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Il grillo Racconta / Isole

Le isole della fantasia – seconda parte

Le isole dei mostri

Le isole dei mostri

Per Centini sempre ne “L’isola che non c’è” quello del mondo perduto è un “tema ricorrente della letteratura fantastica, affermatasi soprattutto in età vittoriana”.

In pratica alcune isole immaginarie, davvero isolate da tutto, “hanno permesso la conservazione delle caratteristiche arcaiche degli esseri viventi e dell’ambiente in generale; in ragione di tale peculiarità, questi luoghi sono l’habitat più idoneo per animali ritenuti estinti (per esempio i dinosauri) o impossibili (come nel caso di King Kong)”.

E’ proprio così, c’è sempre un’isola lontana, oscura, remota, che fa venire i brividi, dietro le storie letterarie e cinematografiche di “Jurassic Park” o dello scimmione più famoso di sempre.

Per l’autore “il modello di riferimento è il romanzo “Il mondo perduto” di Artur Conan Doyle ambientato su un altipiano del Sudamerica (e su “Il grillo viaggiante” abbiamo raccontato anche la montagna tra le nubi di Roraima…) …e si è ipotizzato che il “mondo perduto”, abitato da creature arcaiche rimaste allo stato primigenio e ostili agli esploratori, esprima il senso di colpa da parte degli occidentali per l’invasione prodotta”.

Questa affermazione mi ricorda il senso di colpa e allo stesso tempo la maledizione che insegue il vecchio marinaio di Coleridge per aver ucciso l’albatros…

il senso di colpa e allo stesso tempo la maledizione che insegue il vecchio marinaio di Coleridge per aver ucciso l’albatros

Il connubio isola-mostro ha radici antiche perché a parlare in fondo di mostri aveva cominciato lo stesso Omero con Polifemo e i ciclopi dell’Odissea o con le sue sirene ammaliatrici o con Scilla e Cariddi…

Un’idea del primitivo appare anche in molte saghe medievali e nell’Isola del Drago delle “Cronache di Narnia” con la bestia che in luoghi impervi custodisce tesori o segreti o bambini rapiti, fino a che gli eroi del racconto per superare le prove più grandi lo devono uccidere o aiutare nella sua metamorfosi.

La paurosa Isola del Teschio di King Kong la ricordiamo proprio tutti, sia nella prima storica versione del film in bianco e nero del 1933, che in quella del 1976 con Jessica Lange e il gigantesco gorilla animato dal nostro Carlo Rambaldi, che nell’ultimo bel film del 2005 con Adrien Brody e con Naomi Watts nella parte della preda. Un’isola tropicale, con molta giungla, molta nebbia, molto mistero, che ispira molta tensione, che ospita tribù feroci e animali mostruosi provenienti dal passato contro i quali Kong si batte in duelli clamorosi.

quella scimmia gigantesca evoca con potenza il mostro che è in noi

Per Centini “quella scimmia gigantesca evoca con potenza il mostro che è in noi…, incarna un passato che fa parte della nostra natura e vorremmo fosse ormai sepolto nella spirale dell’evoluzione, ma invece riemerge con tuta la sua potenza. King Kong è trasformato da sovrano della giungla dell’Isola del Teschio in vittima della giungla urbana: il suo decadimento inizia quando viene strappato dalla foresta e si concluderà sull’Empire State Building in modo catastrofico e scenografico, l’unico possibile nel mondo degli uomini, dove il mostro è stato prima trascinato a forza e poi rifiutato”.

Come dire che a volte l’isola più perduta è meglio della moderna New York, che il mondo selvaggio va rispettato e se possibile lascito intatto, con le sue meraviglie e coi suoi “orrori”.

E per Centini anche Godzilla è “simbolo della potenza distruttrice della natura quando questa viene alterata dall’uomo”, in tal caso dagli esperimenti atomici effettuati al Polo Nord dagli americani e nelle isole di Oddo e Ragos dai giapponesi.

Infine al largo del Costa Rica “sull’Isla Nublar si concretizza il più antico e inquietante sogno dell’uomo: creare la vita. Infatti è questo il luogo in cui ambientato “Jurassic Park”, romanzo di Michael Crichton, diventato il film omonimo (1993) con la regia di Steven Spielberg”. Al riguardo l’autore azzecca in pieno la definizione di “Neofaustismo”, un neologismo che ben si presta a essere utilizzato quando ci si riferisce a “Jurassic Park”, perché ci pare particolarmente adatto per indicare atteggiamenti che sono animati dalla volontà di oltrepassare i limiti della condizione umana, attraverso tutti i mezzi messi a disposizione dalla scienza e dalla conoscenza contemporanee”.

Godzilla è “simbolo della potenza distruttrice della natura quando questa viene alterata dall’uomo”

Le lasciamo in pace le isole perdute, i mondi perduti?

O le andiamo a stuzzicare come “L’Isola degli Zombies” (1932, regia di Halperin) che da Haiti in poi ha creato tutto un sanguinolento filone cinematografico di genere? O come “L’isola del Dottor Moreau” (romanzo di Wells del 1896 e film con Burt Lancaster del 1977) sperduta nei Mari del Sud che ci ammonisce sulla possibilità che bestiali esperimenti (l’innesto di parti umane su animali selvaggi) possano prima o poi rivoltarsi contro i deliri di onnipotenza di qualche folle scienziato sbranato come in questo caso dalle sue creature?

O come l’isola dei Robot ribelli creati dal Dottor Rossum al largo della costa statunitense?

Le isole di Verne e Stevenson

Il viaggio dentro di noi in qualche modo continua con l’esplorazione dei mondi fantastici di Jules Verne e Robert Louis Stevenson, scrittori visionari che seppero entrambi donare ai loro romanzi dedicati alle isole la forma del mistero e della meraviglia.

Il francese fonda probabilmente nel 1874 un vero e proprio genere letterario, quello dell’isola misteriosa, del viaggio avventuroso, oltre ogni possibilità, ogni confine, ogni dimensione storico-temporale. Come ricorda Centini “Ne “L’isola misteriosa” (che è quella di Lincoln, in pieno Pacifico, a 2.500 km dalla Nuova Zelanda) ci sono tutti gli ingredienti che sono parte integrante di un modello di isola che non c’è… creature mostruose, pirati, sconvolgimenti naturali…resti di antiche civiltà. Insomma una fitta relazione tra immaginario e geografia fantastica”. In aggiunta la carismatica figura del Capitano Nemo che si sacrifica per salvare i protagonisti, affondando per sempre negli abissi col suo mitico Nautilus dopo che con lo stesso sottomarino in “Ventimila Leghe sotto i mari” aveva vissuto ogni tipo di avventura, dall’incontro con la piovra gigante alla scoperta di Atlantide.

Un tratto distintivo di Verne è stato sempre l’amore per l’avventura e per la scienza e per l’ignoto pari almeno però alla sua sincera nostalgia di casa, della patria e degli affetti più intimi.

Lo scozzese sposta il focus ancora di più sulla letteratura per ragazzi e ne “L’isola del Tesoro” uscito nel 1883 i temi adatti a rappresentarla ci sono davvero tutti, la terra selvaggia e dimenticata nel cuore dei Tropici, il misterioso Capitano Flint con la benda sull’occhio, la stampella e il pappagallo sulla spalla, la banda di pirati capitanata dall’ambiguo cuoco di bordo Long John Silver e soprattutto il ragazzo curioso Jim Hawkins che trovata nella locanda dei suoi genitori in un villaggio marinaro presso Bristol una misteriosa tela cerata con l’indicazione di un tesoro segreto affronta una sorta di battesimo e compie col viaggio sull’isola (identificabile probabilmente con Norman Island nelle Isole Vergini, Antille dei Caraibi quindi) l’emozionante percorso di formazione che lo porta nell’età adulta.

Stevenson ci lascia una bella storia, un poema della vitalità e nei giovani un invito all’azione avventurosa.

Un tratto distintivo di Verne è stato sempre l’amore per l’avventura e per la scienza e per l’ignoto pari almeno però alla sua sincera nostalgia di casa

L’isola dei ragazzi-nemici

Tempi più moderni e più incerti, quelli del dopoguerra, parliamo del 1954. Un’isola collocata una volta in più mari remoti, stavolta nel Mar Cinese Meridionale, ospita la vicenda abilmente narrata da William Golding che ne “Il signore delle mosche” ci mostra come “L’isolamento diventa una sorta di catalizzatore che contribuisce a portare in superficie gli aspetti più arcaici e ‘bestiali’, trasformando i giovani naufraghi in ‘selvaggi’” (Centini – “L’isola che non c’è”).

Come novelli Robinson, ma nell’ambito di una piccola comunità dove sorgono rivalità, odii, incomprensioni, durissime lotte per la leadership tra il gruppo di Jack e quello di Ralph, dei ragazzi tutti provenienti da una buona educazione borghese provano a salvarsi riscoprendo la caccia, pratiche tribali, riti ancestrali e forme fragili di autogoverno. Costruiscono capanne sulla spiaggia e si dipingono le facce come guerrieri primitivi, tengono acceso sempre un fuoco sulla montagna per farsi inutilmente avvistare, si dettano delle regole senza il supporto degli adulti, parlano solo quando hanno una grande conchiglia in mano, adorano un totem-feticcio, temono una fantomatica Bestia. Ma è come se l’isola (metafora del mondo moderno e della guerra) piano piano e inevitabilmente se li inghiottisse coi suoi limiti, con le sue prove difficili che fanno a pezzi le coscienze acerbe dei giovani.

Il romanzo è duro, è una terribile allegoria della condizione umana, dove prevalgono come nelle guerre appena vissute i brutali istinti e la violenta sopraffazione. Mi ha ricordato in più di una pagina “1984” e “La fattoria degli animali” di George Orwell e “Cuore di tenebra” di Conrad.

Anche nel buco del mondo, anche in una piccola isola, la civiltà e la ragione rischiano di soccombere. E il male di trionfare. Golding scriveva: “Gli umani producono il male come le api producono il miele”.

Il romanzo è duro, è una terribile allegoria della condizione umana, dove prevalgono come nelle guerre appena vissute i brutali istinti

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