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Salgado, un testimone del tempo

Dal cuore del Brasile al cuore del mondo

L’impronta, il segno di un uomo.

Quello che è, quello che crea. Quello che lascia.

Salgado, un testimone del tempo

Ripensando al Brasile, al paese-continente descritto come meglio potevo in questo lungo reportage a puntate, voglio fare un omaggio al suo fotografo più umanista, forse al più grande fotografo umanista che sia mai esistito.

Che se ne è appena andato nel marzo del 2025, in modo lieve, come il suo tocco, come il suo sguardo, nella Parigi che aveva scelto come sua seconda patria e dove dopo una giovinezza trascorsa tra le selve, gli allevamenti, le piantagioni di caffè e le miniere del Minas Geiras, proprio al centro del gigante sudamericano, alternata con gli studi di economia a San Paolo, aveva scelto quello che sarebbe diventato il suo percorso definitivo, la sua professione, anzi la sua passione e missione della fotografia.

Di un’arte che il vecchio Sebastiao dopo oltre 90 anni di viaggi, di lavori, di testimonianze, di racconti

Di un’arte che il vecchio Sebastiao dopo oltre 90 anni di viaggi, di lavori, di testimonianze, di racconti, ha lasciato per sempre in eredità al mondo, raccolta in collezioni di ritratti, di paesaggi, di dolori, di esodi, tutti invariabilmente sviluppati in un poetico e minimalista bianco e nero e capaci di sprigionare insieme una forza, una tenerezza e un’empatia unica col genere umano.

Salgado scelse la Francia per l’orrore della dittatura che imperava nel suo paese negli anni ’70, ma rimase sempre innamorato del Brasile, dell’America Latina in genere e dei continenti più poveri. Nei suoi ritorni, specie l’ultimo di cui parleremo più avanti, questo amore lo ha letteralmente eternato.

Mi è venuta voglia di ricordare Salgado dopo aver visto il documentario girato da Wim Wenders e da suo figlio Juliano, un piccolo capolavoro dedicato ai suoi disegni di luci e di ombre, dedicato agli ultimi, alle migrazioni, alle carestie, alle culture scomparse o mai dome, agli sforzi dell’uomo e alla forza primitiva della natura. “Il sale della terra” si chiama questo film.

il documentario girato da Wim Wenders e da suo figlio Juliano, un piccolo capolavoro dedicato ai suoi disegni di luci e di ombre

Per Salgado il sale della terra erano gli uomini più fragili, quelli che non potevano raccontare sé stessi. E allora ci ha pensato lui a ricordarli, a raccontarli, a spendere la sua vita a fianco di queste persone. Perché se c’è una cosa che Sebastiao Salgado non ha mai trascurato di fare, oltre a sognare ed esplorare le montagne più alte, le selve più fitte, i ghiacciai più freddi, i deserti più ostili, è stata la sua capacità di raccontare l’umanità più sofferente, la natura più primitiva, sempre e più consapevole che il suo destino e il suo compito sulla Terra fosse quello di conoscere e capire, di approfondire.

Di testimoniare.

Le sue fotografie, i suoi libri memorabili, ci restano davanti agli occhi, a volte sono un colpo al cuore, più spesso un colpo allo stomaco. Di sicuro sono sempre un capolavoro di cruda e nuda estetica, una fonte di ispirazione e un invito alla solidarietà e alla pace.

Salgado ci lascia con la sua immensa produzione un insieme di ritratti scolpiti, di sguardi atemporali sul mondo, di illustrazioni di fatiche e sofferenze, e guardare tutto questo patrimonio di scatti, questa forma di rara e artistica sensibilità ci lascia come se ci trovassimo difronte a una galleria di pittura classica, o totalmente dentro un minuzioso e delicato studio naturalistico e antropologico.

Le sue fotografie, i suoi libri memorabili, ci restano davanti agli occhi, a volte sono un colpo al cuore, più spesso un colpo allo stomaco

La critica e la risposta (?)

Salgado non è stato solo un grande artista, ma un uomo dallo sguardo dolente e profondo, un caso da studiare: “…i coltivatori delle piantagioni da canna da zucchero cubana brandiscono i loro machete come guerrieri di epoche arcaiche e i fuggiaschi etiopi avvolti nei loro panni, ai margini del deserto, sembrano i personaggi di una tragedia antica…” (Peter Sager).

Alcuni critici si sono addirittura schierati contro quella che hanno definito la sua “estetizzazione della sofferenza”: Susan Sontag per esempio sostiene che la bellezza delle immagini di Salgado ne indebolisce il messaggio etico, quasi anestetizzando lo spettatore, trasformando cioè la tragedia solo in un’opera d’arte, togliendo quindi alla tragedia verità e profondità.

Io personalmente ritengo che le foto del brasiliano assomiglino invece a una specie di Pietà di Michelangelo e che siano capaci come poche altre forme d’arte di donare dignità al dolore e alla miseria, di raffigurare l’uomo nella sua essenza e di ampliare le nostre possibilità di riflessione.

Io personalmente ritengo che le foto del brasiliano assomiglino invece a una specie di Pietà di Michelangelo

Per me Salgado non ha mai messo artatamente in posa una tribù, non ha mai scavato senza emozione e partecipazione nei volti, nelle paure e nell’orrore dell’uomo, piuttosto ha documentato, ha testimoniato, inventando un genere fotografico simile al realismo magico letterario di Marquez e Allende e raffigurando con una luce di verità unica cosa potessero essere la forza, la resistenza e la dignità anche nelle situazioni più drammatiche.

“La fotografia è più di un’immagine: è un’opinione, è un punto di vista… Non puoi fotografare bene ciò che non ami… Io non sono un artista. Sono un testimone… Quando si scatta una fotografia, si prende una posizione. Anche l’obiettivo ha una coscienza… La fotografia può aiutare le persone a capire quello che accade agli altri. E quando capiamo, possiamo agire…”

(Sebastiao Salgado)

La fotografia è più di un’immagine: è un’opinione, è un punto di vista

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