The sound
La prima volta che arrivi a New York credo che ti possano colpire soprattutto due cose, l’incredibile e ininterrotto rumore di fondo della città e la sua imponente verticalità.

Il rumore è qualcosa che ti avvolge nella metropoli più famosa d’America, è un po’ la sua pelle e un po’ il suo dna. Lo provocano le migliaia di macchine che ti sfilano accanto, i taxi eternamente in colonna, i battelli nella baia, le metropolitane che fanno vibrare i marciapiedi, i soffioni di vapore che escono da tutti i tombini, anche nelle avenue principali.
Lo causano, più semplicemente, anche i pedoni che veloci ti sfilano accanto perché tutti a New York vanno sempre di fretta, hanno un posto di lavoro da raggiungere, un appuntamento da rispettare, una casa nei sobborghi in cui tornare.
Sembra che la gente sposti energia, che insieme ai mezzi di trasporto crei una specie di sound of the city, capace di rimbombare in modo perenne tra gli alti palazzi.

Il rumore a New York è provocato chissà come anche da ogni cibo che frigge, da ogni luce al neon che si accende, da ogni venditore di hot dog, da ogni spettacolo o partita che va in scena nei teatri, negli stadi e nelle strade, da ogni passo frenetico e da ogni ansia finanziaria che consuma Wall Street, da ogni treno che passa sopra i ponti di ferro e i ristoranti greci nel Queens, da ogni sussulto della vita alternativa di Brooklyn, da ogni coro di gospel di Harlem, da ogni gang del Bronx: sono, queste, tutte cose che alla fine di una giornata si mescolano, grandi emozioni visive, esperienze umane, odori forti di cucine, colori e culture di etnie diverse, suoni di musiche diverse.
Il sound of the city appunto, un sottofondo immancabile, che ti resta dentro, che ti vibra dentro, che ti fa desiderare da turista un altro giorno ancora di camminate e di scoperte.
Ricordo che le mie prime notti a NYC mi addormentavo con un ronzìo di fondo dentro alle orecchie, erano state evidentemente troppe le cose viste e vissute. Io provavo anche a camminare piano, a godermi la città ma era la città alla fine a dominarmi, a decidere come mi sentivo, a dichiararmi col suo perenne spettacolo e rumore tutta la mia felice stanchezza.
Guardare in alto

Fino a che cominciavo a guardare in alto e l’anima volava.
E gli occhi si perdevano tra una selva di grattacieli.
Proprio così, i giganti di mattoni, di acciaio, di vetro mi sembravano raggiungere il cielo, afferrarlo, grattarlo, dominarlo. La mia prima sky line di New York dalla fine del ponte di Brooklyn fu un’emozione unica e allo stesso modo ricordo la mia prima salita sul maestoso Empire State Building, reso eterno dalla scena finale del film King Kong girato nel lontano 1933.
Skyscraper è un termine evocativo, che ricorda gli alti alberi maestri che reggevano le vele nelle navi inglesi nel XVIII secolo. Il boom dei grattacieli di Manhattan nacque a fine ‘800 quando le numerose ondate di immigrazione resero all’improvviso piccolo e sovraffollato lo spazio abitativo e lavorativo della metropoli che tante popolazioni sognavano, che tanti bastimenti raggiungevano. Manhattan geologicamente aveva un solido suolo roccioso e questo permise l’edificazione dei primi altissimi palazzi. Oggi la città ne conta più di 6.000 e almeno 100 raggiungono i 200 metri di altezza, qualcosa di impensabile per le nostre latitudini e per le nostre abitudini.
Un bosco moderno, una città in verticale.
I grattacieli hanno dato una bella mano a costruire il mito di New York, sono stati negli ultimi 125 anni qualcosa in più di grandiose e ardite architetture, hanno rappresentato di volta in volta il potere economico, il simbolo dello sviluppo e l’icona turistica della città.
E come nel tragico giorno della caduta delle Twin Towers, che hanno reso consapevole il mondo occidentale della definitiva esplosione di una guerra culturale e di una nuova minaccia, i grattacieli hanno segnato anche la pagina di vita più dolorosa di New York, il ricordo indelebile dell’orrore, delle palle di fuoco, delle nuvole di cenere, dei coraggiosi pompieri caduti tra le macerie, delle voci spezzate che salutavano i parenti per l’ultima volta nei cellulari, degli sfortunati manager e impiegati, giovani e vecchi, padri, madri e figli, che dal centesimo piano decisero di buttarsi in modo quasi lieve, quasi artistico, con le braccia allungate e le gambe piegate in una specie di drammatico saluto alla vita.
New York e i suoi grattacieli, quante storie, quante funzioni, quanti destini: a volte icone di stile, a volte grandi uffici finanziari e sedi di multinazionali, roof garden per ammirare la città dall’alto, gli appartamenti più costosi della Grande Mela, scintillanti centri commerciali, esempi sublimi di art decò o di esclusiva e fredda potenza. Di certo sono il primo elemento che i turisti a New York insieme al rumore percepiscono e cercano: dove voglio salire, dove voglio guardare, dove voglio sognare, dove voglio toccare il cielo. Dal basso incutono timore, dalla loro vetta invitano quasi al volo.
E ti fanno venire la voglia di elaborare più di una classifica, una oggettiva in base all’altezza, una istintiva e personale in base al loro grado di fascino, di modernità e di bellezza.
L’altezza
Dal più alto al più basso, ecco la top 10 dei grattacieli newyorkesi:
Al primo posto attualmente (dicembre 2025) troviamo l’infinito One World Trade Center – 541 metri, iniziato nel 2005 e finito nel 2013, in risposta alla tragedia delle Torri Gemelle, un nuovo slancio ottimista e futurista verso l’alto (è questo il grattacielo più alto dell’Occidente) col suo imponente Osservatorio e la Statua della Libertà laggiù nel mare, che sembra piccola piccola.

Al secondo posto la Central Park Tower – 472 metri, costruita a fine 2020, il grattacielo residenziale più alto del mondo, chissà chi ci vive lassù dove spesso si vedono atterrare gli elicotteri (anche per i giri turistici di NYC luminosa by night) e quanto costa un metro quadro del suo appartamento. Sul gradino più basso del podio ecco la Steinway Tower – 435 metri, terminata nel 2022 col record di grattacielo residenziale più stretto del mondo (c’è solo un appartamento per piano poverini!!). Al quarto posto One Vanderbilt – 427 metri, il cosiddetto Summit, che regala la miglior vista sull’Empire dalle sue scenografiche ed immense vetrate.


Al quinto e sesto posto i due grattacieli al 432 Park Avenue – 426 metri e al 270 della stessa strada – 423 metri, essi rappresentano in modo geometrico il culmine estetico e funzionale dei palazzi di lusso della Grande Mela. Al settimo posto una delle ultime meraviglie dell’architettura moderna, il grattacielo di vetro e acciaio con The Edge, la terrazza a sbalzo che procura un grande brivido al 30 di Hudson Yards – 387 metri.
“Solamente” ottavo il mitico Empire State Building – 381 metri, con l’antenna in verità alto fino a 443 metri, il più alto di New York dal 1931 al 1970, quando furono costruite le Torri Gemelle. Svetta su Midtown e permette una vista a 360 gradi della metropoli, inquadrando la maggior parte degli altri grattacieli, i vari quartieri e ponti di NYC, gli scenari di verde e di acqua. Ci lavorarono più di 20.000 operai per la sua gloria che culminò nella salita in cima dello scimmione cinematografico più famoso di tutti i tempi. Oggi vi si corre ogni anno ancora una maratona, dalla terrazza bellissima del piano 86 a quella chiusa da vetrate posta 16 piani più su. L’Empire rimane senz’altro il guardiano della metropoli, il vecchio amico di tutti i newyorchesi, anche se parecchie costruzioni lo hanno superato per altezza e magnificenza.

Nona posizione per la Bank of America Tower – 366 metri, un luminoso esempio di architettura sostenibile, famoso per un altro dei più moderni Osservatori, il Top of the Rock, che regala la miglior vista sul Central Park. E decima per il Three World Trade Center – 329 metri, un’altra torre che sa di futuro e di riscatto, tutta in vetro, con spazi all’avanguardia per uffici, sorta vicino a dove caddero le Torri.
La bellezza
Come sceglierla? Come giudicarla la bellezza in un concorso tutto speciale tra i giganti di NYC?
Quale grattacielo può essere per eleganza il degno erede dei campanili medievali e rinascimentali o addirittura delle antichissime ziggurat babilonesi?
Qui entrano in ballo appunto considerazioni personali e se vogliamo memorie cinematografiche e di foto storiche. A me il grattacielo più bello è sempre sembrato il Chrysler Building, di 319 metri, costruito nel 1930. Appare così delicato, così raffinato nel traffico vorticoso e nella vita frenetica dell’East Side e quando piove o quando brilla il sole, sulle sue schegge argentate il luccichio riflette in modo davvero poetico e l’edificio in stile art decò, decorato anche nel portale di ingresso come negli ascensori, ti regala una bellezza del tutto particolare.

Molto belli anche i grattacieli più recenti e modernisti, quello già in classifica-altezza di Hudson Yards, fulgido esempio del recupero di un’area industriale mezza abbandonata e oggi più che mai lussuosa e alla moda, e quelli che evocano il futuro, come The Spiral.
Ma se bisogna pensare seconda età più simbolica dei grattacieli, gli anni’30, quelli della Grande Depressione, dove alzare un edificio in cielo significava soprattutto lanciare un segnale di coraggio, di fatica e di speranza, non si può non ricordare il Rockfeller Center, teatro di una delle foto che meglio raccontano l’epica delle grandissime e altissime costruzioni di New York, quella del pranzo degli undici operai sospesi su una trave d’acciaio di tale palazzo, a 250 metri di altezza. Autore sconosciuto, un paio solo di operai riconosciuti di nome Joe e Joseph, ma sullo sfondo New York, il suo grande parco centrale, le sagome grigie della città che ogni giorno di più cresceva e diventava più mitica.
Più verticale.



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