Un mito del Venezuela
Per alcuni studiosi è il luogo più antico del Pianeta Terra, un mistero geologico lungo più di 5.000 anni, la cui nascita si deve probabilmente a un devastante terremoto che risale alla notte dei tempi.

Per gli intrepidi turisti che dopo la navigazione sul fiume Orinoco scelgono l’altra esperienza più emozionante che la natura del Venezuela possa regalare e arrivano ad arrampicarsi ai 3.000 metri della sua cima piatta che sembra tagliata da un gigantesco coltello è sicuramente l’immagine stessa dell’avventura, del mito, delle origini.
La spettacolare montagna chiamata nella lingua degli Yanomami Roraima (ima significa appunto montagna e rora verde-azzurrata dal colore che assume per effetto delle rifrazioni solari) occupa un’area di oltre 30 kmq, esercita un richiamo ancestrale e mi piace sognarla, immaginarla, in una visione magica che buca le nuvole bianche in uno dei cieli più limpidi e in uno degli ambienti più selvaggi dell’intera America Latina.
Lassù Madre Natura dà il meglio di sé, ospita una grande varietà di specie animali e vegetali endemiche e alcuni geologi e biologi stimano che di alcune specie non si abbia notizia perché vasti spazi della montagna sono rimasti ancora inesplorati. Il panorama “preistorico” è completato da altissime scogliere e da possenti cascate che tuonano come quella del Salto del Angel, presente poco lontano nella stessa selvaggia regione.

Roraima secondo me è una specie di mondo perduto, da scalare con rispetto (ci si mettono tre lunghi, fantastici giorni, il primo a farlo fu l’esploratore e botanico Sir Everadr Im Thurn nel 1884), benedicendo ogni foglia, ogni roccia, ogni acqua, ogni uccello che incontri, da sorvolare con bimotori pericolanti, spalancando gli occhi e trattenendo il fiato: invidio molto chi ha potuto farlo.
Mi piace credere alla tesi che tutto il suo paesaggio intorno sia sprofondato e che la mole gigantesca di Roraima sia sopravvissuta a una catastrofe naturale, come l’ultimo baluardo, l’ultima fortezza di un mondo magmatico e primordiale, conservando tra il verde, le cascate e le nuvole tutti i suoi segreti, il suo carico inevitabile di miti e misteri, ogni volta presenti quando la Natura si manifesta con questa grandiosità, sotto questa forma di antica purezza.
Ecco quindi che un viaggio avventuroso verso le quote alte di Roraima, partendo dalla fitta e calda giungla e giungendo fino alle lunari atmosfere descritte da Arthur Conan Doyle nel suo romanzo che chiamo proprio “Il mondo perduto” significa incontrare le paurose piante carnivore, le orchidee di mille specie diverse, le minuscole rane nere incapaci di saltare, le velenosissime tarantole, gli uccelli più colorati e, ben nascosti dal manto verde, sfiorare chissà tapiri e giaguari. E nei fiumi i caimani.

Deve essere bella a guardarla anche dal basso Roraima, una specie di Ayers Rock in un altro continente, tra le vette altissime e le giungle umidissime anziché a punteggiare l’immenso outback australiano.
Per alcuni indios sulle sue pareti alte 400 metri sono disegnate delle facce, come a narrare dei racconti e delle leggende, come in altri tepuis (le formazioni rocciose simili a questa) presenti nella Grand Sabana venezuelana. In cima sembra che invece come premio ci siano dei quarzi preziosi e delle statue naturali scolpite dal vento nella roccia scura.
Uno scenario da preistoria, comunque, con lo sguardo che abbraccia tutto l’altopiano sabbioso, solcato dall’Orinoco e dai suoi affluenti.

Tutto questo paradiso sarebbe giusto scoprirlo a piedi, seguendo gli indigeni locali, i timidi e infaticabili Taurepan, conoscendo la loro cultura, le loro abitudini, il loro modo di mangiare e di pregare, evitando imprese grossolane con gli elicotteri, che le nuvole e le montagne le offendono soltanto. Non si può profanare un santuario della natura con la violenza e il rumore, con la velocità della modernità.
Ma cosa si impegnano strenuamente a difendere gli indios della Grand Sabana?
Secondo le genti native Roraima è il ceppo di un albero leggendario che un tempo produceva tutti i più succosi frutti e le verdure tuberose del mondo.
Quel Monte quindi rappresenta veramente per loro la Madre di ogni cosa, la Casa degli Spiriti, che dona la vita con la sua infinita sorgente d’acqua.
Per questo lo hanno sempre protetto, prima dalle avide compagnie minerarie che volevano scavarlo e disboscarlo, ora dai fenomeni del turismo di massa.



In certi momenti, in certe stagioni, gli elementi si mettono d’accordo, le piogge scrosciano, l’aria bollente che arriva dal basso le segue, le nebbie decidono spinte da qualche spirito sudamericano di avvolgere in un modo quasi protettivo la grande montagna, il sole filtra a malapena nel mondo verde a rivelare il nascondiglio di un animale, la bellezza di una sorgente, la forza millenaria di un grande albero, l’umidità raggiunge l’80%, anche il 90%, ed è allora in quel preciso momento che si crea quell’effetto ottico unico al mondo: nel punto più straordinario della catena montuosa della Pakaraima ecco Roraima che spunta magica tra il mare di soffici nuvole!
Possente, verde e azzurra, un paesaggio iconico della favolosa America Latina.
E’ dall’eternità che Roraima galleggia così, nel cielo purissimo, nel manto bianco delle nubi.
Da quando il Sudamerica era ancora unito all’Africa.
Da quando chissà se esistevano davvero i dinosauri e le altre creature estinte e dalle mostruose impronte immaginate dalla penna di Doyle.
Vorrei un giorno, davvero, poter fluttuare lassù.



1 Commento
Maurizio Gaglione
28 Marzo 2025 at 11:30 amDavvero emozionante