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I grandi reportages / Sguardi Andini

Sguardi andini: il mondo in bilico di Guayaquil

Verso Guayaquil

Un altro viaggio in bus verso l’inferno umido dell’Ecuador. Si buca una ruota in mezzo ai boschi, il tempo di sostituirla e gli alberi non si vedono più, sommersi dalla vaporosa foschia. E’ un segnale del clima in cui stiamo per piombare.

Un altro viaggio in bus verso l’inferno umido dell’Ecuador.

Le periferie di Guayaquil cominciano un’ora prima dell’arrivo: villaggi di baracche, con strade di fango. Con bambini poveri che vendono frutta. Ad anni di distanza leggo che il covid qui ha sterminato la popolazione e che i sacchi coi cadaveri sono stati lasciati per giorni per strada. Che tristezza.
Sul bus grandi esibizioni di mendicanti con voci cantilenanti. In genere si piazzano vicino all’entrata e attaccano con la loro dialettica di suppliche: “Cari amici scusate il disturbo mentre viaggiate con questa linda empresa de transporte – il loro obolo all’autista (??) – mi presento, sono uno che sale sui bus per conoscere la gente e guadagnare qualcosa, i soldi mi servono per i libri dei miei figli, per un pasto caldo, per le medicine della vecchia. Non faccio male a nessuno, non sono un bandito, non mi drogo, non rubo – e a volte l’appello diventa tragicomico – pensate se invece di me fossero saliti i banditi o i drogati (!!) – come dire, sospirate, siate contenti (!!). Piuttosto fatemi presentare…”
E qui comincia la commedia dell’arte, la parte più ludica, retorica e miracolosa: ecco i cioccolatini più buoni del continente, la pianta che salva il mal di denti o che fa alzare il pisello, l’ultimo libro di chissà quale profeta religioso, il pathos facciale per vendere uno scialle, dei sombreros già scuciti, delle pannocchie già marce. Alla fine la richiesta di un piccolo aiuto col quale quest’umanità dolente si paga la giornata o il viaggio. Il bus sembra davvero la loro casa, o almeno l’unico posto di lavoro che anno. E scendono per ricominciare da capo sul bus successivo.

Ma torniamo a Guayaquil.

Tropico maledetto, sensuale e sudato

Nell’immaginario di molti turisti e letterati è il viaggio verso il mare, verso il caldo e l’allegria, l’impatto con un mondo tropicale, vivace, agitato (“Guayaquil aprì una porta dalla quale penetrò, travolgente, la torbida carnalità dell’America” per Maruja Torres). Il nome della città fondata da Francisco de Orellana prima delle sue spedizioni amazzoniche significa in lingua indigena “la nostra grande casa”: è il porto delle banane dieci e lode, del caffè, della frutta tropicale, dello zucchero; è la città di banche, grattacieli, industrie protese sull’oceano; è il polmone commerciale del paese, per molti denigratori solo un luogo caldo e violento, che dopo i temporali subisce incredibili invasioni di milioni di cucarachas schiacciate dalle auto e l’unico sollievo restano le sue notti di festa.
Ma Guayaquil secondo dei sondaggi popolari è più semplicemente il posto dove tutti gli ecuadoriani vorrebbero vivere e non a caso risulta più popolata della capitale Quito (2,3 milioni contro 2,2 ad oggi). La vedono come l’abbraccio dei Tropici, vibrante di emozioni, la città delle possibilità. La vedono come il grande porto, come il volto eccitante del paese.
Guayaquil che arrivi da un ponte e vedi il Pacifico, il grande faro, le ciminiere, gli orrendi grattacieli costruiti negli anni del boom petrolifero, le colline con le favelas. Guayaquil nel sordido hotel che ci accoglie, con l’umidità che arriva dentro le lenzuola.

Guayaquil che arrivi da un ponte e vedi il Pacifico, il grande faro, le ciminiere

Guayaquil e le impressioni poco rassicuranti che ti lascia in un giro a piedi di notte, coi suoi angoli assurdi, le sue cuadras decadenti, gli ubriachi sdraiati per strada, i ragazzini che fanno a gara a chi piscia più lontano, battone consumate e ragazzine di 16 anni che già tirano fuori la lingua, gorilla di localacci ambigui e sudati. Guayaquil che sa di bordello e immondizie, che ha tombini aperti dove puoi inciampare in ogni momento, che ha le guardie private davanti ai supermercati e ai condomini eleganti. Le stesse invischiate nei racket che dopo gli attentati si fanno pagare per fare i vigilantes: storie vere queste, lette sui libri e sui giornali, storie di una città un po’ malata e un po’ blindata.
Guayaquil e la sua gente: i marinai che si portano addosso l’odore dei cargo, del pesce e dei carichi di banane; nere e creole stupende che si muovono a ritmo di cumbia e provocano i pensieri che potete immaginare; bambini senza niente che giocano scalzi; le facce da scippatori che noti sul Malecòn Bolivar, molto meno romantico di quello de L’Avana.

creole stupende che si muovono a ritmo di cumbia

Inferno e Paradiso

Insomma lo avete capito, questa città afosa non si concede al primo approccio. Specie se frequentate il suo porto, i suoi bassifondi o se decidete come noi di tentare la salita e la scoperta del Barrio Las Penas, per metà rifugio di pittori e per metà covo di malviventi. All’inizio della “visita” un bambino ci fischia da una finestra e ci fa il segno della sgozzatura “consigliandoci caldamente” di non entrare per un vicolo: marcia indietro immediata!
C’è anche una Guayaquil più godibile, quella di alcune vie centrali e moderne, piene di macchine, negozi, grattacieli. Nel Parco del Centenario ti aspettano le iguane e gli artisti da strada, nel Mercado Bahia mille merci, secondo me molte di contrabbando. Le notti della città sono famose, divertenti, esagerate.

C’è anche una Guayaquil più godibile, quella di alcune vie centrali e moderne, piene di macchine, negozi, grattacieli.

Ma appena dietro il velo rispuntano le storie maledette per le quali alla fine, sinceramente, ti chiedi se è valsa la pena arrivare fino a qui: nel Barrio Duràn tra le palafitte dove spesso arriva il colera ogni tanto ammazzano un turista; in città esiste il peggior carcere dell’America Latina, lo chiamano “El Castigo” ed è secondo per delitti e crudeltà e corruzione solo a quello di San Paolo in Brasile. Ricordo un articolo letto su “Internazionale”: le guardie danno le medicine solo dietro pagamento e chi non ha soldi tossisce e marcisce senza speranza; è sempre pieno, anche di poveracci e pesci piccoli, perché la Dea, la polizia antidroga statunitense, paga il governo per l’arresto di ogni spacciatore…

Il vero lascito di Guayaquil

Nonostante tutto, nonostante le sudate, la tensione, gli squarci di desolazione, le notti insonni per l’afa, le pericolose trappole dei locali, Guayaquil mi ha in qualche modo colpito ed “educato”, a quello che è il mondo torbido e maledetto di molti tropici e io questo insegnamento me lo ricorderò.
Ce ne andiamo come al solito in bus, dei neri muscolosi ballano sulle rive del fiume Guayas, partono o arrivano le navi, fumano le industrie, ripenso ai disastri populisti creati da tanti presidenti ecuadoriani del passato e ora fatico un po’ meno a capire perché le politiche più immaginative e scandalose siano nate proprio qui.

il mondo torbido e maledetto di molti tropici

Per una riabilitazione

Mentre procediamo per la più pura e quieta Avenida de los Volcanes rifletto su un fenomeno e un pregiudizio che spesso mi hanno dato fastidio: la supposta violenza delle metropoli dell’America Latina, dei suoi porti di mascalzoni, delle sue notti di agguati, dei suoi bus rapinati.
Fin da Cuba tutti mi misero in guardia. Attento al Malecòn! Attento ai vicoli bui. E poi: non girare di sera a Città del Messico, Lima è piena di ladri, a Cuzco ti saltano addosso, a Guayaquil ti ficcano un coltello in pancia, nelle corriere colombiane ti levano pure le scarpe, a Rio mentre fotografi ti sparisce il portafoglio, a Quito non salire a piedi sul Panecillo, e via dicendo, e via impaurendo. Bene, non negando qualche brivido, qualche spavento, a me non è mai successo un cavolo, non ho mai subito un furto, percosse, prepotenze, mentre nei parchi di Roma da adolescente mi hanno scippato due volte, nella civile Inghilterra costiera mi sono corsi dietro un branco di hooligans e l’unica polizia cattiva l’ho conosciuta a Monaco di Baviera perché cantavo per strada all’Oktober Fest e non gli andava bene.

Certo con questo non voglio dire che l’America Latina sia un atollo polinesiano, ha sacche di povertà di dolore e quindi di delinquenza piuttosto evidenti. Ma la mia teoria è che qui la violenza nasca più dalla disperazione, mentre in Occidente spesso è più gratuita, è nelle cose, nella morale. E’ vero che in alcune parti del Brasile o dell’Ecuador i banditi assaltino i busi coi turisti ma la gente drammatizza secondo per me anche per farti andare in taxi o negli hotel dei quartieri-bene. Inoltre quando c’è della tensione palpabile si annusa, la si può intuire (vedi il segnale del bambino a Guayaquil) e quindi evitare. Serve anche fortuna o a volte del buon senso, ma basta col dire che si tratta di vacanze a rischio perché in Europa e negli Stati Uniti per me è uguale. Volevo dirlo, scriverlo, ora penso ai vulcani. O alla zuppa di granchio gustata sul lungomare prima dell’addio a Guayaquil.

la zuppa di granchio gustata sul lungomare prima dell’addio a Guayaquil

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