetto pure dentro il cuore di un ateo, mi stupirono più che la galleria di episodi mistici del Santo quei fondali, quel contorno dolce e sfumato di colline verdi, di pietra robusta, di campanili e di torri, di natura, di scene di preghiera e di vita quotidiana di tanto tempo fa. In quel momento sentii forte il richiamo dell’Umbria meno celebre, quegli affreschi erano il canto dell’Umbria di provincia, di tante piccole patrie. Quasi una sua elegia. Tra filari di viti, chiome di olivi e borghi pittoreschi sono tornato per cercarla e la prima sensazione colta è quella di luoghi e genti felici.

quel contorno dolce e sfumato di colline verdi, di pietra robusta, di campanili e di torri, di natura, di scene di preghiera e di vita quotidiana di tanto tempo fa

Spoleto, piena di storia

La facciata del Duomo di Spoleto

Che storia incredibile e ricca che ha vissuto Spoleto! Nota località di vacanza già in età romana perché amata per la sua aria e i suoi boschi, ducato potente sotto i longobardi e i franchi, centro importante dello Stato Pontificio e dal Rinascimento fino ai tempi moderni luogo raffinato di cultura, arte e gusto. Su questo “sasso staccato” (significato greco delle parole spao e lithos) forse da una frana del Monteluco è cresciuta una civiltà amena e accogliente e un tesoro unico della nostra Italia.
La facciata del Duomo di Spoleto è piena di mosaici e rosoni ed è un vero gioiello romanico. Consacrato nel 1198 è dislocato alla fine di una scalinata in discesa e si apre su una piccola piazza in uno scenario davvero suggestivo, anche perché tutti intorno sono schierati nobili palazzi del ‘500 e dietro la chiesa si vedono le infinite colline di ulivi. Bella anche la vista al contrario che si gode da sotto le arcate eleganti del suo portico rinascimentale. E così aspettare la sera sugli scalini, coi lampioni che si accendono, con la calma che arriva, con la poesia che scende su Spoleto.

Spoleto nell’arte e nel gusto

A Spoleto ogni anno tra fine giugno e inizio luglio si organizza il Festival dei Due Mondi, pensato dal 1958 come un evento e un punto di incontro tra la cultura italiana e quella americana: nel teatro, nella musica, nell’arte. La cittadina si trasforma in un salotto, gli spettacoli sono di altissimo livello, i ristoranti si sfidano con ricette gourmet (dalle zuppe di farro al cinghiale e alla faraona, dai crostini ai salumi e le frittatine col tartufo, dalle paste tirate a mano, come gli strangozzi all’aglione o agli asparagi, al baccalà ai dolci deliziosi come la crescionda) che la pongono senz’altro ai vertici della gastronomia regionale.

dalle zuppe di farro al cinghiale e alla faraona, dai crostini ai salumi e le frittatine col tartufo

Sulla vetta

Gli altri luoghi della vita di Spoleto sono la vivace Piazza del Mercato (l’ex Foro), con vicini l’Arco di Druso e le rovine del Teatro Romano e poi salendo più su, passati l’ex Palazzo del Podestà e la Casa Romana, la Torre dell’Olio e la Porta Fuga, tra numerose fontane, vicoli, botteghe, gallerie d’arte, note gioiellerie e norcinerie deliziose ecco la vetta panoramica di questo capolavoro dell’Umbria, rappresentata dalla possente Rocca Albornoziana e dal meraviglioso Ponte delle Torri aperto sui boschi e gli uliveti del Monteluco, che raggiunge 80 metri di altezza e 230 metri di lunghezza e che è sorvegliato a sua volta dal Fortilizio dei Mulini. La prima ha sempre rappresentato sia il potere secolare che temporale ospitando nei suoi eleganti saloni sia papi che governatori, e nei suoi cortili le truppe militari. Il secondo fu la parte più spettacolare di un grande acquedotto, amato da Goethe nel suo viaggio in Italia e ritratto dal pittore inglese Turner in celebri vedute.

la possente Rocca Albornoziana
ritratto dal pittore inglese Turner in celebri vedute

Molto bella la natura dei dintorni, come racconta anche Hermann Hesse, lo scrittore di Narciso e Boccadoro, in una cartolina a sua moglie: “Spoleto è la scoperta più bella che ho fatto in Italia […], c’è una tale ricchezza di bellezze pressoché sconosciute, di monti, di valli, foreste di querce, conventi, cascate!”. Forse lo scrittore svevo trovò in quest’angolo di Umbria delle somiglianze coi paesaggi di infanzia di Calw e di Maulbronn dove tra foreste, villaggi, fiumi e monasteri ambientò il suo celebre romanzo sulla dualità dell’anima impersonata dal monaco asceta e dal sensuale viandante.

Spoleto è la scoperta più bella che ho fatto in Italia
lo scrittore svevo trovò in quest’angolo di Umbria delle somiglianze coi paesaggi di infanzia di Calw e di Maulbronn
la vivace Piazza del Mercato (l’ex Foro), con vicini l’Arco di Druso e le rovine del Teatro Romano

Pausa alla Fonti del Clitunno

Poco fuori Spoleto uno spazio di verde e di acqua, poetico e silenzioso, adatto per una gita domenicale, un pic-nic, un momento di quiete. Le Fonti del Clitunno, che hanno ispirato anche Virgilio e Carducci, sono un insieme di laghetti cosparsi di isolette verdi dove l’ombra e il fresco sono quelle dei salici piangenti e dei pioppi alti e sottili. Notevoli le sfumature dei colori.

fuori Spoleto uno spazio di verde e di acqua, poetico e silenzioso

Trevi e il tartufo

Questa cittadina domina la piana spoletina, arroccata e scenografica su una collina piena di olivi.
Il centro storico è piccolo, si percorrono viuzze in salita e discesa, ci si ferma nella piazza centrale e davanti alle due chiese di San Francesco e Sant’Emiliano, la prima gotica, la seconda romanica e posta sulla sommità del colle. Per il resto si passa in poco tempo – ed è un tempo felice – sotto porte e archi romani, si passeggia tra il Teatro e i Caffè di Piazza Mazzini che ospita la Torre Civica e il Palazzo Comunale, si visita Villa Fabbri che incanta per i suoi saloni eleganti, i suoi soffitti decorati di affreschi e il giardino panoramico sulla vallata, si indovinano le facciate degli altri palazzi nobiliari, che hanno interni davvero pregiati e, a volte, ricordano storie tenebrose e truculente: un esempio su tutti, la faida originata da un adulterio a Palazzo Manenti che provocò in pochi anni la morte di 300 persone!!

Trevi e il tartufo

Ma la meraviglia di Trevi è la degustazione del tartufo e per farla al massimo livello bisogna scendere nella campagna sotto il borgo e trovare la strada per la “Tenuta di San Pietro al Pettine”…
E qui signori, mettetevi comodi. Un menu degustazione di circa 50 Euro col tartufo grande protagonista dall’antipasto al dolce, più l’olio denso dei frantoi di zona, i pani caldi locali e almeno 3 calici di vino: il gentilissimo maitre consiglia di partire con un bianco grechetto di Todi o un Trebbiano, passa poi al granata del Sagrantino e termina questo viaggio del gusto col celebre passito delle stesse uve. Nella sala accogliente della Tenuta, con vetrate che si riempiono della vista della verde Umbria, col fuoco del camino che rende tutto magico e accogliente, ecco che sfilano uova al tegamino col tartufo grattato, tonnarelli o ravioloni al tartufo, zuppe di legumi col prezioso fungo ipogeo (“che cresce sotto terra”, che nome nobile!) formaggi aromatizzati al tartufo, torte salate con verdure e tartufi, arrosti tartufati, creme col tartufo. Una vera delizia del palato!

Un bicchiere a Montefalco

Un bicchiere a Montefalco

Prima del vino sagrantino, delle sue colline, dei suoi filari verdi e rossi, della sua campagna dorata, delle sue cantine piene d’atmosfera a Montefalco si visita il borgo perfetto e circolare, sostando nella magnifica Piazza della Repubblica dove svetta la Torre del Palazzo Comunale e dove il profumo di ottimi ristoranti invade le logge, le pietre e la luce di questo straordinario spazio aperto.
Compiendo poi il giro delle Mura medievali, in questa sorta di balcone panoramico dell’Umbria. Visitando gli affreschi rinascimentali delle sue chiese gotiche o il ciclo di Storie della vita di San Francesco di Gozzoli nell’omonimo complesso museale. Partecipando l’ultima domenica di maggio al Tour delle “Cantine Aperte” e la terza domenica di settembre alla “Festa della Vendemmia” che significa la messa in mostra di carri allegorici, tradizioni contadine, musiche e danze popolari affiancate da eccellenti degustazioni eno-gastronomiche. E cercando magari con lo sguardo tra le nuvole il volo di quei falchi che ispirarono a Federico II di Svevia il nome da dare al piccolo borgo fortificato.

Festa della Vendemmia
Il tesoro di Montefalco è il suo vino più pregiato e più intenso, un vero nettare dal colore rubino

In agosto arriva puntuale il clou di eventi e spettacoli musicali e teatrali, di sfilate in abiti rinascimentali, di gare di balestra e corse coi tori. In inverno si aprrezza di più la pace e la filosofia del borgo, meta gourmet, coi suoi vini da meditazione. Ecco, i vini: il Montefalco Rosso e soprattutto il Sagrantino. Coi primi piatti del territorio come le pappardelle o i risotti al vino e l’ottima carne locale come l’agnello o la chianina rendono il pasto perfetto e l’atmosfera conviviale assicurata. Il tesoro di Montefalco è il suo vino più pregiato e più intenso, un vero nettare dal colore rubino. D’obbligo la gradazione di 13 gradi e l’invecchiamento di almeno 30 mesi, di cui 12 in botti di legno.
Non me la sento di nominare questa o quella cantina perché la bellezza di un passaggio a Montefalco sta proprio nello scoprirle, nelle curve della campagna, nei dolci pendii della zona, da percorrere a caso, seguendo l’istinto o il profumo del mosto, arrivando prima a poi a un cancello di ferro battuto che delimita un podere, scoprendo l’insegna nascosta costruita sopra la ruota di un carro o penzolante da un ramo nodoso di un vecchio ulivo.
Si entra timidi in questi regni del vino e se ne esce entusiasti: per l’accoglienza dei proprietari, il giro delle tenute, la vista delle possenti botti, il colore delle foglie e dei grappoli, le spiegazioni, gli assaggi centellinati, meditati. E’ un piacere toccare l’uva, le viti, l’erba, il fango, capire come i chicchi si trasformano, capire la fatica e l’amore che c’è dietro un buon calice. Ci saranno almeno venti cantine e consorzi nel territorio che va da Montefalco a Bevagna, la cosiddetta “Strada del Sagrantino”: metà li ho visitati e dopo tre o quattro bicchieri di vino rimettersi al volante era un bell’azzardo!

la cosiddetta “Strada del Sagrantino”

Gioiello Bevagna

Bevagna insediamento romano, antico centro agricolo e porto fluviale lungo la Via Flaminia, quando il Topino era navigabile fino al Tevere. Bevagna romana per le sue vestigia storiche, la cinta muraria, le terme, l’anfiteatro.
Bevagna poi conquistata dai longobardi, dai franchi, distrutta da Federico Barbarossa, resa di nuovo nobile dai vari ordini religiosi, sempre protetta dal Papato, contesa tra le Signorie di Perugia e di Spoleto: e di ogni epoca, di ogni dominazione ecco comparire una traccia, un respiro, una testimonianza, un’influenza culturale.
Il Medioevo ancora ben visibile a Bevagna, nelle piazze, nei campanili, nelle mura, nelle pietre. Facile immaginarsi qui un luogo di mercato e di cultura, di incontro e di scambio, col centro storico disegnato benissimo tra le rovine romane e il fiumiciattolo che scorre tranquillo, regalando una bellissima vista del paese dalla riva opposta, quella dove si trovano gli orti coltivati dai 5.000 abitanti di oggi.
Il suo punto più alto è rappresentato dal Convento di San Francesco, quello più centrale dalla scenografica Piazza Silvestri, un vero teatro all’aperto, con la sua pianta irregolare abbellita da una fontana medievale, da una colonna romana e dai monumenti più importanti di Bevagna.

Il Medioevo ancora ben visibile a Bevagna

Il Medioevo quindi raccontato proprio qui dal Palazzo dei Consoli (oggi sede di un magnifico teatro da 140 posti), con le sue bifore gotiche e la sua Loggia, eretto nel 1270, con l’aggiunta di una spettacolare scalinata di epoca più recente che guarda come ammirata tutta la piazza; oppure narrato dalle superbe facciate romaniche di San Silvestro, San Michele e San Domenico costruite dal Binello, che quando entri dentro ti ispirano un sentimento religioso francescano, umile, essenziale.
Il Medioevo a Bevagna, che rivive la sua età più tipica nelle feste primaverili, nelle processioni, nei cortei di sbandieratori, nelle ricette a tavola, nei mestieri più antichi o nelle gare di tiro con l’arco tra rioni che si effettuano a fine giugno durante il Mercato delle Gaite. Il Medioevo a Bevagna, rafforzato dalla vista ovunque di torri e di porte, di stemmi e di fossi, di vicoli e angoli fermi nel tempo, ravvivati da splendide composizioni di fiori che le vecchiette curano con amore. Il Medioevo delle taverne rustiche col camino acceso, le panche in legno, gli squisiti taglieri di salumi e formaggi, i crostini di fegato, i fagioli con l’osso di prosciutto e gli gnocchi accompagnati dai famosi vini rossi locali che come quelli di Montefalco, schierata sulla collina poco distante, provengono dalle uve del Sagrantino.

gli squisiti taglieri di salumi e formaggi
i crostini di fegato, i fagioli con l’osso di prosciutto e gli gnocchi accompagnati dai famosi vini rossi locali

Il segreto di Bevagna

E poi quel segreto incredibile e improvviso, custodito nella pancia della cittadina: i resti di un affascinante teatro romano che si percepiscono pian piano, visitando un percorso ondulato e nascosto, oggi occupato da nuove case, ristoranti, resti di mura.
Più facile a vederlo che a descriverlo, comunque una sorpresa bellissima perché le costruzioni della Bevagna medievale e moderna si sono sovrapposte nel tempo all’impronta semicircolare del vecchio teatro la cui scoperta assomiglia in certi momenti a una caccia al tesoro tra epoche storiche, illustrate nel loro percorso, nei loro ambienti, nei mosaici parietali raffiguranti tritoni e polipi, delfini e aragoste, dalle bravissime guide locali che ti appassionano con la loro dialettica e la loro preparazione.
Non mancate infine l’ora più bella di Bevagna, quella di una festa medievale o quella della notte, quando solo la luna illumina i vostri passi, solo il fiume fa rumore, solo il vento sibila tra i pioppi e le sagome dei campanili e tutto il congiunto urbano è raccolto e protetto, custodito nel suo spirito antico.

Non mancate infine l’ora più bella di Bevagna, quella di una festa medievale

L’anello di Spello

Il capolavoro di Spello che in antichità fu scelta come buen retiro addirittura dall’Imperatore Augusto, è la Cappella Baglioni nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, interamente affrescata dal Pinturicchio (L’Annunciazione, L’adorazione dei pastori, La Disputa di Gesù coi Dottori) e dal Perugino, con le maioliche di Deruta a ornare lo splendido pavimento.
Subito dopo è immancabile il giro delle Mura, un esempio di cinta romana, probabilmente quella meglio conservata in Italia, diventata più avanti grande esempio di fortificazione medievale con porte e archi monumentali decorati con fregi e sculture, come quello dei Cappuccini. Tante da qui le belle viste sulla campagna, le pause nel tracciato medievale, davanti alle case costruite con la pietra calcarea del Monte Subasio. Nel centro storico di Spello, all’interno del cinquecentesco Palazzo dei Canonici, dal 1994 è ospitata la Pinacoteca Civica. Qui si ammirano opere di oreficeria e croci d’argento, tessuti e dipinti, arredi sacri e madonne lignee. Più in basso nel quartiere Borgo si trovano la Porta Consolare, la Porta Urbica e la Porta Venere con le Torri di Properzio a svelare ancora il passato pieno di storia del piccolo comune sulla valle del Topino.

Tante da qui le belle viste sulla campagna, le pause nel tracciato medievale

A Spello si cammina lentamente, cercando gli scorci, accettando le pause, subendo il richiamo della storia e l’incanto della natura. Qui come a Bevagna sono rimasti retaggi romani come la Casa Romana con la vasca dell’impluvium a decorazione musiva, testimonianze medievali come la Cappella Tega, palazzi religiosi, civici, di papi e signori, barocchi anche, come nel caso di Villa Fidelia.
Ma l’impronta principale è indubbiamente quella di un tipico comune medievale dove a giugno e luglio tra vicoli, finestre e balconi, si assiste a un tripudio di composizioni floreali che animano una gara di bellezza tra i suoi rioni in circa un chilometro e mezzo di colorato e profumato percorso.

un tripudio di composizioni floreali che animano una gara di bellezza tra i suoi rioni in circa un chilometro e mezzo di colorato e profumato percorso.

Le cartoline da Spello sono il saluto migliore da quella che non chiamerò più Umbria minore…

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