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Cultura da Viaggio

The Committments

I neri di Dublino

“Gli Irlandesi sono i più negri d’Europa, i Dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: “Sono un negro e me ne vanto!”. Difficilmente un dialogo di un romanzo ripreso poi da un film racconta meglio la nascita di una grande passione musicale e nel 1991 a Dublino accadde esattamente tutto questo, una congiunzione astrale e un fuoco indimenticabile.

I neri di Dublino

Un paese musicale

Era anche facile che la scintilla del soul europeo si accendesse proprio in Irlanda.
L’Irlanda da anni è la nazione che ha la popolazione con l’età media più bassa d’Europa e la voglia di essere giovani in effetti entra nella pelle appena ci si affaccia la sera nel distretto centrale del Temple Bar di Dublino, nei pub sparsi per le brughiere o vicino alle scogliere, nei club delle periferie sul fiume, nelle feste folkloristiche celebrate negli antichi castelli. Tutti luoghi sempre pieni di musica, di eventi, di allegria, di birra. A ogni angolo, in ogni notte.

La musica in questa città e più in generale in questo paese hanno sempre lasciato il segno, una tradizione rock infinita che ci ha regalato gli U2 con le loro struggenti ballate e pezzi pieni di energia positiva, Sinead O’Connor col suo stile ribelle, Enya con le sue sonorità new age che arrivano dagli spazi vergini del Donegal, lo storico gruppo folk dei The Chiftains che ha saputo valorizzare tutti gli strumenti tradizionali, Van Morrison e il suo vocione soul cresciuto tra i drammi di Belfast, i Cranberries con il loro dream pop e la parabola dolente di Dolores O’Riordan… e grazie a tutti questi meravigliosi artisti l’Irlanda negli ultimi trent’anni si è liberata della sua immagine provinciale, arretrata, un po’ misera, per conquistarsene un’altra basata sulla vitalità, la modernità, l’ambizione e il benessere. Spazi verdi e un grande cuore, poesia e rivoluzione presenti insieme in ogni testo, in ogni nota.

negli ultimi trent’anni si è liberata della sua immagine provinciale, arretrata, un po’ misera

La scintilla del soul

Il tipo di scintilla, di seme, che ricordiamo qui e che dobbiamo più specificatamente a Dublino ce la raccontano un film delizioso, un libro divertente e una colonna sonora davvero portentosa: parliamo di “The Committments”, “Gli Impegni”, un gruppo di giovani che fonda una band anarchica e casuale e insegue un preciso sogno artistico, un vero “impegno” negli anni ’90, quello di dar vita all’anima soul & black dei compassati dubliners minuziosamente descritti nei loro vizi, nelle loro virtù e nei loro flussi di coscienza da James Joyce nella prima metà del secolo.

Probabilmente all’epoca della sua uscita il film di Alan Parker, come le pagine di Roddy Doyle e le favolose canzoni della band non riuscirono a conquistare subito l’eco dei media, in fondo ritraevano anche il degrado, la povertà, la disordinata poesia degli slums settentrionali della città, erano un velo squarciato sulle sacche di povertà e arretramento di un paese che aveva spesso alternato fasi di boom economico a furie speculative e problemi di disoccupazione. Ma quella musica, quel ritmo, quella passione soul avevano qualcosa di unico e di autentico dentro, cominciarono a scorrere inevitabilmente nelle vene di tanti e quindi la storia di quei ragazzi diventò in breve tempo iconica, rappresentò un carattere, si svelò, fino a essere giustamente celebrata come l’esempio del più fulgido talento che riuscì anche a cambiare la concezione dei film e dei romanzi musicali nella nostra cultura.

il degrado, la povertà, la disordinata poesia degli slums settentrionali della città

Allora proviamo a raccontare meglio quei sogni, quelle speranze e quelle malinconie, dagli inizi incerti, alla gloria, fino alla repentina caduta.

Il romanzo e il suo slang

Prima uscì il romanzo, autore nel 1987 Roddy Doyle che con “The Committments” comincia la sua fortunata trilogia di Barrytown (nome di fantasia, ma realtà assolutamente autentica), ovvero quelle storie dei sobborghi poveri a nord delle limacciose acque del fiume Liffey e uno sguardo partecipe sugli spaccati di vita proletaria irlandese che ritroveremo più avanti in “The Snapper” e in “The Van”, tutti degli script perfetti e guarda caso diventati anch’essi dei film.

Prima uscì il romanzo, autore nel 1987 Roddy Doyle che con “The Committments” comincia la sua fortunata trilogia di Barrytown
Il romanzo è infatti pieno di dialoghi ai limiti della censura e tali dialoghi sul gergo da strada, sul sesso, sulla rabbia sociale

L’ingrediente vincente di Doyle oltre l’idea di partenza (la storia di formazione di una giovane band in una città dove ci sono migliaia di band e dove la musica è un patrimonio generazionale) è sicuramente il suo linguaggio colorito, crudo, sboccato, fatto di slang e parolacce. Il romanzo è infatti pieno di dialoghi ai limiti della censura e tali dialoghi sul gergo da strada, sul sesso, sulla rabbia sociale, sul lavoro mancante o precario, coi fuck a ripetizione, vennero riportati per intero nel film, tanto che non vale la pena neppure citarli perché SONO i dialoghi del film.

Doyle apprezzò tantissimo la versione al cinema curata da Alan Parker perché capace di catturare in pieno l’energia, l’umorismo e l’atmosfera del suo romanzo. Il libro va letto perché viscerale e divertente, perché rappresenta che anima, che forza e che impegno ci possano essere anche nella povertà, d’altronde è assai evidente la passione e l’affetto con cui l’autore parla dei suoi ragazzi e della sua città, degli umili mestieri e dei bassifondi, delle ragazze madri e dei poeti incompresi. “Tutti i figli di Dublino hanno le ali – disse, e si avviò fuori dal cancello, lungo il viottolo e poi in strada. Jimmy era felice. Adesso sapeva che sarebbe andato tutto bene. Erano nati i Commitments. C’era Joey The Lips Fagan con loro. E quell’uomo aveva tanto soul da bastare per tutti. Aveva perfino Dio dalla sua parte.”

temple bar

“The Committments” come “Billy Elliot”

Il film scorre via che è una bellezza e descrive benissimo la Dublino operaia che per le scene dei bambini che corrono con le bici scassate, dei panni stesi e delle palazzine in mattoni della periferia ricorda l’Inghilterra industriale ritratta nel film “Billy Elliot”. La fotografia preferisce i toni grigi delle strade e quelli caldi delle sale improvvisate da concerto, non concede fronzoli ma è un piccolo, sincero capolavoro, un film nel film. Il tifo si fa per ragazzi che vengono dal basso, che si impegnano tanto per il loro riscatto sociale, solo che in Billy Elliot la catarsi è il ballo mentre qui tutto sfocia nella passione e nella verità della musica soul.

Audizioni indimenticabili

La voce narrante è quella del giovane Jimmy Rabbitte, figlio di un fanatico di Elvis Presley che nella sua casa sistema il ritratto di Elvis sopra quello del Papa! Jimmy a inizio film vende musicassette in un mercato ortofrutticolo ma lui ha il dna musicale nel sangue e si mette in testa un’idea meravigliosa: uscire dal ghetto, trasformare la sofferenza della vita in gioia della musica, portare il soul alle masse, fondare una Band che sappia “Fare il Soul”, con la stessa grinta e lo stesso cuore dei neri americani.

si mette in testa un’idea meravigliosa: uscire dal ghetto, trasformare la sofferenza della vita in gioia della musica

Il cantante lo scova per caso a un matrimonio e ha una voce incredibile nascosta dentro un personaggio volgare, ruvido e bonario allo stesso tempo; due amici come lui senza lavoro li mette al basso e alla chitarra convincendoli che non esiste metodo migliore “per rimorchiare” che suonare in una band e dopo tante, spassose audizioni, che rappresentano una delle scene più azzeccate del libro e del film, ecco la scelta di tre belle e vistose coriste, ragazze della Dublino popolare e genuina che regalano un grande appeal e una carica sexy al gruppo coi loro gorgheggi e ancheggiamenti; ecco uno stagionato trombettista dal soprannome “The Lips”, “Labbra” che ha accompagnato i più grandi soul men in tour e che appena poggia le labbra alla tromba la suona in modo magnetico ed ecco gli altri prescelti per il sassofono, la batteria e il pianoforte, pronti a suonare coi loro ciuffi, le loro smorfie e i loro abiti eleganti. Le audizioni nel romanzo sono siparietti deliziosi ma è col film che mettono a soqquadro Dublino perché vi si presentano i tipi più strani e alcune scene bizzarre e comiche sono rimaste nel montaggio finale, rivediamole qui:

Ai nove componenti della Band di “promesse” (altra possibile traduzione di Committments) Jimmy ricorda quanto sia elementare il loro compito: “La nostra musica deve ricordare l’ambiente, le famiglie da cui venite. Deve parlare il linguaggio di strada. Deve parlare di fatica e di sesso. Niente canzoncine smielate del tipo “Tienimi stretta a te tutta la notte”. Capito, deve parlare di corpi, pomiciate, cosce, lingue, scopate”.

“The Committments”

Nella realtà tutti i protagonisti scelti dalla produzione erano dei giovani musicisti che non avevano mai lavorato come attori e questo loro curriculum e la chimica che furono capaci di creare resero la pellicola molto fresca e autentica, recitata da un cast eccezionale proprio perché vero, preso dalle strade, dai pub e dai club musicali di Dublino. A film finito i magici ragazzi del film, a partire dal vocalist Andrew Strong dal timbro potente e rauco come quello di Joe Cocker ottennero un successo mondiale cantando in lunghi Tour la colonna sonora del film e canzoni di Aretha Franklin, Otis Redding, Wilson Pickett e James Brown, mentre nel West End di Londra “The Committments” veniva trasformato anche in un bel Musical.

nel West End di Londra “The Committments” veniva trasformato anche in un bel Musical

Una trama esplosiva

Tornando al grande schermo la miscela dei caratteri della Band si rivela fin da subito esplosiva e si alternano puntuali le liti, come i rapidi e inaspettati successi. Dopo le prove nei capannoni industriali o negli umili cortili, il ripasso dei ritornelli sopra i bus o nelle celle frigorifere di una macelleria e gli esordi nei club o nelle parrocchie, la tensione sale nel crescendo delle loro hits, alimentata da rivalità, gelosie, dispetti, risse, in una sceneggiatura brillante, corale, che premia tutti, anche le comparse. Così se vogliamo restare alla trama scopriamo che il cantante diventa troppo protagonista, il batterista troppo aggressivo, altri troppo distratti dal loro strumento, dal loro ruolo, dal loro futuro, dai soldi, le coriste si litigano a sorpresa le performances non solo musicali di The Lips…, fino a che, all’apice del successo, in una notte di pioggia dublinese il gruppo si scioglie proprio un attimo prima dell’arrivo del mitico Wilson Pickett che doveva permettergli il grande salto.

Tornando al grande schermo la miscela dei caratteri della Band si rivela fin da subito esplosiva

Il destino dei sogni

Il finale è agrodolce, Jimmy racconta quello che è stato o che poteva essere, nel gruppo c’è chi si afferma nel jazz o nel country o nell’hard rock (!!), chi si sposa e cambia lavoro, chi diventa medico, chi finisce mezzo pazzo o a vivere da musicista di strada. Ma la trama è quasi un pretesto per parlare del popolo di Dublino, per ascoltare delle magnifiche creazioni soul, per riflettere sulla capacità di evasione, trasformazione e redenzione che dona la musica, per dichiarare al mondo quanto è importante credere in quello che si fa e per far uscire fuori la verità della vita, coi suoi fili, i suoi destini, i suoi risvolti, la sua parabola del successo, i suoi sogni che meravigliosamente nascono e poi finiscono.

i suoi sogni che meravigliosamente nascono e poi finiscono.

Resta una colonna sonora da brivido

In “Mustang Sally” di Wilson Pickett l’energia salta fuori dallo schermo, galoppante.

In “The Dark End of the Street” di James Carr e Aretha Franklyn si canta la dolcezza e la precarietà di ogni semplice amore.

In “Try a little tenderness” di Otis Redding il cantante Deco davvero “è capace di farti nascere, morire e risorgere nel giro di una sola canzone”

L’età degli impegni

“E’ come se Parker sapesse capire i ragazzi…” scrisse un ispirato Walter Veltroni nelle vesti di critico cinematografico a proposito di questo film. E noi dobbiamo ricordarci dei pezzi, dei pasticci e dei difetti dei Committments perché dopo “The Blues Brothers” niente ha dato un respiro più genuino e carismatico a questa musica universale che è il soul.

Perché questo film minore è stato baciato dalla magia dei principianti ed è stato votato dagli irlandesi stessi come il più bel film irlandese di tutti i tempi, così capace di esprimere la loro natura insieme allegra e malinconica, il loro fatalismo e il loro vitalismo.

E perché nulla forse come la genesi caotica di una band può ricordarci come è bello essere giovani nella nostra vita: lo stesso identico, piccolo miracolo, che accade quando entriamo in una squadra di calcio o in un corpo di ballo, quando si comincia una nuova scuola o quando arriva la sospirata partenza di un viaggio tra amici: “Destination Anywhere”, va bene un posto qualunque, anche la metropolitana.

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