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I grandi reportages

Sguardi Andini: Nazca, le linee e il messaggio

Il cielo di Nazca

L’arrivo a Nazca dopo un’avventura di tre ore in combi è segnato dall’affascinante visione di un cielo nero. Le stelle sono piccole e lontane, disperse nella notte e il cielo e la notte sembrano proteggere il deserto che è un luogo di veri misteri e segreti che da sempre appassionano l’uomo. Discutiamo ancora delle suggestive teorie del Dottor Cabrera quando forse siamo nel punto dove la Panamericana taglia la coda della lucertola, del colibrì o della scimmia, alcuni dei disegni più famosi della Pampa colorada.

alcuni dei disegni più famosi della Pampa colorada

Paesaggi da Tex Willer

Nazca città è un incrocio nella polvere ma c’è tanta vita. I turisti che ballano e bevono negli umili discobar sono quelli che il giorno dopo voleranno sulle magiche linee.
Per il resto la cittadina ha davvero poco, qualche pompa di benzina, una chiesetta, sacchi di mais e fagioli ai bordi della strada e tutta l’economia locale fondata sul viaggio sopra le linee.

Ma prima delle linee decidiamo di vedere, poco distante, Chauchilla dove il deserto è una esperienza sconvolgente. Qui il clima secco della valle arida, caldissima e desolata ha conservato resti di scheletri e mummie, crani, ossa sparse, brandelli di vestiti, cocci di qualche cultura precolombiana, il cotone giallo d’imbalsamazione… un vero cimitero all’aria aperta, un’area archeologica spettrale, un mondo di morti che ti aspetta sotto il sole e il vento. Lo scenario sembra preso da un fumetto di Tex Willer o dal film “Paris, Texas” di Wim Wenders. E tanti buchi nel terreno segnalano la fervente attività dei numerosi tombaroli spesso colti in flagrante da queste parti, che rivendono statuine, ceramiche e gioielli dei Nazca al mercato nero. Nella sabbia ci sono nascosti tanti tesori ancora, si sospetta.

un mondo di morti che ti aspetta sotto il sole e il vento

Riflessione sui gringos inopportuni

Perché non mi piacciono i gringos? Avevo in mente questi pensieri da tempo e ora diventano riflessioni scritte. Non mi piacciono questi biondoni, ciccioni, ipervitaminizzati che vestono male e mangiano peggio perché credono di poter comprare tutto coi loro dollari (ma l’anima, la cultura e i paesaggi del Perù per fortuna difficilmente si possono comprare!). Non mi piacciono quelli che incrocio in vacanza perché si vede che stanno vivendo un piccolissimo periodo della loro vita in maniera diversa, esotica: si lavano poco per sentirsi più selvaggi, guardano gli indios come bestie allo zoo, ridono sulle differenze e sui problemi della gente, indossano canotte e berretti da baseball visitando un tempio andino. Non mi piacciono perché non si sforzano di parlare spagnolo, perché anzi parlano a voce alta, gridano, ruttano, perché non rispettano la miseria. Non sono persone discrete. Ne vedi molti di americani ma anche di tedeschi e inglesi affollare i ristoranti turistici, chiedere ridicoli sconti e preferire internet alle immagini spettacolari del Perù dal vivo, che è stravolgente.

Il Perù dal vivo è stravolgente

I latini invece, i sudamericani, gli italiani che arrivano qui, gli spagnoli, i francesi del sud, si mischiano coi locali, vanno fatalmente a finire nei mercati, nelle taverne popolari. I gringos sono fanatici della tecnologia, i latini sono più attaccati alle cose semplici della vita e la vita provano a interpretarla. I gringos sembrano impersonali e fanatici delle loro passioni, siano esse l’andinismo o il rafting e coi loro vestiti fluorescenti e i loro gadgets, i loro rumorosi fuoristrada, sono un colpo nell’occhio delle comunità indigene e inquinano anche l’immagine di tanti altri occidentali. Sono ricchi e sfrontati e appena colonizzano un luogo ne fanno salire i prezzi, creano ovunque freddi meccanismi di compravendita e raramente, molto raramente di scambio umano. E poi non mi piacciono a pelle, mostrano pochi interessi e hanno gli sguardi spesso vuoti. I latini in viaggio sono più curiosi e hanno sguardi certamente più intensi. Un gringo di 100 kg, stamattina, davanti alle dimostrazioni di un ceramista e di un minatore, non sapeva ascoltare né osservare. Delle povere mani creavano un oggetto e lui se ne stava lì, piantato come un ebete (in prima fila però) con una lattina di coca cola in mano che colava sul terreno e riuniva legioni di formiche.

Seguendo le linee di Nazca

Tanti di questi gringos incontrati per le strade dell’America Latina mi sono tornati in mente tutti insieme, noiosi, anonimi, tanti latini hanno invece affollato la mia memoria con la loro voglia genuina di strada e di gente: fanno anche loro le foto, ma con un’altra coscienza. In definitiva rimprovero a questa classe di gringos di avere poco gusto e poca sensibilità e la responsabilità di aver creato coi loro soldi dei miraggi nei latinoamericani. Questa è una cosa che gli perdono poco: far credere che Miami sia il paradiso e Cuba l’inferno, costringere tanti messicani al salto della frontiera, diffondere nelle favelas di Rio o nei sobborghi di Lima l’immagine di un mondo sfacciato, brillante e vincente e che il resto si fotta o cambi (per grazia divina?).

Il volo

L’inizio sembra una specie di esecuzione: “Fuera los primeros 4 del bus”. Io ho spintonato subito un prototipo di gringo di quelli appena descritti per avere con me il mio compagno di viaggio e due ragazzi colombiani di Bogotà. Sguardo di intesa e la mia frase, di quelle che ti restano per sempre nei diari di viaggio: “Una avioneta latina no puede llevar mala suerte!” (un piccolo aereo latino non può portare sfortuna) perché ogni tanto uno di quei trabiccoli che ci stanno aspettando rollando l’elica in pista cadono a faccia in giù nel deserto di Nazca… Ma il volo ci aspetta.

Ma il volo ci aspetta.

L’aeroporto (?) di Nazca consiste in una piccola torre di controllo, i suoi attori-protagonisti sono dei piloti svagati e sonnolenti che starebbero meglio a vendere tortillas e degli aerei-modellino con elica ridicola e rumori di fondo inquietanti. Così, prima di salirci sopra, si sente un certo brivido alle gambe, ma tant’è, linee a noi! Il volo è rapido, emozionante, con improvvise virate e purtroppo con l’aggiunta di terrificanti peti del pilota che ci fanno mancare il fiato e perdere almeno due figure!! E’ un volo pericoloso e che molti peruviani non si possono permettere, costa circa 50 dollari per mezz’ora e questo mi dispiace molto, ma prevale il sentimento di scoperta personale, l’emozione di essere a una tappa assai sognata del viaggio, quella che ci permetterà di ammirare dall’alto mille anni di oscuri disegni.

si ammira l’oscuro arazzo della Pampa, l’incredibile testimonianza artistica, l’irrisolto enigma dei Nazca

Dall’alto, dalle leggere e avventurose avionetas, esteso su un’area di 520 kmq, si ammira l’oscuro arazzo della Pampa, l’incredibile testimonianza artistica, l’irrisolto enigma dei Nazca (periodo 1-600 d.c), un popolo che, secondo gli studiosi, aveva un carattere allegro e si dedicava parimenti alla pesca, all’agricoltura, a pregiati lavori artigianali in ceramica e tessuti, ai culti religiosi e alle pratiche astronomiche. La serie di disegni, invisibili da terra, costituiti da uno strato di sabbia e ciottoli ferrosi attaccati al suolo gessoso per l’umidità delle nebbie notturne, fu scoperta per caso, alla fine degli anni ’20, dal servizio di rilevazione aerea del Perù. Le figure rappresentano più o meno gli stessi modelli delle famose ceramiche colorate dei Nazca: elementi vegetali, zoomorfici e geometrici. Ma cosa si vede per davvero, flautolenze dei piloti permettendo?

I disegni nel deserto

In base alle giravolte e alla rotta assunta dal veicolo si vedono strane composizioni di 300 metri di lato e lunghe fino a 10 km, che si interrompono bruscamente nel deserto o si perdono dentro le poche oasi, fantasiosi ghirigori o spirali, “opere di un artista astratto, molto sensibile e molto sprecone” (Bruce Chatwin in “Io che ci faccio qui?”); un fiore, un cane, un ragno (secondo Cabrera, quello delle pietre di Ica, il ragno rappresenta un’astronave intrappolata!), una strana pianta (per Cabrera simbolo dell’umanità o dell’albero genealogico dei Nazca); una scimmia, una divinità felinica, una balena, un’orca, una lucertola spezzata e una vasta rappresentazione di uccelli come il condor, vero signore delle Ande, ma anche il colibrì, la gazza, il pellicano…

Perché tutti questi uccelli? Perchè ripetuti tante volte? Pare che fossero il simbolo della pioggia e che quindi evocassero una corale e provvidenziale richiesta d’acqua. Alcune fonti addirittura narrano di una spaventosa siccità in seguito alla quale si scatenò la furia iconoclasta del popolo Nazca che si mise a tracciare le lunghe e casuali linee per eliminare quei disegni votivi, quei sogni traditi di fertilità. Le varie ipotesi sui geoglifici di Nazca, sul loro significato, sul loro reale messaggio, sono sempre state molto suggestive.

Perché tutti questi uccelli? Perchè ripetuti tante volte?

Ipotesi astronomiche

Secondo alcuni studiosi come l’americano Kosok le linee rappresentano la costellazione dell’Orsa Maggiore o un calendario per i raccolti o un sistema per prevedere i movimenti di sole, luna e stelle. Queste sono soprattutto le idee della “gringa loca”, la matematica tedesca Maria Reiche, 40 anni vissuti nella Pampa con la pelle bruciata dal sole, le dormite sui sassi e i km di deserto misurati coi suoi nastri d’acciaio. La sua ostinazione le ha guadagnato l’affetto della gente comune che a Nazca e dintorni ha cominciato a vivere di turismo ma anche la compassione delle autorità che quando andava bene la definivano un’eremita fanatica o al massimo una curiosità locale. Come il Dottor Cabrera con le pietre di Ica la Reiche era convinta di appartenere profondamente a quel luogo e quindi di essere l’unica in grado di spiegarne il mistero.

Secondo alcuni studiosi come l’americano Kosok le linee rappresentano la costellazione dell’Orsa Maggiore

Ipotesi antropologiche

Per altri studi le linee riproducono delle rappresentazioni genealogiche o di classi sociali o di semplici canali di irrigazione o addirittura di campi sportivi per tornei e allenamenti dei chasquis, i corridori-messaggeri degli Inca che dalle coste alle vette con staffette organizzate portavano le notizie. Tale ruolo sociale delle linee fu difeso da Kosok e anche dalla Issbell che parlò di lavori inutili per impedire l’incremento demografico in tempi di crisi agricole. Un pensiero che forse lascia un po’ il tempo che trova.

Ipotesi religiose e politiche

Più concrete le tesi dell’italiano Orefici che parlò di due generazioni di linee, la prima dedicata a culti legati all’acqua e alla fertilità, problemi sempre molto sentiti da queste parti, e la seconda il cui scopo primario era la venerazione degli antenati.
I misteriosi segni erano quindi legati al culto dell’acqua, della pioggia, del raccolto oppure – e ad oggi questa è ritenuta l’ipotesi più probabile, formulata da Xesspe nel 1927 – erano dei sentieri da percorrere durante le cerimonie religiose nello spazio sacro della Pampa, cerimonie che sancivano grandi momenti di lavoro collettivo e quindi la fondamentale coesione tra le diverse comunità ed etnie. Le linee sono state spesso giudicate anche come dei modi per concentrare energia e chiamare a raccolta gli Apu delle montagne per proteggere e guidare il popolo.

erano dei sentieri da percorrere durante le cerimonie religiose

Ipotesi artistiche

Sttelin suggerisce che le lunghe linee di Nazca servissero per tendervi fili interminabili coi quali vennero confezionati i manti pregiati della cultura Paracas: una antica fabbrica in pratica, poco probabile.

Ipotesi fantascientifiche

A tante persone comuni e a qualche professore stravagante come lo svizzero Von Daniker piace credere a un’opera di extraterrestri. Ecco perché – si eccitano – i geoglifici si possono vedere solo dall’alto: erano le piste di atterraggio di astronavi degli Ufo che nei deserti andini crearono l’uomo!

A Von Daniker piace credere a un’opera di extraterrestri

Una visione dell’anima

Da un articolo apparso sulla celebre rivista “Airone” mi piace molto riportare questa visione poetica: “…i Nazca, gente perduta, capace di sforzi inimmaginabili per lanciare al cielo il proprio messaggio, dando forma a qualcosa di assolutamente non pratico, astratto, invisibile e stupendo, qualcosa di molto simile all’anima. Un popolo che per parlare con le stelle trascurò di rivolgersi agli uomini, dimenticando di erigere le solite immagini della forza e del potere. Eppure insistono a dire che erano uomini come noi…”.

Questa mi sembra la verità più bella: le linee di Nazca come il messaggio oscuro di un mondo lontano, la preghiera di un popolo delle sabbie che lasciò segni leggeri e romantici come l’anima.

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