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La voce dei viaggiatori

Thailandia: il piano era vederla

Abbiamo finito per attraversarla

La verità è che noi non viaggiamo seguendo un piano.

Thailandia: il piano era vederla

O meglio: il piano c’è, ma viene regolarmente smontato dopo mezz’ora. Funziona sempre così. L’unica certezza è un’altra: non sarà una vacanza, ma una vera prova di resistenza.

In Thailandia, ovviamente, anche. Si parte da Bangkok, che è una specie di test di resistenza mentale e fisica. Bangkok non si visita: si attraversa. A piedi, in tuk tuk, con l’aria condizionata che passa da zero a Polo Nord in tre secondi. È confusione pura, caldo, odori ovunque. Templi incastrati tra grattacieli enormi, rooftop incantevoli accanto a case di legno. È quel posto che ti fa pensare: ok, sono davvero dall’altra parte del mondo. E ti piace.

 Si parte da Bangkok, che è una specie di test di resistenza mentale e fisica

A rendere tutto ancora più surreale c’è il fuso orario, che a Bangkok sembra far parte del pacchetto. Sei sveglio da ventiquattro ore, il corpo non sa più che giorno sia, eppure cammini altre otto ore come se avessi improvvisamente sviluppato dei superpoteri. È stanchezza pura mescolata a adrenalina. Ed è stranamente bellissimo. A un certo punto, senza quasi accorgercene, iniziamo a uscire dalla città. Ed è lì che il viaggio cambia tono, come una playlist fatta bene.

Poi arriva Sukhothai. E qui succede una cosa strana: ti prende alla sprovvista

Ad Ayuttaya cammini tra templi e rovine e ti rendi conto che non stai più correndo, ma solo camminando. E va benissimo così. Poi arriva Sukhothai. E qui succede una cosa strana: ti prende alla sprovvista. Non è uno di quei posti su cui puntavi troppo e invece, come un colpo ben assestato, tra una pedalata e l’altra — sì, le rovine vanno visitate in bici — ti ritrovi a dire wow, con quello stupore misto a meraviglia che non avevi previsto.
Sukhothai è il colpo basso del viaggio. Quello che non avevi messo in conto. Ripartiamo, sempre più a nord. Festeggiare il Capodanno a Chiang Rai è un’esperienza irripetibile, assurda e buffa. L’opposto totale di quello che potevi immaginare — e va benissimo così.

Il giorno dopo, con decisamente troppe poche ore di sonno, il paesaggio cambia, la strada scorre, e si arriva al Triangolo d’Oro, insieme a quella sensazione difficile da spiegare ma chiarissima quando la provi. Sei fermo in un punto preciso, eppure ti sembra di essere ovunque. Tre Paesi che si sfiorano, un fiume che segna confini invisibili, storie che si intrecciano. È uno di quei momenti in cui capisci quanto il mondo sia piccolo, perché basta spostarsi di poco per cambiare tutto, e allo stesso tempo immenso, perché ogni luogo ha un peso, una profondità, un racconto tutto suo.

E poi c’è Chiang Mai. Qui il rischio è serio: innamorarsi

Una tappa che ti chiede solo di guardare. E mentre lo fai, senti che il viaggio si sta allargando — non in chilometri, ma nello sguardo. E poi c’è Chiang Mai. Qui il rischio è serio: innamorarsi. Chiang Mai è quella città che non ti chiede di scegliere tra muoverti e rilassarti. Puoi fare entrambe le cose. Cammini tantissimo, ti perdi apposta, trovi mercati, templi incantevoli, caffè perfetti capitati per caso. È una città che ti somiglia. E quando succede, non è mai un caso. Quando pensi di aver già visto tantissimo, arriva il mare. Phuket è il cambio scena finale. Stesso spirito, ma con l’acqua davanti.

Le Phi Phi sono belle come nelle foto — e anche di più. E affollate come nelle foto — e anche di più. Ma la fortuna di aver visto con i miei occhi Maya Bay, gli squali, quell’acqua incredibile che abbraccia le rocce… sono immagini che non si dimenticano. Le Similan, invece, mentre le vivi, pensi: ok, questo me lo porterò dietro per un po’. Un posto magico. Non c’è molto altro da dire. Alla fine la Thailandia ci ha fatto questo effetto: non ci ha mai chiesto di rallentare.

Le Phi Phi sono belle come nelle foto — e anche di più

Sempre un passo in più, una strada in più, una deviazione improvvisata. A volte anche dove non si doveva (sempre per colpa di mio marito, sia chiaro!) Ed è quasi sempre lì che sono successe le cose migliori. Forse è questo, per noi, viaggiare davvero: farsi stancare, sorprendere, spostare. Tornare a casa con le gambe distrutte e la testa piena.
E sì, torneremmo domani.

Con le stesse scarpe — comode — e con la stessa voglia di farci guidare da quello che succede.

Beatrice L. viaggiatrice da Poggio Catino

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