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I grandi reportages

Sguardi Andini: Dintorni di Lima

Lima scoppia

Nell’afa della metropoli vive un quarto della popolazione peruviana, circolano il 50% delle auto del paese, ci sono due industrie su tre, quasi tutte le banche e gli studenti e intere famiglie che lasciano gli altopiani per raggiungere qualcun altro ai bordi, in tutti i sensi, della città. Che cresce, cresce, cresce. E Lima rischia di non farcela, ha troppi poveri con troppi sogni, i ricchi isolati nei quartieri sul mare, differenze che pesano e creano un disagio sociale enorme. E’ impressionante la sua somiglianza con un’altra città-mostro dell’America Latina, quel D.F, il Districto Federal di Città del Messico che alterna ugualmente un centro coloniale a quartieri verdi ed eleganti e a polverose periferie, interi sobborghi abbandonati che diventano fatalmente ghetti di miseria, senza luce, gas, acqua, servizi.

Lima scoppia

Le ragazze che amano la plata a Miraflores

La Lima-bene, la Lima che veste e pensa all’europea vive lontana dal centro, almeno una dozzina di km. Il quartiere (o la città?) di Miraflores è una zona opulenta, alberata, pulita, con l’aria fresca del mare, le ville dei creoli (i discendenti degli spagnoli) e degli immigrati asiatici, i negozi della borghesia limenha. Qui si sono trasferite quasi tutte le attività del terziario e del tempo libero come i locali e i bar alla moda, i ristoranti migliori, i cinema, i grandi magazzini pieni di firme, le agenzie turistiche… poiché il centro storico, sicuramente più antico ma più degradato e insicuro, è ritenuto dai più fortunati, belli e colti abitanti di Miraflores una specie di ghetto per ladruncoli e venditori ambulanti. A Miraflores non mancano il traffico, i grattacieli, i rumori e la garua ma si passeggia tra giardini profumati con vista su spiaggia e oceano, si comprano più libri e più dischi, la cucina locale raggiunge prove di alta raffinatezza, ci sono mille bancomat e come nelle altre zone chic di Barranco e San Isidro la gioventù dorata di Lima trascorre volentieri qui le sue notti.

A Miraflores non mancano il traffico, i grattacieli, i rumori e la garua ma si passeggia tra giardini profumati con vista su spiaggia e oceano

Si incrociano ragazze molto belle col culto dell’apparenza e della plata che è per loro il modo più comune di chiamare i soldi: l’argento…sarà un retaggio dei tempi delle miniere boliviane di Potosì? Queste ragazze sono lontane anni luce dallo stereotipo delle donne andine così silenziose e riservate. Sognano la vacanza a Miami, molte somigliano a delle modelle e hanno tutta la bellezza delle sudamericane di razza mista. Svelano subito trucchi, gioielli, comprano profumi e abiti alla moda, esibiscono unghie laccate e jeans stretti che non fanno immaginare nulla… e non trecce, bombette e facce cotte dal sole. Vivono solo in queste zone, tra l’Università, le discoteche, le spiagge, scelgono partner con auto sportive e fisici palestrati: Lima-Centro non sanno neppure cos’è e nei pueblos jovenes, le favelas del Perù, non mettono mai piede.

Cosa combina il Combi

Lima si racconta in tante maniere, anche nel suo mondo dei Combi. Si tratta di pulmini collettivi (tipo quelli delle suore da noi!) e sono migliaia, hanno clacson acuti e colori sgargianti, pezzi di ricambio rubati e sedili scassati. Un uomo guida, immagine di Gesù sopra lo specchietto, salsa colombiana a tutto volume contro lo smog, le code, lo stress. Un ragazzo in canottiera e berretto americano si sporge pericolosamente all’infuori, apre e chiude di continuo lo sportello che in pratica è come se fosse un’appendice del suo corpo! E’ lui il tipo che incassa le monetine dei passeggeri e che grida i destinos del piccolo bus. Il combi combina insieme molte esigenze, è un sistema di trasporto capillare, utile, veloce ed economico, ti prende e ti lascia ovunque, spesso più allegro e spaesato (specie se sei un turista occidentale) di quando sei entrato.

I combistas sono poi una vera e propria tribù urbana, hanno dei loro codici per fermarsi o sorpassarsi, parlano a base di modismos coloriti, animano la vita agli incroci e ai semafori e fanno sempre le pernacchie ai vigili. Che groviglio di parole e suoni quando gridano i nomi di vie e piazze, quando dichiarano al mondo le loro rotte improbabili e che essenzialità all’interno dell’eroico pulmino quando para, baja, sube, dale, lleva sono i secchi ordini impartiti per fermarsi, scendere e salire, per ripartire. O per fermarsi a piacere quando gli va di sbranare un pollo fritto a un angolo di strada!

fermarsi a piacere quando gli va di sbranare un pollo fritto a un angolo di strada

Altre due osservazioni: sia il guidatore che lo strillone-cassiere si teme che non vivranno a lungo con tutto quello che si respirano. E poi: dopo qualche viaggio in combi ti accorgi che per strada ci sono dei poveracci che prendono delle mance per prendere i tempi di passaggio dei minibus, oppure per comunicare cambi di giro o di targhe sul vetro che indicano nuove destinazioni decise in base… alle richieste del pubblico, alle scorte di benzina, all’ora del giorno.

Così un servizio nato nelle strade di Lima, soprattutto nelle periferie, ideato da pensionati o da giovani soci che appena possono si comprano un combi, una licenza e un “percorso”, diventa un modo molto pratico per spostarsi, in certi casi addirittura ingegnoso o l’unico. Anche i signori in giacca e cravatta a Lima sudano nei combi, perché i bus rimangono paralizzati nel traffico mentre questi mezzi agili si divincolano bene e non fanno mai perdere la riunione o l’aperitivo. Inoltre si vedono pezzi di città assurdi o che rimarrebbero nascosti: una volta un combi è finito in mezzo a donne indigene che friggevano chicharrones (cotiche di maiale, lo spuntino nazionale che equivale alla nostra pizza bianca!), un’altra tra i tifosi della squadra di calcio universitaria (la U) e infine una scena che non posso dimenticare.

Il combi quel giorno ha trovato il ponte di accesso al centro storico chiuso per l’ennesima manifestazione e allora, fra colpi di clacson e bestemmie dell’autista, ha infilato un percorso alternativo, passando vicino alle rive del fiume-fogna; all’improvviso vedo una discarica dietro un terrapieno e buchi nel terreno e gente coperta di stracci che entrava e usciva da quei buchi. Proprio così, mentre a Barranco o a Playa la Herradura la gente mangia solo fuori casa e lascia i panni in lavanderia, qui, nella polvere, al freddo o al caldo, con tutte le malattie del mondo in agguato, dei disgraziati dormono nella pancia della terra, dentro i tubi di scarico della città, campano a patate e si “lavano” nel Rimac, a due passi dal palazzo presidenziale.

Ultimo sguardo su Lima: dolori e speranze dalle periferie

Ai margini poveri di Lima – raccontavamo prima del lungo giro in combi – si vive la stessa drammatica situazione dei confini del D.F messicano: bidonvilles nella polvere, bambini mezzi nudi che giocano con spaghi e lattine, senso di desolazione, sporcizia, indios ubriachi, bande che si dividono le zone di spaccio e prostituzione. Tutto il peggio purtroppo. Le chiamano ciudades perdidas, barriadas o più benevolmente pueblos jovenes perché capita proprio così, che sono gli ultimi nati, all’improvviso, di notte, quando l’ultima schiera di disperati che proviene dalle Ande o dall’Amazzonia arriva alle porte della capitale-miraggio e alza sù delle baracche di cartone e lamiere e lo fa al buio, per evitare controlli e seccature da parte della polizia. La polizia stessa si è ormai stancata di effettuare sgomberi perché dopo al massimo una settimana gli “indesiderabili” sono di nuovo lì.
Maruja Torres, giornalista di El Pais e autrice del bellissimo libro di viaggio “Amor America” descrive così questo dramma: “Molte famiglie di tali insediamenti sono famiglie sfollate dalle zone in cui la guerriglia commette le sue atrocità. Il principale problema che hanno dovuto affrontare, soprattutto quelli di Ayacucho (la tana logistica dei terroristi di Sendero Luminoso) è che il luogo di provenienza li esclude di per sé dal mercato del lavoro… Sono stati rifiutati, cominciano a negare la propria identità e ciò facilita il degrado”. E quasi sempre accade che quelli che hanno perso tutto e sono disoccupati e affamati sentano nostalgia per la vita semplice dei freddi altopiani andini.

L’utopia di Villa

A 20 km dal centro, verso sud, si può visitare tutto sommato in condizioni di sicurezza, quello che rappresenta il paradigma dei pueblos jovenes, una immensa baraccopoli di 600.000 persone (Genova, per intenderci), strappata al deserto e addirittura candidata in passato al Premio Nobel per la pace! Di cosa si tratta? Di Villa El Salvador, la quinta città del Perù, più che altro un tentativo di città e di vita.

una immensa baraccopoli di 600.000 persone

Nei suoi 160 barrios i rifiuti erano l’unica cosa che abbondava perché di certo non c’erano acqua e luce, strade ordinate e scuole funzionanti, pasti a sufficienza. Ma la gente di Villa non molla e inventa progetti e servizi solo futuribili per altre zone povere del Perù. Dedica precise aree di territorio alla costruzione di case o di industrie, ne lascia altre agli orti e al bestiame; tira sù scuole e chiese, ospedali, mercati, campi sportivi, una radio e una tv e addirittura un museo indio. Grazie all’opera indefessa di operai, contadini, giovani, preti, tutti insieme, Villa è diventata un modello di sviluppo possibile per tutti i barrios jovenes dell’America Latina, un po’ come la favela della Rocinha a Rio de Janeiro.

In altri posti assurdi del mondo i poveri non ce l’hanno fatta, qui nella polvere di El Salvador si coglie un soffio di speranza. L’impatto può essere duro, forte, ma una mezza giornata spesa qui ti resta più dentro di un giro a Miraflores. Anni dopo mi capita di ripensare spesso al mio saluto a Villa: ero sulla collina con vista sul cimitero, un corteo funebre sfilava lento tra le dune e le carcasse di macchine, bambini che tiravano calci a un pallone tra le croci, sembrava di essere in un deserto, in un campo di guerra, ma quei bambini in fondo giocavano, ridevano e crescevano in un pezzo dimenticato di Perù.

ma quei bambini in fondo giocavano, ridevano e crescevano in un pezzo dimenticato di Perù

Un’altra zona di frontiera è il porto del Callao, distante dal centro come il Pireo da Atene. Ci hanno detto che è pieno di cantieri, mercantili e trattorie di cinesi che provano a cucinare il pesce crudo e marinato, il cebiche, innaffiandolo col pisco sour, l’acquavite nazionale. Ma noi abbiamo deciso di non farci rapinare da una delle 800 bande accertate sul posto (!!) e progettiamo piuttosto la discesa verso Paracas, Nazca, Arequipa, il Titicaca e Cuzco. Il pensiero lascia il caos della capitale e vola come un condor verso le montagne di Machu Picchu.

Vedi la prima parte, Sguardi Andini: Lima Centro

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