Dove c’era un tesoro

Ce lo devi aver dentro lo stato d’animo ideale per tornare sui luoghi meravigliosi della grande ferita.
La devi sentire la predisposizione per arrampicarti sull’Altopiano di Castelluccio sprofondato dopo il tremendo terremoto del 30 ottobre del 2016 di oltre 70 centimetri, senza cedere al forte impatto emotivo che a guardare certe scene può farti solcare il viso da una lacrima.
Ti devi preparare a fissare la statua del San Benedetto della regola dell’ora et labora che campeggia ancora sulla piazza distrutta della Cattedrale di Norcia.
Quella che era una delle cartoline più verdi e romantiche dell’Umbria, protetto da dolci pendii verdi, circondato da piani infiniti, coccolato dalle nuvole, ora è questo: una scena surreale.
Con le rovine malinconiche sparse ovunque. Con le chiese a pezzi o impacchettate da grosse gabbie di ferro, tubi, travi, tiranti. Con le terre abbandonate, forse per sempre. Coi vecchietti che ricordano. Coi ragazzi che resistono.
Non è una gita facile ma è un omaggio necessario, primo perché il paesaggio è ancora splendido e mette i brividi; secondo perché un briciolo di economia portato quassù, una notte in un agriturismo, un pranzo in una taverna con vista sui prati, una gita a cavallo o in deltaplano in questi spazi vergini e immensi, l’acquisto di un pecorino stagionato, di un salame di cinghiale e di un paio di coglioni di mulo, aiuta tante persone; terzo perché alcune persone che si incontrano con la loro testimonianza, con la loro forza, con il loro semplice sguardo, ti aprono uno squarcio di consapevolezza, ti suscitano un misto di solidarietà, responsabilità e serenità.

Lui resiste
Siamo con mia moglie alla curva panoramica che abbraccia tutto l’altopiano una afosa domenica di fine luglio, in fuga dai 40 gradi di Roma, senza immaginarmi ancora il peso delle emozioni in arrivo. Sotto una tettoia di legno un aratro abbandonato e poi leggiamo un cartello “Case da acquistare e da restaurare a Castelluccio con la ricompensa di contributi statali” (ma sono arrivati? arriveranno mai??)
La grande fioritura dei Piani di Castelluccio è finita da poco, da metà maggio a fine giugno su questi tornanti c’erano file come quando ci passava il Giro ‘d’Italia, tutti sui bordi della strada ad ammirare le sfumature gialle, rossa e viola di fiori, papaveri e piante di lenticchie. Oooooh di meraviglia, fotografie da album, un rito che si ripete ogni giugno, una delle bellezze più toccanti dell’Umbria.

Noi abbiamo preferito una gita qualunque perché l’obiettivo era semplicemente l’omaggio a questa terra e a questa gente.
La grande bellezza è stata comunque evidente.
Parcheggiamo la macchina appena sotto quello che resta del borgo, una manciata di case con le crepe nei muri, le finestre rotte, la vita dentro i cortili, le verande, le camere o sopra i tetti che si è fermata a 8 anni fa. Mucchi di detriti, di polvere, di oggetti domestici rimasti incustoditi. Alberghetti e trattorie che non hanno più riaperto, che nessuno ha visitato più.
Sul “piazzale” del paesino qualche bar, qualche ristorantino tirato su con nuove tettoie, verande in plexiglas, prefabbricati anonimi. E qualche camioncino che vende salsicce e lenticchie.
Da un furgone un po’ distante dagli altri arriva il suono di allegra playlist di successi italiani, i salami di cervo e le palle del nonno sembrano gradire, sembrano muoversi a quel ritmo, tanto che un ragazzo al massimo di 21 anni arriva col suo sorriso solare a dirci “La bancarella va avanti da sola, i miei salumi cantano e ballano da soli. Ma eccomi qui, pronto a servirvi!”.

L’approccio di questo figlio dell’Umbria è straordinario e commovente, mentre ci parla dell’ultimo raccolto di lenticchie e di quelle che sono le caratteristiche di un marchio dop e igp, affetta anche qualche salamino, ci porge un pezzetto di caciotta, sempre gentile, sempre col sorriso.
Le nostre domande sono graduali e discrete, non vogliamo sembrare quelli che arrivano tre ore su questo cocuzzolo a fare l’ennesima indagine sociologica, ma lui si apre a noi con un candore e una serenità che ci lasciano impressionati: “Il giorno del terremoto ero al mare, a Senigallia, poi ho vissuto qui le altre scosse di assestamento. Ero poco più di un bambino e mentre i più grandi piangevano io riuscivo addirittura a provare qualche emozione: la terra che tremava, le famiglie in fuga, il nostro coraggio davanti alla paura, le notti per strada che non finivano mai… Un’avventura quasi, credetemi, e ancora oggi sento il privilegio che potrò raccontarla ai miei figli un giorno, insieme alla mia voglia di rimanere qui”.
“Perché tu vuoi restare qui…?” – la domanda, quasi sussurrata, è però inevitabile.
“Si, ormai vivo a Norcia perché Castelluccio è distrutta. Noi, i vecchi abitanti, ci veniamo a lavorare di giorno, a cucinare per i turisti, a vendere i salumi e i legumi come faccio io, a organizzare le esplorazioni della natura a cavallo, in bici, in moto, coi deltaplani. Ma poi torniamo a valle e questo mondo l’inverno si svuota, resta solo la neve e il ricordo di una vita fa”.

La casa scomparsa
Noi siamo come bloccati, lui invece continua, sempre sorridente, sempre con una leggerezza ammirevole, con una fede contadina che fa paura: “Mi piace stare qui, mi piacciono queste montagne, questo fresco, questo silenzio. Mi piace resistere insieme alla mia comunità. E almeno Norcia, prima o poi, rinascerà, ma i prati e i cieli che ci sono quassù non li abbandonerò mai”.
Assaggiamo i salami, compriamo le lenticchie e prima di andare a cena osiamo chiedergli: “Ma la tua casa… c’è ancora…?”. Il ragazzo ci indica il versante scosceso dele paese vecchio, quello che guardava l’imponente sagoma del Monte Vettore, lo stesso dove il terremoto ha provocato spaccature larghe un metro… e sospira: “Ogni tanto vado là dietro, ma non la trovo più, ci sono solo fossi, buchi, pietre cadute, che si sono mischiate e sovrapposte. La mia casa non la trovo più”.
Con questa frase lo saluti, lo ringrazi per le lenticchie, non lo abbracci perché sarebbe un atto di pietà e qui ci sono ragazzi come questo che meritano solo stima, nessuna pietà. Con la sua frase in testa (“la mia casa non la trovo più”) provi a metterti seduto a tavola, a gustare la zuppa di lenticchie e salsicce, il tagliere misto di prosciutto e formaggio, gli strangozzi alla gricia, l’abbacchio alla brace. Il tramonto cade, stupendo, sull’altopiano. E di inverno cadranno metri di neve a ovattare il paesaggio.

La sfida di Norcia
Il giorno dopo per le vie di Norcia ancora dilaniata, incamminata lentamente, faticosamente chissà verso quale ricostruzione. Con quali tempi, con quali speranze, progetti, futuro.
Su vecchi manifesti del corso spunta il rancore, ritagli di giornale dove si accusano i governanti locali di aver utilizzato i soldi arrivati per la ricostruzione delle scuole di Perugia e Foligno, non per quelle di Norcia. Lo sguardo va poi agli eterni cantieri, simbolo tragico della vita interrotta.
San Benedetto è rimasto davanti alla sua chiesa sfondata, la regola benedettina del “prega e lavora” ha probabilmente tenuto in vita i tenaci abitanti della cittadina che con le sue delizie gastronomiche ha dato il nome all’antica arte e mestiere del norcino.
Le salumerie si sfidano lungo il corso, esibiscono teste di cinghiale impagliate, corna possenti di cervo, salami-bastone, collane di salsiccette, forme di pecorino, confezioni di strangozzi, cesti di tartufi, vasetti di salse tartufate, Il centro di Norcia è un tempio delle golosità salate.
La ragazza da cui scegliamo di fermarci per i nostri acquisti (il cesto del Coglione in media costa 25 Euro e contiene varie salamelle) ha lo stesso sorriso del ragazzo di Castelluccio, ma una resistenza minore: “Me ne andrò da qui, per noi giovani non c’è più niente”.


Sotto l’arco
Con la mente ritorno a quel giorno di fine ottobre di tanti anni fa: ero per lavoro a Spoleto, la scossa fu spaventosa, mi fecero uscire insieme ad altre poche persone da un ristorante del centro, ci fecero sistemare sotto l’antico arco romano di Druso (“quello sicuro non cade” fu la frase indimenticabile allora ascoltata”). Ero lì sotto l’arco di pietra eretto nel 23 d.C in onore del figlio dell’Imperatore Tiberio e a soli 30 Km (Norcia) crollava il tetto della cattedrale e a soli 60 km (Castelluccio) un paesino meraviglioso implodeva su stesso, rialzato da terra, sbalzato al suolo, sprofondato, cessava letteralmente di vivere e la sua montagna si apriva nelle sue viscere per più di un metro.
Ecco… dovevo tornare.
Per guardare le ferite, le greggi di pecore procedere sui pascoli, i cavalli galoppare nei grandi spazi, i pochi viandanti e contadini procedere sulle mulattiere, i pochi bambini locali correre a perdifiato nel loro angolo di paradiso perduto.

Dovevo tornare…
Per contare quanti camper salgono ancora in quest’aria fresca a 1.450 metri.
Per contare quante persone premiano ancora l’altopiano con un turismo verde, frugale, sportivo, sensibile.
Per capire in piccola parte cosa è successo, dai racconti di ragazzi come questi, norcini sorridenti e pazienti.
Era un omaggio che volevo fare.



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