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I grandi reportages / Sguardi Andini

Sguardi andini: l’Amazzonia ecuadoriana

Dai vulcani alla foresta

L’Amazzonia in Ecuador si lascia intuire piano piano, dai monti e i vulcani si scende nella grande macchia verde e curva dopo curva il cambiamento di paesaggio si vive con un semplice viaggio in bus. In Brasile e Perù è diverso, le distanze sono enormi e servono i trasferimenti aerei per Manaus e Iquitos, qui si scivola nel mondo verde direttamente dalla scenografica Avenida de los Volcanes.

L’acqua di Banos

La prima tappa è il piccolo e amato centro turistico di Banos: verde e acqua ovunque, acqua di piccole e grandi cascate, di laghetti, piscine naturali, terme, acqua del fiume che da qui comincia il suo viaggio dentro la fitta foresta amazzonica. Il colore del fiume è marrone ma non è sporco, solo che si porta dentro il fango, la terra, le foglie, i tronchi, tutta la vita della foresta. Vicino alle cascate le studentesse di una scuola fanno ricreazione e merenda, ridono, scherzano.

il piccolo e amato centro turistico di Banos: verde e acqua ovunque, acqua di piccole e grandi cascate
gli abitanti della capitale che cercano relax e insieme di turisti

Banos è piena di quitenos, gli abitanti della capitale, che cercano relax e insieme di turisti, per lo più europei, che cercano avventure, che inseguono esperienze con gli indios, foto coi tucani, le scimmie e magari il brivido di avvistare giaguari e anaconde. Possiamo tranquillamente considerarci fra questi e goderci questo week end lungo come in una storia di Mister NO, in un luogo che sembra un avamposto della selva e l’ultima frontiera della civilità.

La porta della selva

Da Banos una corriera colorata – abbiamo calcolato che sarà la cinquantesima che prendiamo in questi due mesi di viaggio andino (!!) – ci porta a Puyo, la vera porta della selva, il cuore delle province orientali abitate da guide turistiche, militari e operai dei pozzi petroliferi.
Siamo di nuovo in Amazzonia dunque, piove e fa caldo, il paesaggio è umido e verde, per le strade di Puyo vediamo tante facce da indios, piantagioni di cacao, casette di legno tirate su alla meno peggio, e sugli usci lance in riparazione per navigare il fiume, pappagalli in balsa da vendere al mercato locale, pelli di serpenti a rivestire borse e borsette. Manca davvero solo Mister NO col suo piper, la sua bottiglia di rhum e il suo giubbotto consumato da tante avventure.

piantagioni di cacao

Escursione da Puyo

Prenotiamo un’escursione jeep più canoa più giro nella foresta più visita ad alcuni villaggi indigeni ben disposti verso gli occidentali. Questo aspetto non è trascurabile perché nel profondo della selva ci sono comunità che desiderano rimanere inviolate e a volte dei turisti poco discreti hanno subito assalti e violenze. In questi due giorni ci aspettano panorami selvaggi, uccelli colorati, animali esotici, piante gigantesche che gocciolano dalla mattina alla sera portando vita e nutrimento a tutto il sottobosco. Vado a dormire felice, ognuno ha la sua forma di catarsi che può essere il teatro, il calcio, una nuotata o una corsa in macchina, io continuo a preferire il viaggio, l’emozione di luoghi e incontri nuovi.
Ci alziamo all’alba e ovviamente gocciolano i tetti delle case di Puyo, le insegne e i pochi lampioni emettono una luce fioca, si sentono i rumori della giungla che si sveglia. Persone silenziose prendono la via del lavoro nei campi, come i contadini peruviani prendevano quella delle montagne. Ne notiamo alcuni che raccolgono per strada dei formiconi da mangiare… sapremo dalla nostra guida che sono le cric e croc di queste parti: bbbrrrr…!!!!

piante gigantesche che gocciolano dalla mattina alla sera portando vita e nutrimento a tutto il sottobosco

La prima cosa che ci insegna la guida è che si dice El Puyo e non Puyo; come per El Cuzco in Perù qui si parla in termini di regione, di cultura, dello spazio più grande e più mitico di quello occupato dauna singola città. Ci penso a fondo, non ho mai sentito parlare di El Milano, El Palermo!

Gli ultimi Huaorani

Patricio è un ragazzone che ama i suoi luoghi, la sua foresta, forse perché mandato lì dal governo come insegnante. Ha vissuto per cinque anni tra gli indios huaorani, un fragile gruppo etnico di queste selve, abituato a vivere vicino ai fiumi e ai grandi alberi, tra pappagalli, scimmie, giaguari, serpenti. Ci racconta che giunti dall’Amazzonia brasiliana e con un passato da schiavi nell’estrazione del caucciù questi indios sono abili guerrieri che vivono di caccia e pesca e frutta, considerano la natura selvaggia culla di ogni verità e credono nelle stregonerie e nella protezione spirituale dell’aquila. Purtroppo sono ormai sull’orlo dell’estinzione a causa delle classiche malattie trasmesse dai bianchi che li hanno colonizzati e costretti in riserve, in più hanno pesato sui loro destini le faide interne e le distruzioni di certe parti di foreste per far posto alle pompe petrolifere. Confesso che ad anni di distanza ogni tanto digito il loro nome su google, preoccupato da quello che ci disse Patricio e cioè che rimasti in mille duecento vivono lontani da tutto, rifiutando ogni contatto con lo straniero.
Quanti ne saranno rimasti oggi? Quanti ne avrà protetti la Madre Selva?

Gli ultimi Huaorani

Il destino degli Shuar

Mentre procediamo nella giungla e con la canoa passiamo davanti a delle loro comunità Patricio ci spiega che i rari episodi di violenza che li hanno visti protagonisti, anche contro certi missionari, hanno significato negli anni lo strenuo tentativo di difesa del loro territorio. Patricio ci assicura a mani giunte che in realtà sono buoni, saggi e civili (?) e che la loro rabbia cresce in modo proporzionale al dolore e alle minacce che gli procura il mondo esterno.
Guardiamo il viso da bambolotti di certi bambini in riva al fiume, l’antica saggezza emanare dal viso dei vecchi, lo sguardo fiero, i tatuaggi e le piume portate da qualche ragazzo: come si fa a non stare sentimentalmente, antropologicamente, dalla loro parte e da quella degli Shuar conosciuti nello splendido romanzo di Sepulveda “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”?

La migliore guida mai conosciuta

La migliore guida mai conosciuta

Patricio ci giura che gli anni nella selva lo hanno fatto crescere e diventare più sereno e riflessivo. Sa un numero di cose impressionanti e anche questa per me è cultura: sa suonare il corno, intrecciare un’amacas, volare con le liane e uccidere i pesci con un lancio di coltello; sa riconoscere le orme degli animali e riprodurre i loro versi, come quelli degli uccelli nascosti o in posa sui rami, sa quali sono i legni più adatti per costruire le canoe e le capanne, le collane o i tamburi; conosce le piante per medicarsi, per bere, per colorarsi il viso come un guerriero; sa quale resina cicatrizza le ferite e i tagli di machete, sa quali cortecce sono morbide come la setola, sa cuocere zuppe col muschio e con le bacche.
Patricio sa di alcuni alberi che danno frutti dolci come il mango che poi cotti sanno di pane, dalle foglie predice il futuro e ricava miscele di thè silvestre, digestivo e aromatico. Patricio sa modellare la creta e sa le storie degli dei indigeni, sa che le scimmie amano litigare coi pappagalli, che i piranhas attaccano quando sentono il sangue, che nelle foreste più profonde alcuni piccoli indios ancora muoiono stritolati dalle anaconde mentre giocano o fanno il bagno nei fiumi e in questo caso i particolari sono da film horror perché il gigantesco serpente strangola la vittima fra le sue spire, la ingoia, ne succhia il sangue e la sputa fuori dopo circa una settimana…

le scimmie amano litigare coi pappagalli

Patricio sa cose che in un centro storico, in una tangenziale, in una fabbrica, non si possono sapere, sa tutti i nomi delle farfalle, sa quali sono i buchi delle termiti, delle formiche rosse e delle tarantole così ti spiega che lì non puoi adagiare il sacco a pelo o accendere un bivacco; sa che un boa divora sette polli o conigli al mese; sa quale pioggia dura tanto e quale poco, quale villaggio è disponibile e quale è ostile. Sa… sa… sa… e ripete spesso “Me encanta esta vida de encanto y de verde silencio” .

Raramente ho seguito, ho ascoltato una guida così, non era una guida era un uomo della foresta e mi lasciava senza parole.

sa tutti i nomi delle farfalle

L’insegnamento che resta

E le parole ci sono mancate pure quando abbiamo fatto il bagno sotto una cascata fresca e pura, quando abbiamo disceso il fiume sulle lunghe canoe, quando abbiamo provato i cibi naturali al campo, frutti saporiti mai assaggiati prima, farine mescolate a diventare focacce, quando abbiamo visto sulle sponde del fiume una famiglia vivere sotto una veranda, lontana da tutto, davanti alle albe e ai tramonti stupendi regalati dall’Amazzonia.
L’insegnamento che mi porterò per sempre dentro e che mi lascerà questo ragazzo ecuadoriano è il seguente: “Se ami la selva, se la rispetti, se la ascolti, essa ti darà tutto, darà come un supermercato, ti darà da mangiare, bere, coprirti”.

abbiamo visto sulle sponde del fiume una famiglia vivere sotto una veranda, lontana da tutto
Se ami la selva, se la rispetti, se la ascolti, essa ti darà tutto

La corriera lascia l’umidità di Puyo, ci manca la capitale, ci manca Quito.

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