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Cultura da Viaggio

Viaggio musicale americano – prima parte

L’appetito vien… ascoltando!

L’appetito vien… ascoltando!

Come per gli aforismi e la letteratura da viaggio a Natale abbiamo pubblicato due puntate così per le suggestioni musicali sul viaggio completiamo, dopo la puntata sull’Italia, il nostro percorso di Pasqua.
Lo spunto è stato naturale ed è arrivato dall’America, il continente musicale per eccellenza, quello dei lunghi viaggi, quello delle grandi firme del rock ma non solo, anche della musica più popolare ed etnica, saldamente ancorata alle radici dei suoi popoli.

Le due Americhe musicali

Parliamo di un serbatoio culturale e musicale immenso, sinceramente difficile da riassumere. Parliamo di un laboratorio infinito di suoni e di parole che diventano inni, miti o mode, di un modello che noi europei abbiamo spesso e volentieri preso come punto di riferimento. Parliamo – è bene sottolinearlo – dell’America tutta, dell’America intera, perché se è vero che dagli Stati Uniti provengono le maggiori produzioni del country, del rock e del grunge, le colonne sonore indimenticabili dei viaggi on the road, i ritmi per godersi al meglio una New York a piedi, un blues della provincia, un’atmosfera sognante di Los Angeles, dall’America Latina, bellissima e tormentata, filtra quasi sempre una luce diversa e arriva fino a noi, forte, vibrante, colorata. Arriva tutta la carica emotiva e seducente di canzoni e viaggi più esperienziali, più sgangherati, più provvisori.

Forse meno mitici, meno cinematografici, ma più sentiti e più veri.

Le due Americhe musicali

La musica del nord e del sud americano, qualunque si ami o si preferisca, è un formidabile mezzo per tirare su il morale: quando le cose non vanno benissimo esistono due rimedi facili da adottare, partire con un bagaglio al volo e ascoltare un buon disco, il tuo disco che fa pensare al viaggio.
Per staccare, crearsi il proprio mondo, inseguire il proprio sogno, per ritrovarsi catapultati subito tra luoghi e genti affascinanti e nuove.

Born in the Usa o in California?

Cominciamo ovviamente il nostro percorso dal mito On the Road, quello Born in the Usa.
I Rolling Stones in “Route 66” aprono un filone, quello di cantare le bellezze, i paesaggi e le atmosfere della Mother Road che parte da Chicago e arriva a Los Angeles, passando per la pancia del paese. Un paese tutto da vivere fino “alla scoperta dell’oro” della California: “Beh, se hai intenzione di andare a ovest, prendi la mia strada che è l’autostrada migliore, ottieni i tuoi calci sulla Route 66…” e via con l’elenco delle città visitabili.
Quante attenzioni, sentimenti e canzoni ha catalizzato e ispirato la California: “Hotel California” degli Eagles è un viaggio onirico, psichedelico. Col vento nei capelli, inseguendo una ragazza, approdando sotto l’insegna di un hotel che solitario nei grandi spazi americani diventa il luogo e la metafora di ogni possibilità e di ogni delusione: “sull’autostrada buia e deserta… in lontananza scorgo una luce scintillante… là lei stava ritta sulla soglia… e pensai tra me e me “questo potrebbe essere il paradiso ma anche l’inferno”…benvenuto all’Hotel California, un tale posticino…”

Sempre al Golden State sono dedicate “California Dreamin” dei The Mamas and The Papas e “Going to California” dei Led Zeppellin che prefigurano un viaggio più mitico ancora con la loro hit “Stairway to Heaven”, dominata da una Lady che non si sa se è la Madonna o una divinità pagana e il West e il vivere in armonia con gli altri e la natura che sono le solite ancore di salvezza spirituale indicate da un pifferaio magico: “quando guardo verso ovest provo una certa sensazione, e la mia anima mi sollecita fortemente alla partenza… cara signora, senti il soffiare del vento e sai che la tua scala (per il paradiso) si trova sul mormorare del vento?”. Da ricordare anche “If you are going to San Francisco” di Scott Mac Kenzie che come un vate annuncia negli anni’60 tutto quello che dopo accadrà, le enormi qualità e potenzialità di una terra giovane, di una città pulsante e creativa, destinata a fondare le start up tecnologicamente più evolute, più veloci e più moderne nella sua Silicon Valley.

Born in the Usa o in California?

Rabbia e fuga

Il viaggio e la musica on the road statunitense celebra da sempre concetti quali la fuga, la ribellione all’omologazione, alle regole delle città tristi e anonime. Meglio le avventure, la strada, il vento, i campi, i canyons, i grandi spazi da percorrere su Harley Davidson o macchinoni sgargianti e decappottabili. Così accade in “Born to be wild” dei Steppenwolf, colonna sonora dell’iconico film “Easy Rider” ripresa anche dal più leggero e sentimentale “Fandango” e a detta di alcuni critici musicali il primo vero brano heavy metal della storia: “Fai correre il tuo motore a testa bassa sull’autostrada cercando l’avventurae tutto ciò che capita sulle nostre strade… sì cara fai che succeda, prendi il mondo in un abbraccio d’amore, come un vero figlio della natura, siamo nati per essere selvaggi…”.
Così accade nella magnifica, seducente, adrenalica ed eterna “Born to Run” di Bruce Springsteen perché “Baby questa città ti strappa le ossa dalla schiena, è una trappola mortale, un invito al suicidio, dobbiamo andarcene finchè siamo giovani, perché i vagabondi come noi, baby, sono nati per correre”. Via, sulle highways sterminate, fuori dalle illusioni metropolitane fatte di ville, luci, falsi valori. Per vedere se l’amore è vero e selvaggio, per darsi un bacio interminabile. Per camminare al sole.

Così accade nei brani che accompagnano i paesaggi meravigliosi di “Fandango” con Kevin Costner, da “Can’t find my way home” dei Blind Faith all’assolo di Pat Metheny nella scena del ballo col fazzoletto, e ancora di più in quelli da cartolina del West di “Thelma & Louise” dove la performance di Susan Sarandon, Geena Davis e Brad Pitt non sarebbe la stessa senza “Part of me, part of you” di Glenn Frey o senza le note struggenti di “Thunderbird” di Hans Zimmer che accompagnano i momenti di silenzio, di stupore e il salto nell’abisso per rimanere libere.

accompagnano i momenti di silenzio, di stupore e il salto nell’abisso per rimanere libere

Il viaggio come forma di protesta verso la società moderna

Gli stessi valori di protesta e di ritiro nella più genuina sfera individuale sono espressi in “Road Trippin” dei Red Hot Chili Pepper (“andiamo a perderci in un qualsiasi posto degli Usa”) e nel capolavoro di Eddie Vedder dei Pearl Jam, “Society”, canzone guida del cult movie “Into the Wild” di Sean Penn che giustifica la fuga nella natura di Chris McCandless rispetto alle alla gretta morale della società moderna (vedi pezzo dedicato de “Il Grillo Viaggiante nel Topic Cultura da viaggio/Into the Wild): “Penso di aver bisogno di trovare un posto più grande, perché quando hai più di quanto pensi, hai bisogno di più spazio. Società, sei una razza pazza…folle profonda, spero che tu non sia sola senza di me”. Non mancano al filone pezzi storici del grunge dei Nirvana, dove il viaggio però come sappiamo è piuttosto un tema psicoanalitico e psichedelico e davvero frammentato e dei Pearl Jam stessi per esempio con l’ultima, poetica “River Cross” contenuta nell’album “Giganton” (“Desidero che questo momento non finisca mai, lascia che sia una bugia che tutto il futuro muoia…”).

Un blues nel deserto

Esiste poi una serie di canzoni e colonne sonore dove l’on the road si arresta quasi nella dimensione provinciale e deserta dei grandi spazi americani. La provincia profonda dei motel abbandonati, delle pompe di benzina, delle insegne penzolanti, dei cespugli che rotolano, delle atmosfere afose, torbide, ambigue. Dell’America che ha un altro passo, che sembra sempre uguale, sempre stanca. La musica più adatta a tale spleen è il blues, oppure un modo di suonare il country così lento e malinconico che assomiglia proprio al blues. Pensiamo a film e a colonne sonore come “The Hot Spot” di Dennis Hopper che contiene la splendida “Coming to town” di John Lee Hooker, oppure alle atmosfere rarefatte di “Paris, Texas” di Wim Wenders coi suoni di Ray Cooder o ai destini del “Baghdad Cafè” dove spicca l’ipnotica “I’m Calling you” (“una strada deserta da Las Vegas verso il nulla… un piccolo caffè, proprio dietro l’angolo… un vento caldo e secco soffia verso di me…sta arrivando un cambiamento, si avvcina la dolce liberazione, ti sto chiamando, riesci a sentirmi?”).

sta arrivando un cambiamento, si avvcina la dolce liberazione, ti sto chiamando, riesci a sentirmi?

Verso la città delle stelle

E concludiamo l’analisi dei generi musicali statunitensi nati e cresciuti lungo la Route 66, tentando un ponte concettuale tra la prima e l’ultima città divise dalla grande strada, la “Sweet Home Chicago” descritta in “The Blues Brothers” e la sognante Los Angeles, la “City of stars”, resa benissimo nel musical “Lalaland”: “Città delle stelle, stai brillando solo per me?… L’ho sentito dal primo abbraccio che ho condiviso con te che ora i nostri sogni sono finalmente diventati realtà… Sì, tutto quello che cerchiamo è l’amore da parte di qualcun altro, una corsa, un’occhiata, un tocco, un ballo…”
Ogni viaggio in genere termina con un ritorno a casa e c’è un pezzo-simbolo anche per questo: il verso dice “Take me home, country roads, to the place i belong, West Virginia Mountain Mama…” e lo canta John Denver.
Ma per i lettori de “Il Grillo viaggiante” c’è anche una sorpresa finale: la passeggiata musicale per le vie di New York. Esiste un ampio repertorio in merito, esistono anche tutti i pezzi suonati da Simon & Garfunkel nello storico concerto al Central Park, “The sounds of silence” in testa a tutti, ma si tratta più di viaggi dell’anima e dell’uomo, come quelli di Bob Dylan da “Blowin’ in the wind” a “Knockin’ at heaven’s door”, che hanno acquistato nei decenni una vera aura di sacralità.
La Grande Mela se ha una colonna sonora tutta sua, comincia con “Walk on the wild side” di Lou Reed e finisce con “New York”, esecuzione da brividi di Alicia Keys e rappata da Jay Z e sostenuta da un favoloso video in bianco e nero: “New York, concrete jungle, where dreams are made of…”.

un salto indietro nel tempo il bianco e nero vira sul color seppia per i toni caldi ed epici

Facendo un salto indietro nel tempo il bianco e nero vira sul color seppia per i toni caldi ed epici di “C’era una volta in America”, l’epico film di Sergio Leone dove le scene girate a Broklyn o a Little Italy sono sostenute dall’ ennesima prodigiosa colonna sonora del Maestro Ennio Morricone. Se in questo momento chiudete gli occhi non si riconoscerà tanto facilmente il confine tra un’epopea western e una di bande italo-americane.

Ecco la nostra proposta di playlist di musica da viaggio del Nord America:

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