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Luoghi magici

Rapa Nui, chissà se i giganti guardavano il mare

Accadde domani

La luna mi indica che domani sarà il giorno della gara le pitture sul corpo mi saranno propizie ora il banchetto e le danze poi devo solo dormire bene alzarmi pregare davanti ai Moai dei miei antenati e tuffarmi dopo essermi rotolato dal precipizio della rupe di Orongo.. sono giovane forte ho battuto i nemici degli altri clan già nelle sfide a cavallo di lotta di piroga di corsa ora serve l’ultima grande vittoria.. nuotare respirare nuotare più veloce tagliare le onde tagliare i venti schivare gli squali i colpi degli avversari raggiungere l’isolotto di Motu Nui là in cima al faraglione l’uomo uccello deposita il suo uovo e devo prenderlo per primo.. tornare indietro non sentire la fatica non perdere l’uovo e finalmente potrò diventare io il re il Tangata Manu potrò essere io la reincarnazione di Makemake e per tante lune godere di gloria cibo tributi la mia mano destra sarà sacra non dovrà pescare seminare lottare ma solo comandare arriverà presto il momento mostrerò l’uovo al mio clan che governerà la mia terra e dopo riposerò veglierò sul mio popolo guarderò il mare accanto al colosso di pietra che ha vegliato su di me.

Doveva essere più o meno questo il flusso di coscienza di un guerriero di Rapa Nui prima della incredibile sfida che si celebrava ogni equinozio di primavera in quell’isola sperduta.

Rapa Nui, chissà se i giganti guardavano il mare

Il luogo più remoto, la casa dei Moai

L’Isola di Pasqua è un luogo remotissimo, lontanissimo da ogni rotta, distante dal consorzio umano tanto che la sua estrema lontananza diventa una qualità importante e aggiunge molto al mistero che sta alla radice della sua attrazione, che mi ha portato qui e che forse, un giorno, chissà, porterà qui anche voi”. John Wilcock in “Terre e città di magia in Sudamerica” presenta così questo puntino perso nel blu dell’Oceano Pacifico, questo scoglio misterioso che dista circa 4000 km da Tahiti e dalle Galapagos, 3700 Km dalle coste continentali del Cile, 2300 Km dal primo lembo di terra abitato, quell’isola di Pitcairn dove si fermarono per sempre gli ammutinati del Bounty.

Sappiamo tutti che il richiamo di questa terra selvaggia e solitaria sono i suoi giganteschi, inquietanti Moai, “figure torreggianti” che ancora vegliano sugli ultimi discendenti di una civiltà antichissima. Meno sappiamo però della loro origine, della loro importanza, del loro significato. E allora bisogna provare a raccontare la favola di Rapa Nui, affascinante, oscura e potente come poche altre.

giganteschi, inquietanti Moai, “figure torreggianti” che ancora vegliano sugli ultimi discendenti di una civiltà antichissima

La favola nera di Rapa Nui

Secondo le ricostruzioni storiche più in voga, condizionate dalle indagini scientifiche sui resti di ossa ritrovate e dalle affinità linguistiche dei dialetti studiati, dai tatuaggi maori degli indigeni e dai tessuti da loro usati, è andata più o meno così: c’era una volta un popolo di origini polinesiane che circa 1600 anni fa su grandi canoe era in cerca di una nuova terra, o per spirito di scoperta (erano sicuramente dei navigatori eccezionali) o perché in fuga da una catastrofe naturale o da una guerra tribale o perché molti di loro fecero la scelta di seguire un carismatico re esiliato. La migrazione fu probabilmente programmata e avventurosa e la nuova civiltà fondata in mezzo alla solitudine immensa del mare sarebbe diventata millenaria e capace di adattarsi in un ambiente remoto e ostile.

Nell’isola di approdo scarseggiava tutto, la fauna, la flora e i corsi di acqua dolce, la forma principale di sostentamento furono per secoli la pesca e le uova di uccelli, accompagnate molto più avanti da forme rudimentali di agricoltura intensiva, soprattutto di patate e banane portate da qualche anima di passaggio e poi da baleniere o pirati. Le case erano di paglia e a forma di piroga o spesso erano grotte, il cibo si cucinava su pietre roventi, si credeva in una sorta di dio-uccello e le giovani vergini venivano sepolte nelle grotte, si scriveva con segni mai davvero tradotti su foglie di banano o tavolette di legno chiamate rongo rongo, si praticava in periodi di carestia il cannibalismo che era anche una forma di vendetta tra le agguerrite fazioni di clan rivali.
Insomma alla fine del mondo non si stava esattamente in paradiso.

La costruzione dei Moai

All’improvviso una scintilla artistica segnò questa civiltà e durò almeno 500 anni: degli abili artigiani cominciarono a costruire dei colossi di pietra, alti dai 2 ai 10 metri, pesanti fino a 80 tonnellate, utilizzando il malleabile tufo e le ceneri del vulcano Rano Raraku. La cava, la fucina dei Moai si può visitare ancora oggi, se ne sta lì, silenziosa e intatta, e se l’isola è disseminata di grandi blocchi di pietra coi tratti stilizzati, i nasi forti, lunghi e piatti, i visi impenetrabili e austeri, le mandibole robuste, i lobi allungati, una piccola e indecifrabile smorfia a segnare le labbra, gli occhi di corallo bianco o di pomice o di ossidiana nera che sembrano guardare l’infinito, una pietra rossa in alcuni casi per cappello, le statue che fanno più sensazione e malinconia sono quelle rimaste sdraiate, attaccate alla terra, nella pancia del cratere estinto, dove a passeggiare lentamente e rispettosamente ci si sente per davvero osservati. Forse questi erano semplicemente i blocchi più pesanti che gli indigeni non riuscirono mai a sollevare come gli altri. Una fatica mettere in piedi i Moai, servivano fino a 200 persone e un sistema di rulli per trasportarli, costruiti con tronchi d’albero, e poi di leve e corde per sistemarli sopra delle piattaforme cerimoniali di pietra dette Ahu che sorgevano sopra le tombe degli antenati e dove si celebravano sacrifici umani.

Forse questi erano semplicemente i blocchi più pesanti che gli indigeni non riuscirono mai a sollevare

Il significato dei Moai

Ecco spiegato il significato più probabile dei colossi: raccontavano il mondo degli avi e degli spiriti, rappresentavano una sorta di medium tra cielo e terra, tra capi, popolo e dei, con leggende che si perdevano nella notte dei tempi, prima fra tutte la capacità di convogliare negli indigeni la cosiddetta Mana, la potente energia spirituale del luogo e del mito. Le statue erano quindi la ripetizione ossessiva di uno stesso modello, statue erette per grandi eroi, simbolo della potenza dei clan, del loro prestigio. E forse causavano anche dei conflitti per questo: chi costruiva il Moai più grande, il più bello, quello con lo sguardo più ieratico o più penetrante, quello più simile a un dio. Per alcuni studiosi oltre a rivestire un fondamentale significato storico, mitologico, religioso e sociale di quella civiltà sperduta i tratti emaciati dei Moai riflettevano anche le dure condizioni di vita sull’isola.

lo sguardo più ieratico o più penetrante, quello più simile a un dio

Le altre teorie

Altre tesi più colorite, tutte da interpretare, tutte da scoprire, parlano di una specie di Atlantide polinesiana di cui Rapa Nui era l’ultimo lembo rimasto scoperto e quindi di grandi blocchi di pietra eruttati direttamente dal vulcano nell’alba del mondo mentre tutto il resto sprofondava negli abissi, di sculture buttate sull’isola da enormi onde o trasportate da elefanti (??). Si sono fatte una ridda di ipotesi sullo scopo e l’origine dei Moai: erano statue che fungevano da segna-fonti (l’acqua dolce era pochissima sull’isola), erano i grandi sepolcri di un’isola cimitero per l’intera Polinesia, erano sculture giganti rubate da un antico eroe al dio del mare e quindi copiate a modo di culto dalle popolazioni nei secoli successivi, avevano un legame col continente scomparso di Mu (se ne parla anche in un fumetto di Corto Maltese) o addirittura si trattava di misteriosi lasciti alieni che non venivano trasportati in nessun modo perché lievitavano da soli !!

Questa ultima ipotesi fantascientifica in America Latina spunta spesso, anche per le linee di Nazca in Perù, per le pietre di Ica in Perù o quelle rinvenute in grotte messicane tra Puebla e Veracruz, per lo scheletro allungato di un feto trovato nel deserto cileno di Atacama, per la perfezione della fortezza sopra Cuzco, per il bassorilievo dell’astronauta di Palenque nelle foreste dello Yucatan dei Maya: sarà l’effetto, la suggestione di un continente dove si crede spesso nel magico?

qui fondò la sua casa, chiuse le ali e visse

La fine della cultura Moai

I Moai nella fase moderna della storia furono avvistati per primi dal vascello olandese di Jakob Roggeven, in una delle classiche spedizioni-saccheggio quaggiù per conto della Compagnia delle Indie Occidentali. Fu lui a ribattezzare Rapa Nui (“Roccia grande” per i nativi) in Isola di Pasqua, perché ci sbarco proprio nel giorno di Pasqua del 1722, quando la cultura dei Moai era già in decadenza, così come la relativa prosperità dell’isola, sempre meno abitata e sempre meno verde. Dietro il declino c’era infatti un motivo ecologico: la deforestazione. Troppi alberi erano stati tagliati per costruire i rulli e le funi di trasporto dei Moai, un ammonimento, questo, quasi moderno e straordinariamente simile alle nostre crisi ambientali. E’ l’isola che insieme al suo manto verde perde l’innocenza, è la terra che non ha più le risorse per sfamare la sua gente. Il paesaggio naturale da allora diventò spoglio e drammatico, era più presente il vento che come avrebbe scritto Pablo Neruda “qui fondò la sua casa, chiuse le ali e visse”.

Fu poi la volta del passaggio del Capitano Cook che vide tanti colossi già rovesciati al suolo, con le teste mozzate e i nasoni distrutti in un impeto di rabbia, i bracci staccati, gli occhi cavati per disperdere la loro energia e la loro forza spirituale: pare che tale spettacolo fosse l’esito di guerre cruente e dilanianti tra due clan rivali, quello delle orecchie lunghe (allungate da orecchini pesanti) ovvero i probabili costruttori dei Moai contro quello delle orecchie corte che dopo tante angherie subite massacrò i primi e li seppellì in fosse comuni. I Moai furono quindi sul punto di sparire, ridotti a bottino di guerra o fatti a pezzi per eliminare un’altra tribù, un altro potere, una Mana “pericolosa”. O depredati da avidi coloni che portarono malattie veneree, vaiolo e tubercolosi, furti, violenze e che resero gli abitanti di Rapa Nui dei poveri schiavi. Sparirono così generazioni che erano le ultime a conoscere i veri segreti dei Moai e della scrittura rongo rongo, la cui ipotesi più probabile resta quella di aver costituito un insieme di simboli mnemotecnici per i cantori in vista delle loro recitazioni.

Nel 1888 all’epoca dell’annessione al Cile su Rapa Nui erano rimasti appena un centinaio di abitanti, strappati alle foreste, al mare e alla loro cultura.

favoloso e primitivo scenario del vulcano Ranu Kau

La rinascita del mito con l’Uomo-Uccello

Una parentesi di rinascita in questi secoli precari si ebbe quando era chiaro che il Mito dei Moai ormai non bastava più e venne quindi sostituito dal mito alternativo dell’Uomo Uccello, che mostrava una voglia di fuga e evasione dalle difficoltà e insieme l’espediente dal quale dipendevano i destini politici della comunità. Nella sfida che ha animato il film Rapa Nui prodotto da Kevin Costner e più modestamente il nostro monologo di inizio racconto andava in scena nel favoloso e primitivo scenario del vulcano Ranu Kau una prova di forza e di coraggio dove per catturare per primi l’uovo delle sterne marine si rischiava davvero di precipitare dalla rupe, annegare nei flutti o essere sbranati dagli squali. Ma il guerriero che vinceva raggiungeva il potere e la gloria e come Tangata Manu era la figura mitica capace di unire il mondo dei vivi con quello dei morti, come i Moai tempo prima. Alcuni petroglifi del mito sono ancora visibili su enormi monoliti tra i dirupi di Orongo.

La teoria diffusionista di Heyerdhal

La teoria diffusionista di Heyerdhal

Infine arriviamo alla metà del secolo scorso col viaggio di esplorazione del famoso navigatore norvegese Thor Heyerdhal che basandosi sulla loro abilità con le asce e con le stelle e su evidenti analogie coi templi e l’uso di grandi pietre da parte della civiltà Inca, teorizzò la venuta dei “pasquensi” non dalla Polinesia ma dalle Ande, per diffusione e migrazione di quei popoli.

In effetti il confronto tra i Moai e le opere a base di pietre convesse di Cuzco o della cultura Chimù in Perù o della Porta del Sole di Tiahuanaco in Bolivia farebbero pensare a questo, così come la coltura delle patate dolci o il ritrovamento a Rapa Nui dei giunchi di totora che diventavano i rulli per il trasporto dei Moai e che erano gli stessi usati da sempre per costruire le zattere in grado di solcare le acque del lago Titicaca. Heyerdhal provò a dimostrare la verità della sua teoria effettuando con cinque compagni nel 1947 un incredibile viaggio a ritroso, lungo 101 giorni, su una zattera di giunchi, il Kon Tiki, dalle coste del Perù alla Polinesia, ma la scienza ufficiale non appoggiò mai la sua narrazione e quindi resta certo che i primi abitanti di Rapa Nui venissero dalle Isole Marchesi. Heyerdhal però ebbe un merito indiscutibile, quello di rinverdire lo studio e il mito del viaggio verso l’isola di Pasqua.

Rapa Nui oggi

Rapa Nui oggi

Cosa vede oggi il viaggiatore che arriva nell’Isola di Pasqua?

In sequenza: un francobollo di isola (25 km x 12), grande due volte Pantelleria, che vive quasi solo di economia turistica e di pesca, un piccolo aeroporto coi voli che arrivano da Santiago del Cile e Tahiti, noleggiatori di jeep, moto o bike pronti a portarti in escursione, venti pensioncine colorate nelle vie del capoluogo Hana Roa, un Eco-Resort costruito ai bordi del paese. In più alcuni orti, una chiesa dove si celebrano culti sincretici, un mercato vivace, una scuola ben pitturata, un ospedale, un ufficio postale dove arrivano pacchi e lettere dal continente, discoteche semplici con ritmi latini o melodie tahitiane. Un po’ ovunque ragazzi che surfano, negozietti dove si vendono manufatti artigianali come pagaie cerimoniali, ciondoli in osso o oggetti che ricordano i giganti di pietra, taverne che servono grandi aragoste, frutta tropicale e cucinano il curanto come nell’isola cilena di Chiloè, un buonissimo piatto misto di pesce e carne cotte sopra una buca e un fondo di pietre roventi. C’è anche un piccolo stadio dove si gioca più volte l’anno un sentitissimo derby calcistico con le isole Falkland/Malvinas. E nei fine settimana si notano tanti indigeni con troppe bottiglie in mano.

Fuori il centro tante pecore e cavalli selvaggi con le criniere al vento

Fuori il centro tante pecore e cavalli selvaggi con le criniere al vento, crateri e laghi prosciugati, scogliere e poi solo Oceano, tanto Oceano. Se ci si capita a febbraio si assiste incantati al Tapati Festival dove i pasquensi tatuati come i maori neozelandesi e pitturati come gli aborigeni australiani mettono in scena dure gare di triathlon (la corsa è con 15 kg di banane sulle spalle, il nuoto nel mare impetuoso o nel lago vulcanico), cavalcate, pièces teatrali, danze, musiche con l’ukulele, il tutto con fierezza selvaggia e emanando la loro Mana, la speciale forma di energia donata dall’isola che da sempre nutre e motiva i suoi abitanti.

La scoperta degli ultimi Moai

Ma sicuramente la prima cosa che si cerca sono gli ultimi 288 Moai rimasti in piedi su Rapa Nui, il contributo artistico e di ingegneria più imponente, misterioso e affascinante dell’intera arte oceanica. Sparsi nell’isola come giganti in una favola, come sentinelle di un mondo perduto, in fila fiera e ordinata nel sito di Tongariki vicino a un villaggio di pescatori; col pukao, il cappello rosso (o era un cesto, una corona, un’acconciatura?) di ossidiana sulla stupenda spiaggia di Akenaua, quella del primissimo approdo, che ancora incanta per le palme, la sabbia bianca e l’acqua verde smeraldo; molti altri ancora, pare 397 secondo il censimento della dottoressa Van Tilburg, come detto a faccia in giù, abbandonati nel cratere del vulcano, in attesa perenne di essere creati e di salutare maestosi il sole e le onde del Pacifico. I Moai che fanno venire più i brividi sono questi, che svelano appena i loro corpi nascosti nell’erba con i loro enigmi. Quasi tutti i colossi guardano il paesaggio interno, come per custodirlo, o come per proteggerlo dalla forza del mare. L’insieme dei Moai e della forza degli elementi dona all’Isola di Pasqua una sensazione totale di wilderness, veramente differente dalla Polinesia dei depliànts turistici o di quella vissuta e ritratta dal pittore Gauguin.

Gli unici a guardare il mare

Gli unici a guardare il mare

Solo sette Moai invece sono rimasti a guardare le onde sulla suggestiva spiaggia di Ahu Akivi e pare che ricordino i primi sette abitanti fondatori della comunità, giunti con delle canoe di una trentina di metri dalla vicina isola di Hira, inabissata dopo un maremoto. Nei racconti locali questi sette Moai eretti a memoria della patria perduta rappresentano i figli del primo re, Hotu Matua, e guardano l’oceano in attesa del ritorno del Padre. Secondo alcuni studiosi avevano anche una funzione astronomica, quella di segnalare i solstizi e gli equinozi, molto importanti per le attività agricole. Li ritrovi nella cronaca di Wilcock “con quei visi impenetrabili, leggermente rivolti al cielo, come se si aspettassero qualcosa da lì… C’è una brezza costante attorno a loro e a parte i cavalli bradi, lo scenario è vuoto. E’ sicuramente un luogo carico di magia, dove passare, all’ombra di questi guardiani di pietra, una notte memorabile”.

Ma in silenzio, con rispetto, senza toccare nulla o peggio portarsi a casa nulla, perché se è vero che il mondo diventa sempre più globale, sempre più un oggetto di consumo, è anche vero che tanta modernità non riesce evidentemente a sconfiggere antiche maledizioni: le pagine di giornali e siti sono piene di aneddoti di pacchi rispediti sull’Isola di Pasqua contenenti pezzi di pietra di Moai.

Che sarà successo a chi li aveva sottratti dalle scogliere o dai crateri estinti di Rapa Nui? Per questo oscuro motivo l’Isola di Pasqua è la più amata al mondo dai medium e dagli autori di fantascienza? “Aquì se acabò el diablo”, recita un proverbio locale: “qui si fermò il diavolo”, in un’isola irripetibile, una vera calamita per avventurieri, archeologi e sognatori. Dove il passatempo più bello resta cercare i Moai che spuntano dalle sterpaglie e dai pendii erbosi oppure la caccia all’uovo sacro sugli strapiombi di Orongo.

Mappa isola di Pasqua

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