Il senso del ritorno nella Città Rossa

Le cose belle restano in qualche modo in fondo al cuore e anche se il mondo è tanto grande da meritarsi sempre nuovi viaggi e nuove scoperte in certi posti ci torni volentieri.
Marrakech l’avevo vista da fidanzato con la mia futura moglie, all’interno di un meraviglioso circuito marocchino che era iniziato nella bianca Tangeri, il primo balcone dell’Africa (e quanta voglia mi è tornata anche di Tangeri dopo il suo ritratto nell’ultimo film di Muccino), proseguito sui tornanti dell’Atlante e poi nell’incredibile suk di Fès, brulicante di vita, tradizioni e misteri, diventato una favola lungo la Via delle Kasbah, quei fragili villaggi di argilla lungo un fiume e in mezzo alle oasi che sembrano sempre sul punto di sgretolarsi, un appuntamento col vuoto del deserto sulle dune di Merzouga e un abbraccio finale col blu a Essaouira e col caos, le passeggiate e gli sguardi sulla Corniche e la solenne e gigantesca moschea di Casablanca.

Ma specie lasciando Marrakech in quel luglio di tanti anni fa avevamo avuto dei rimpianti, perché il caldo era quasi insopportabile, perché Lara non si era sentita benissimo, perché certi incanti come i giardini di Majorelle non c’era stato il tempo di vederli, perché nella Medersa di Ben Youssef non avevamo incontrato gli studenti coranici, perché il nostro gruppo dormiva in un hotel moderno con piscina fuori la città e invece per noi il sogno era restare in un Ryad, a sentire le voci della piazza, delle medina e del muezzin, perché la squisita cucina di Marrakech non l’avevamo gustata sulle terrazze al tramonto o nei chiostri coi profumi di agrumi e gelsomino, e soprattutto perché il Tour ci chiamava ad altri percorsi e non eravamo riusciti a raggiungere i villaggi berberi tra le montagne, il fiume e le cascate dell’Ourika, né a fare l’esperienza in quad, dromedario e cena nel deserto pietroso di Agafay.
E poi la cosa più importante di tutte: in questi 20 anni di distanza dalla prima volta a Marrakech ci sono nate due splendide figlie e siccome Martina ed Elisa hanno anche loro il virus del viaggio dentro era giusto tornare qui, tra l’altro con qualche giorno e comodità in più, coi nostri migliori amici con due figlie coetanee e con la luce e i colori e i profumi della primavera.

Perché una cosa voglio dirla subito: Marrakech a luglio è bella ma a marzo è meravigliosa, vedi le palme, le bouganville e insieme le lontane montagne innevate, senti su di te un sole più tiepido e la stessa vita notturna nella magica Jeema el Fna sembra più frizzante e vivace, anche se la modernità la sta sempre più assediando coi suoi neon e i suoi fast food.
Il primo impatto con la città rossa
Il volo da Roma dura tre ore, sufficienti per catapultarti in un’altra cultura, un’altra aria e in un altro continente. Con 15 euro di taxi arrivi al tuo Ryad che consiglio di scegliere nella Medina, a due passi dalla piazza più famosa dell’Africa. Il tempo di rinfrescarsi un attimo, di bere uno dei numerosi thè alla menta, di salire sul tetto del Ryad per dare un primo sguardo agli altri tetti rossi e ai minareti di Marrakech ed ecco che si va subito alla scoperta della città, nata 1000 anni fa, da un’oasi, e da sempre al centro dei commerci e delle vie berbere tra l’Atlante, l’Oceano e il deserto.
Ecco il primo scorcio dalla terrazza del Ryad, ecco le prime magliette viste nel Suk.

Nella piazza magica ci si passa subito ma è meglio viverla nelle ore del tramonto, quando la luce si posa morbida su tutte le case, le mura, le terrazze di Marrakech che nella maggior parte dei casi hanno le tonalità cipria, salmone e rosso e così si infuocano e rendono la scena davvero poetica.
Siccome siamo in pieno ramadan (non troveremo un a birra fresca né un bicchiere di vino neanche a costo di sorrisi e mance) le preghiere lamentose del muezzin ci guidano verso l’alto minareto della Koutobia, alto ben 70 metri e molto simile a quello di Siviglia, inoltre custodisce un prezioso Corano prelevato da Cordoba nell’età dei califfi. Attorno alla torre i giardini, lì vicino lo storico Hotel Mamounia dove si può passeggiare gratis nei giardini fioriti, un po’ ovunque si incontrano i calessi tipici.
Poi con un taxi percorriamo i 5 km che ci separano dai Giardini della Menara, una delle cartoline più famose del Marocco. Sono eleganti, mistici, ornati da vasche d’acqua e da mosaici mudejar, resi verdi e profumati da palme, aiuole e fiori, frutteti e oliveti.

L’atmosfera che si respira è quella del tempo dei sultani. L’acqua del bacino serviva per l’irrigazione di questa meraviglia e arrivava da canali sotterranei provenienti dall’Atlante le cui cime si vedono innevate sullo sfondo. Vale la pena tornare qui anche al tramonto quando tutto il paesaggio assume sfumature più lievi e più magiche.
Il tempo dei sultani
Con un altro taxi torniamo in centro, precisamente al varco segnato dalla maestosa Port di Bab Agnaou. In questa zona ci sono vie e piazze tipiche dove scegliere un locale con dehors per uno spuntino a base di falafel, kebab o cous cous. Ma da bere, al massimo, acqua, bibite e cocktail analcolici.
Le visite che seguono mettono in mostra il tempo dei sultani, un’età in cui l’arte, lo stile, le decorazioni, gli ornamenti, il senso della bellezza era sicuramente più importante delle battaglie e delle religioni. Le Tombe dei Saadiani, situate proprio accanto alla grande Moschea della Kasbah, nel quartiere dove sorgeva l’antica cittadella reale, rappresentano il tesoro quasi nascosto di una dinastia di fine ‘500. Più che una necropoli sono una vera e propria forma d’arte, riccamente decorate e cesellate, e ti trasportano nel sontuoso passato di Marrakech.
Lì vicino il Palazzo el Badi è molto grande e suggestivo, il suo nome significa “incomparabile” e in effetti questa rovina romantica che si ispirava all’Alhambra di Granada e che aveva ben 360 stanze oggi trasmette con le sue mura color ocra e la corte con vasca ancora tanto fascino.

A cinque minuti a piedi, ecco infine il Palazzo La Bahia che rappresenta una delle opere architettoniche più importanti della città. Fu costruito alla fine del XIX sec. con l’intenzione di creare il palazzo più impressionante di tutti i tempi. Da ammirare i cortili, i mosaici e le decorazioni sul tetto, le fontane, l’harem, tutto parla di un tempo dedicato ai piaceri, alla meditazione, all’estetica. Purtroppo, sono rimaste tante stanze vuote, svaligiate nei tempi, ma in compenso troviamo nei vari ambienti una bella mostra di quadri berberi.
Poco a sud delle tre testimonianze delle dinastie di sultani si può vedere da fuori il Palazzo Reale o camminare tra gli immensi Giardini dell’Agdal che erano i frutteti dei califfi almohadi. Insieme a quelli di Menara alla Medina sono stati dichiarati Patrimonio mondiale dell’Umanità dall’Unesco nel 1985 e incantano coi loro aranci, fichi, ulivi e melograni.
Per finire questa prima meravigliosa giornata l’idea che vale da sola il viaggio è quella di prenotare un tipico ristorante con terrazza sui tetti di Marrakech. Il tramonto trasforma la scena da rossa a scura, restano in risalto la Koutobia illuminata e nell’aria si spargono i fumi delle braci della piazza.
L’incredibile mondo del suk

Il secondo giorno si parte alla conquista del suk ed è importante farlo dopo una bella dormita e una ghiotta colazione nel tuo Ryad perché il suk è un mondo a parte, richiede energie, ti trascina, ti coinvolge e ti risucchia.
E allora diventa davvero importante a pochi passi dai mille mercati, dalle mille voci, trovare un’oasi in un Ryad. Il nostro aveva un’atmosfera rarefatta, le porte delle camere in legno intarsiato, una vasca d’acqua centrale con piante e vasi tutto intorno, la stessa acqua che gocciolava piano da una fontanella e donava tranquillità a tutto l’ambiente, un terrazzo in alto, per colazioni basate su caffè e thè, cremine tipo yogurt aromatizzati con frutta e rose, pane, frittelle e crepes fatte a vista da riempire con marmellate, burro di arachidi o formaggio, una torta o due in aggiunta e poi un immancabile tajine che quando sollevavi il coperchio della pirofila in terracotta era una sorpresa perché rivelava il gusto e il profumo del piatto caldo, in genere a base di uova ma una mattina pure una minestra di legumi, l’harissa!

E allora si che il suk lo puoi affrontare: in genere il primo giro lo fai per orientarti, per capirci qualcosa, per cominciare a mettere fuoco quello che invariabilmente comprerai a fine giornata o a fine soggiorno, dopo altri due o tre giri. Nei suk e nella Medina di Marrakech si cammina a caso, ci si perde in pratica, si segue l’istinto, si seguono i colori, i suoni, i profumi, si incrociano tanti mestieri, si ascoltano tante voci, si conducono mille trattative perché non esiste neppure un prezzo pubblicato, anzi il prezzo cambia in base all’orario o all’umore del mercante.
Il suk è insieme alla Piazza l’anima di Marrakech, un luogo di incontro e di scambio, un vero bazar del mondo dove tutto finisce là dentro grazie alle opere, alle bancarelle, ai negozietti di circa 30.000 artigiani! Il suk della città rossa è stato definito “una rappresentazione economica allo stato molecolare” ed è stato descritto benissimo nel piccolo libro di viaggio “Le voci di Marrakech” di Elias Canetti.

Le trattative sono un vero rito, un vero ring, tra thè alla menta offerti, cifre scritte sui foglietti, alzate, abbassate, oggetti aggiunti e tolti, risate, sceneggiate.
Cosa comprare nei suk…? Oggetti di rame e di ottone, pantofole, borse e cinte di pelle, (Suk El Bjana), datteri e spezie di ogni tipo, filtri magici, erbe miracolose, hennè, sciroppi, creme, unguenti, colorati tappeti kilim (Suk Zarbia), ceramiche e cesti di paglia, lane colorate (Suk Laghzal), gioielli, quadri colorati, magliette della nazionale del Marocco che ha appena perso una clamorosa finale di Coppa d’Africa, oltre che mille bocconcini alimentari. La febbre del suk vince sempre, su chiunque, e tra panini fritti all’aperto, motorini che si infilano tra muri di folla, mendicanti, bambini mezzi scalzi, donne col velo, venditori di caftani o di pozioni, di pentole o di babouches tu ne uscirai stanco ma felice perché in qualche modo avrai trovato il tuo oggetto, il tuo ricordo del viaggio in Marocco.
Per finire alla grande il lungo giro nella Medina ricordatevi di due meraviglie, la Medersa di Ben Youssef e il Giardino Segreto.
La prima è la scuola coranica più bella del Marocco insieme a quella di Fès, un luogo di pace e preghiera, reso prezioso da splendidi mosaici, porte, vasche, con la possibilità di visitare anche le cellette degli studenti che per generazioni sono passati di qui a imparare la religione, la scienza, la filosofia. Vi si ammirano il chiostro, gli ornamenti in legno intagliato e l’insieme prezioso di marmi e di stucchi a riprova che l’arte islamica fosse soprattutto un capolavoro estetico. Il secondo è un ritrovo incantato, uno spazio nascosto e verde e profumato, una pausa dal rumore che domina tutto intorno.
E la notte in Piazza

Il nome Jeema el Fna, patrimonio Unesco della Città Rossa, significa “assemblea dei morti” (o “moschea del nulla” secondo altre interpretazioni): in realtà qui dove una volta si celebravano truculente esecuzioni con tanto di teste esibite siamo nel teatro dei vivi, nel cuore di Marrakech che da secoli pulsa, nel genius locii della vecchia città imperiale.
Jeema el Fna è il suo cibo: spiedini fumanti di carne di montone, altre carni sui bracieri perennemente accesi, le focacce con le verdure, le zuppe di legumi, i cartocci di patate o di lumache, il pesce fritto le mille salse piccanti a condire tutto, i risi speziati, le torri di arance orgogliosamente esibite, i venditori di dolci che ti passano accanto coi loro carretti numerati (“ricordati del numero 4 a fine cena amico per favore” – “va bene numero 4 ci vediamo tra un’ora!”).
Jeema el Fna è il suo circo: quello che va in scena ogni sera in questa piazza è un trionfo d’umanità. Si incontrano venditori d’acqua con buffi pennacchi e vestiti colorati, i più bizzarri artisti di strada, fachiri e indovini, saltimbanchi e cantastorie, maghi e guaritori, incantatori di serpenti, gente che gioca con le scimmiette o sfida gli scorpioni… Un clima perenne di festa di strada, di improvvisazione teatrale, in un mare di luci, voci e fuochi, in più balli e musiche, tamburelli e flauti, carretti e muli, motorini ovunque, gruppi di turisti che si mischiano ai venditori, agli artisti e ai giovani marocchini.

Ma una cosa devo dirla: insieme alla polvere di venti anni fa la Piazza purtroppo ha perso anche parte del suo fascino, è sempre più assediata dalla modernità, i fast food e le luci al neon hanno preso il posto dei mangiatori di spade e di fuoco, i venditori di magliette e paccottiglia varie hanno preso il posto di quelli che esibivano le loro gabbie con gli uccelli esotici, i banchetti con gli scrivani per gli analfabeti e coi rudimentali dentisti non li ho visti più, gli stessi stand alimentari oggi sono tutti uguali, per una serata gastronomica standard, che ha tolto rispetto al passato un po’ di varietà e molta sorpresa. Appena ti avvicini a qualche personaggio per una foto tutti vogliono una manciata di dirham, invece, una volta, c’erano spettacoli più continui e spontanei: peccato.
Ma a Marrakech che ti ha ammaliato in altri cento modi perdoni anche questo.



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