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I grandi reportages

Sguardi Andini: Panamericana Sud

Verso Sud

Dopo la capitale-mostro il viaggio prosegue lungo la costa: la Panamericana Sud attraversa umili paesini dalle strade di sabbia, l’Oceano Pacifico mostra le sue lunghe onde, parecchie croci ricordano i morti degli incidenti e accanto a esse vedi pregare intere famiglie o ragazzi con la tavola da surf. Piano piano, lasciandosi alle spalle le ultime periferie di Lima, gli allevamenti di polli, gli insediamenti militari e i gommisti con le bandiere peruviane sventolanti su carcasse di camion, il cielo comincia a schiarirsi, la strada-mito dell’America Latina penetra i grandi spazi della pampa e comincia l’avventura emozionale sognata da tempo, la scoperta dei grandi spazi e dei numerosi enigmi del Perù.

l’Oceano Pacifico mostra le sue lunghe onde

La cultura Paracas

Pisco è un porto che vive di pesca e turismo, con un’atmosfera vivace e una buona cucina. Qui si sceglie in genere la guida con cui visitare la penisola di Paracas e le isole Ballestas e la scelta cade su un ragazzo più silenzioso degli altri che ti ricoprono eccessivamente di sconti, promesse e depliànts. La baia di Pisco è una cartolina con le barche che aspettano i turisti per le escursioni, il deserto polveroso sullo sfondo e i pellicani che osservano indisturbati la scena.

La baia di Pisco è una cartolina con le barche che aspettano i turisti per le escursioni, il deserto polveroso sullo sfondo e i pellicani

Al Museo Regionale si visitano i famosi tappeti e i resti dei crani deformati del popolo di Paracas che circa 500 prima di Cristo rappresentò la prima manifestazione culturale della costa meridionale del Perù precolombiano. Le caratteristiche salienti di questa civiltà furono le necropoli costruite nelle caverne, gli straordinari tessuti decorati con forme geometriche e le belle ceramiche policrome, i vasi-bottiglia, i ricchi corredi funerari e – chissà perché – la strana usanza di deformare e trapanare i crani dei morti, c’è chi dice per dotarli di facoltà intellettive ancora più grandi nell’ultimo viaggio.

Paracas è una riserva naturale fra mare e sabbie, un luogo selvaggio e suggestivo che regala grandi sensazioni di libertà. A Paracas ci sono animali rari e panorami che sembrano un paesaggio dell’anima, infinito e romantico. Ci avviciniamo a dei fenicotteri, camminiamo su alte falesie o su mucchietti di conchiglie e di fossili, fotografiamo l’arco di roccia naturale chiamato “La Catedral” e ci arrampichiamo sulle dune che hanno tutte le sfumature dell’ocra.

A Paracas, l’arco di roccia naturale

Tia Fela

La sosta per il pranzo è nella baia di Laguna Grande, dove vivono pochi pescatori. E Lei è venuta qui, tra il vento, la polvere, le onde, nel lontano 1947. Il posto le è piaciuto, ha messo su una capannina e ha cominciato a preparare il cebiche e le grigliate di pesce. Tia Fela* non se ne è andata più via, è una cosa sola con la natura di Paracas e mi piace immaginarla che osserva i lobos marinos e si interroga sui misteri del “Candelabro”. La vecchia con la faccia da curandera ha educato le generazioni successive ai fornelli e quando la saluti ti regala un dolce sorriso. Su una collina dietro la trattoria c’è una piccola croce, forse il ricordo più bello di Tia Fela, che lei divide solo col mare.

Il mistero del candelabro

Nel mare di Pisco si visitano il pomeriggio stesso le isole Ballestas, altrimenti note come “le piccole Galàpagos”! La lancia si ferma prima davanti a una magica duna e disegnata sulla sabbia di secoli c’è la figura di un grande candelabro. Lo hanno lasciato i popoli di Paracas, forse per ringraziare un dio, studiare il cielo (è la costellazione della Croce del Sud?), rappresentare un cactus sacro o dare un segno di orientamento ai naviganti. Ci sembra davvero un messaggio dedicato al cielo, di certo per noi è il primo impatto con l’archeologia del mistero e l’affascinante anticipazione delle linee di Nazca.

le isole Ballestas, dove c’è la figura di un grande candelabro

Il tesoro inaspettato delle piccole Galàpagos

Dopo poche miglia si arriva alle isole dove vige il divieto di sbarco per proteggere la numerosa fauna di trichechi, otarie, pinguini, pellicani e il prezioso guano, ovvero lo sterco dei cormorani che ricopre le rocce di bianco che viene raccolto ogni quattro-cinque anni poiché è un ottimo fertilizzante per i terreni agricoli. Gli animali “antartici” riescono a vivere a queste latitudini grazie alla corrente fredda di Humboldt che rende le acque piene di pesci e il clima per loro appropriato. Lo spettacolo più bello lo forniscono i leoni marini e le otarie: un cucciolo gioca con una stella marina appena pescata, altri prendono il sole su uno scoglio tutti vicini, come una famiglia al mare. E tanti giganti si amano, si battono o si riposano su una spiaggia di ciottoli fino a che alcuni di loro si tuffano per salutarci davanti alla barca. Sembra l’ora di ricreazione in mezzo al Pacifico!

Da lontano l’ultima vista delle Ballestas: un esercito di cormorani presidia una grande scogliera e vi deposita il guano. Mai feci di animali furono più concupite dagli uomini, causando addirittura lotte tra le compagnie multinazionali. Il tramonto a Pisco Puerto odora di pesce fritto e si anima di ballate inca.

un esercito di cormorani presidia una grande scogliera e vi deposita il guano

Le pietre di Ica: mistero, truffa o utopia?

La tappa successiva decidiamo di compierla nella calda e umida cittadina di Ica, per un motivo scoperto in viaggio grazie a delle letture. Nella sua casa-museo il Dottor Cabrera studia e colleziona migliaia di pietre per lui magiche, testimonianze di un mondo antichissimo e custodi di segreti incredibili. Questa storia comincia per caso: un giorno il medico riceve da un suo paziente un fermacarte di pietra con l’incisione di un pesce preistorico estinto quasi 80 milioni di anni fa! Cabrera si appassiona al mistero e rintraccia chissà come un non meglio definito “luogo delle pietre”, probabilmente una caverna, ne raccoglie tantissime con disegni di animali, stelle, piante e uomini e allora si convince che le pietre di Ica sono il messaggio di un popolo vissuto in ere geologiche remote, scomparso insieme ai dinosauri (!) e capace (lo dicono quelle incisioni..) di osservare le comete con rudimentali binocoli e di effettuare clamorosi trapianti di cuore e di cervello!

le pietre di Ica sono il messaggio di un popolo vissuto in ere geologiche remote

Per Cabrera le pietre non rappresentano affatto un’enigma ma la biblioteca litica di una civiltà lontanissima, che ebbe straordinarie conoscenze mediche, astronomiche, botaniche e zoologiche. Siccome nessuna scienza e nessun archeologo aveva mai scoperto prima in Perù tali pietre e tali teorie il medico di Ica decise di non diffonderle ma un giornalista francese nel 1974 svelò il mistero al mondo con un imprudente articolo intitolato “Ica, culla dell’umanità”. Da allora per Cabrera comincia il caos con la scienza ufficiale che lo perseguita e lo bolla come un visionario, se non come un povero pazzo. La polizia indaga e strappa a dei contadini le sue verità: “Si, abbiamo raccolto e dipinto noi le pietre” ma gli stessi contadini diranno più tardi di aver confessato per paura del carcere previsto per il traffico illegale di reperti archeologici. L’uomo rimane solo, deriso dai colleghi, lasciato anche dalla moglie. Tenta una difesa ma la prova del carbonio 14 non è possibile su resti inorganici e inoltre lui non vuole (o non può…?) rivelare a nessuno il nascondiglio. Studi tedeschi dimostrano l’antichità delle pietre, altri studi stabiliscono che a dipingerne 20.000 ci sarebbe voluta una vita intera, quindi il mistero si articola, si infittisce.

Le pietre di Ica: mistero, truffa o utopia?

La verità che conta

Dov’è la verità, le pietre sono davvero un mistero o una farsa? Se le pietre sono molto antiche i disegni di quando sono? E chi li ha fatti e come? Qualcosa sembra essere per e contro Cabrera, mancano dei certi elementi di investigazione, soprattutto su date, luoghi e autori. Quando vai a trovarlo Cabrera* ti stupisce, è un uomo gentile, si veste bene e si improfuma, ti apre lo studio e ti parla per ore. Non cerca adepti ma persone disposte ad ascoltare e a ragionare. Forse è davvero un visionario ma incute rispetto perché ha una cultura immensa e perché ha sacrificato vita e affetti alla sua passione per l’archeologia e magari, chi può dirlo? E’ proprio un genio, uno che è in grado di spiegare da capo la storia del mondo.

A mente fredda i dubbi durante il viaggio restano enormi: è difficile credere ad altre teorie evolutive, a delle pietre che mettono in rapporto le stelle, i primitivi, la moderna medicina e gli dei. Mi chiedo: possono essere credibili dei ciottoli che addirittura descrivono episodi biblici come la natività e la fuga in Egitto prima che essi accadessero? Che ritraggono cacciatori alle prese coi dinosauri già estinti o la deriva dei continenti di cui certamente quei popoli non sapevano niente? O che rappresentano tanto tempo prima le stesse linee che osserveremo sulle sabbie di Nazca? E’ possibile che noi sconosciuti e profani siamo stati subito ammessi nella stanza segreta di Cabrera? E’ lecito sospettare che i disegni come hanno accusato certi detrattori siano stati fatti usando un semplice trapano da dentista?

Lo scetticismo che proviamo non ci trasmette comunque l’urgenza di risposte e non ci interessa sapere in fondo se le pietre di Ica fossero la truffa perfetta, il gioco preferito di uno scienziato eclettico o la più grande cattedrale di pensiero, religione e mito mai costruita! Non ci importa indagare troppo su un sogno, un mistero, un inganno o un miracolo. Quello che ci piace è aver conosciuto lungo la Panamericana Sud quest’uomo e la sua storia e le sue pietre di andesite che hanno immaginato altre vite. Poi certi misteri e certe magie, proprio come una forma di fede, ognuno se li tiene nel cuore e gli dà le risposte che vuole. Ica, Perù desertico e costiero, pietre dipinte, un dottore e le sue ricerche, la realtà è solo questa, folle o geniale che sia.

Il Dottor Cabrera

(*Il Dottor Cabrera è morto nel 2001, il suo Museo è ancora visitabile. Tia Fela se ne è andata poco dopo, questo appunto di viaggio risale a un primo viaggio nelle Ande fatto 20 anni fa).

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