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Brazil com Emocao / I grandi reportages

Brazil com Emocao – Sguardo sul Pantanal

Prova a perderti

Sorvoliamo il Pantanal nel viaggio aereo dal Brasile barocco a quello amazzonico e dagli oblò la curiosità alimentata anche dalle piacevoli chiacchiere con alcuni passeggeri e da articoli letti sulle riviste di avventura si posa naturalmente sull’infinita palude, su quella pianura alluvionale gigantesca e sconfinata che si distende proprio sotto di noi, occupando nella regione del Mato Grosso una superficie pari a 230.000 kmq, uguale a quella dell’intera Gran Bretagna in pratica, sconfinando negli stati vicini della Bolivia e del Paraguay.

Brazil com Emocao – Sguardo sul Pantanal

C’è poco da scherzare, si tratta del pantano, dell’area paludosa più grande del mondo, dal 1984 Parco naturale nazionale e dal 2000 Patrimonio dell’Umanità, un vero regno di fauna e flora tropicale, molto suggestivo, molto umido e anche molto pericoloso.

C’è poco da scherzare, si tratta del pantano, dell’area paludosa più grande del mondo
un vero regno di fauna e flora tropicale, molto suggestivo, molto umido e anche molto pericoloso.

Siamo nei giorni di metà aprile, è appena iniziata la stagione secca che dura fino a ottobre e si può dire che laggiù nel Pantanal in questo periodo cominci una nuova vita che allo stato brado significa in molti casi una feroce lotta per la sopravvivenza perché le grandi acque si ritirano e i giaguari come gli enormi anaconda aspettano nell’ombra e nel fango per la caccia quotidiana. Hanno fame, tanta fame.

“Prova a perderti nell’inferno verde” ridacchia la corpulenta signora al mio fianco, portandosi la mano alla bocca più volte e mimando così una sorta di spavento quando col mio stentato portoghese misto allo spagnolo le chiedo degli animali e della natura del Pantanal. E degli uomini che hanno il destino o il coraggio di viverci.

Questa regione era un mare nei tempi antichi, poi un immenso lago, oggi assomiglia a un caotico e intricato delta fluviale nel pieno centro del Brasile, una specie di terra di nessuno dove la natura è davvero sovrana e dove crea un ecosistema che non esiste in nessun altro angolo di mondo.

“Prova a perderti”, appunto, in un mosaico di acque e di terre, di giorni bollenti e di notti nere, dove resistono a mala pena alcune piccole città addormentate intorno ai loro porticcioli e inghiottite dal verde, duemila fazendas coi cancelli e i recinti che appaiono all’improvviso negli spazi immensi e 300.000 uomini che si occupano essenzialmente di tre cose: allevamento, agricoltura e pesca.

300.000 uomini che si occupano essenzialmente di tre cose: allevamento, agricoltura e pesca

Nel Pantanal si contano sei milioni di bovini, se non diventi un abile mandriano hai poco altro da fare, magari commerci piccoli beni su battelli e canoe, frequenti i bordelli e le bettole di qualche buco tropicale, diventi cuoca in una taverna o reginetta di una festa paesana oppure ti avventuri col tuo improbabile camion sui 150 km della Transpantaneira, una pista di terra rossa che chiamarla pista è già un complimento, piena com’è di buche, di guadi, di pozze, di serpenti a spasso, di perenni cantieri, di ponti provvisori fatti con tavolacce di legno, di interruzioni o deviazioni nel niente. Eppure quel nastro nella selva congiunge i paesi (?) di Poconè e Jofrè, con le loro piazzette coloniali invase dal sole, con la loro umidità che ti sfianca e che ti fa venire in mente solo sudore, siesta, amache, birre ghiacciate, romanzi di Garcia Marquez e di Amado, fantastiche mulatte e mulatti, foglie sempre gocciolanti e grandi come alberi e ventilatori scassati che provano inutilmente a spostare l’aria immobile.

Nel Pantanal si contano sei milioni di bovini, se non diventi un abile mandriano hai poco altro da fare

“Prova a perderti” mi rimbomba più volte in testa quando leggo di quello che accade intorno a Campo Grande, a Cuiabà, a Miranda, a Esperanza, a Porto Cercado durante la stagione delle piogge (da ottobre a marzo): un mondo che letteralmente scompare, una geografia quasi cancellata, vittima delle inondazioni e della febbre gialla, e restano solo delle piccole strisce di terra e tutto intorno acque e paludi, cespugli fluttuanti, pontili di legno, villaggi sperduti, poveri, irraggiungibili. Coi dannati della terra sfruttati dai pochi ricchi latifondisti.

villaggi sperduti, poveri, irraggiungibili. Coi dannati della terra sfruttati dai pochi ricchi latifondisti.

“Prova a perderti” gongola ancora la mia vicina, la luce dei luoghi è certamente bellissima e poetica, la natura selvaggia sembra un antipasto dell’Amazzonia, la wildlife esercita anche un certo potere di attrazione e richiama turisti che rispettano la grande palude (per esempio a Bonito si praticano lo snorkeling nei fiumi, le immersioni nelle grotte, le arrampicate, il rafting, il trekking, la mountain bike, il deltaplano..) ma oltre all’incontro memorabile coi magnifici pappagalli brasiliani, gli ara azzurri alti un metro, con gli eleganti aironi o con le altre 600 specie di uccelli, o coi nandù, o coi buffi formichieri, o con le scimmie dispettose o coi goffi tapiri, devi mettere nel conto anche gli eventuali assalti di puma e giaguari nella giungla, i battaglioni di zanzare che escono fuori per divorarti ad ogni tramonto e la probabile tensione provocata dalle sponde infestate dai famelici piranhas, dai 30 milioni e passa (!!) di jacarè, i caimani coi loro occhi luminescenti che si intravedono nei safari notturni che i piranhas se li mangiano, dagli spaventosi anaconda mimetizzati tra piante e stagni e acque limacciose che a loro volta si mangiano i caimani, insieme ai tapiri, ai capibara, ai pescatori, e qualche volta purtroppo ai bambini che giocano o alle donne che vanno a lavare i panni nel fiume.

Un ciclo di natura terribile, un cerchio di vita e morte. Col Pantanal intero, così misterioso, così tenebroso, che sembra lo scrigno adatto a contenere e a raccontare le storie più paurose del Brasile.

“Dio e Diavolo”, lo chiamano così il loro territorio da queste parti.

30 milioni e passa (!!) di jacarè, i caimani coi loro occhi luminescenti che si intravedono nei safari notturni

Nel 1988 l’inondazione più grande mai avvenuta vide gli abitanti di Corumbà arrampicarsi sui tetti delle case per sopravvivere e da lì vedevano le carcasse dei bovini galleggiare nelle paludi. Probabilmente furono anche quegli gli anni dove le ultime tribù scomparvero per sempre nelle foreste del Mato Grosso.

Nel 1988 l’inondazione più grande mai avvenuta vide gli abitanti di Corumbà arrampicarsi sui tetti delle case per sopravvivere

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