Lo spunto, l’idea e il ringraziamento per questa raccolta provengono in gran parte dal bel saggio già citato nel pezzo “Le possibilità di un’isola”: stiamo parlando de “L’isola che non c’è”, di Massimo Centini, edito da Magenes. Lui da ricercatore attento, appassionato e documentato è stato bravissimo a descriverne molte di più, noi ne abbiamo scelte solo alcune, capaci di restate di più nella nostra immaginazione.
L’isola del borghese che perse tutto

(qui sopra e qui sotto immagini su Robinson e la sua isola prese da wikipedia)
Che significa rimanere da solo in un’isola sperduta?
Quali conseguenze non solo fisiche ma anche morali e mentali provoca un drammatico naufragio?
Cosa insegna e cosa offre la natura in condizioni di estrema difficoltà?


Nel celebre romanzo d’avventura “Robinson Crusoe” scritto dall’inglese Daniel Defoe (assonanza con Crusoe?) nel lontano 1719 l’eroe perde tutti privilegi della civiltà borghese ed è costretto a ricominciare una vita da capo, dove può salvarsi solo se impara a fare tutto da solo: a pescare e a cacciare, a costruirsi un riparo, a inventarsi degli oggetti dal niente, ad affrontare la natura selvaggia, a sfruttare un territorio misterioso e ignoto, i suoi alberi, le sue rocce, le sue erbe, le sue acque.
Nell’isola di Robinson, immaginata dall’autore al largo della costa del Venezuela e ispirata a Defoe dalle memorie del marinaio-corsaro Selkirk che naufragò su un’isola del Pacifico cileno, non servono certamente il denaro, il benessere, le agiatezze borghesi della vecchia Inghilterra, né la posizione sociale o il ricordo del proprio dio. Serve piuttosto che l’uomo borghese si reinventi, scoprendo tutte le sue capacità e puntando all’essenziale.

Mi è piaciuta molto l’osservazione di Centini quando afferma che “il naufragio di Robinson Crusoe può essere metafora di molti altri naufragi: ognuno di noi, prima o poi, viene scagliato su un’isola deserta dove le sorti cambiano e vengono richieste energie nuove per dare continuità e senso all’esistenza”.
Naturale pensare per esempio al famoso film “Cast Away” con Tom Hanks, girato tra Monuriki alle Fiji e La Digue alle Seychelles, dove le prospettive e la vita stessa, il futuro stesso, di un uomo moderno cambiano leggermente… E dove il rapporto del naufrago con la noce di cocco ricorda – con tutte le differenze del caso – quello di Robinson con l’indigeno Venerdì: l’uomo solo ha bisogno di calore, di compagnia, di amicizia, di un alter ego con cui confrontarsi.
L’isola del ragazzo volante
Se “esiste” l’isola che non c’è è per antonomasia quella di Peter Pan e Capitan Uncino.

(foto della prima edizione di Peter Pan e della statua a Londra del bambino col flauto prese da wikipedia)
Il romanzo che la fa conoscere al mondo è sempre di un britannico, stavolta scozzese, James Matthew Barrie, anno di uscita il 1911, sette anni dopo una pièce teatrale intitolata “Peter Pan, il bambino che non voleva crescere”. La storia è nota a noi tutti: verso l’isola dell’utopia che si può raggiungere solo con un volo nel sonno o con l’aiuto di una polvere magica il ragazzino volante, spirito libero, simpatico e dispettoso, trascorre a capo dei Bambini Perduti la sua interminabile infanzia tra mille avventure, che vedono protagonisti i pirati e i nativi indiani, il capitano terrorizzato dal coccodrillo e un marinaio beone, la dolce fatina Trilli e le sirene, vari animali feroci e gli uccelli di cui impara addirittura la lingua.
Peter Pan rappresenta la spensieratezza, lo stupore infantile, il mondo che non si vorrebbe mail lasciare e probabilmente anche l’incapacità di entrare nel mondo adulto, quello delle maggiori responsabilità. E la sua isola che non c’è secondo Centini “assume, nell’economia del romanzo, il ruolo di passaggio dal quale prima o poi bisogna fare ritorno: certamente con un bagaglio di esperienze che hanno segnato e, malgrado tutto, hanno fatto crescere”. Perché le avventure, tutte le luci e tutte le ombre preparano al passaggio alla vita dei “grandi”.
Dove cercare l’Isola di Peter? Impossibile rispondere direi, forse individuarla nei disegni bellissimi del film della Disney, o nel luogo speciale che ognuno di noi ha dentro di sé, o nel laghetto dei giardini di Kensington a Londra dove il magico volo ha inizio oppure basta seguire come scrive Barrie e come canta Edoardo Bennato la “seconda stella destra e poi dritto fino al mattino”.

(locandine del film della Disney e del disco di Bennato)
I mondi di Gulliver
Dopo Robinson Crusoe e Peter Pan restiamo sempre da quelle parti, stavolta l’Irlanda del 1726 con Jonathan Swift, autore di un altro di quei libri legati alle isole più immaginarie di sempre, quelle dei mondi scoperti da Gulliver!
L’insegnamento principale del libro è quello di farci accettare tutte le razze e le culture e quello di sorridere sulle differenze di classe.
Molto chiaramente Swift attraverso l’alibi di una storia solo in apparenza fantastica denuncia l’assurdità delle guerre, delle convenzioni sociali, dei meccanismi assurdi o astrusi del potere e della giustizia.

(immagini della prima edizione di “I viaggi di Gulliver” prese da wikipedia)
Ritorna il tema del naufragio, dell’incontro con l’altro, in questa occasione rappresentato da popolazioni inverosimili, davvero di quelle che puoi trovare solo nelle isole più fantastiche, la Lilliput abitata da esseri piccolissimi nel lontanissimo mare a sud est di Sumatra come l’impronunciabile Brobdingnag, la casa di grandi giganti persa anch’essa nei Mari del Sud.
Ma il viaggio-scoperta-confronto di Gulliver prosegue anche nelle meno note isole di Laputa, l’isola volante che nasconde una critica di Swift agli scienziati impegnati in eccessive elucubrazioni, a Balnibarbi dove gli abitanti progettano sempre tante cose senza mai raggiungere nessun risultato (critica all’inattività del potere politico?), a Glubbdubdrib con sovrani-maghi e servitori-fantasmi, Luggnagg coi suoi bambini immortali e infine l’isola degli Houyhnhnms altro scioglilingua per descrivere il luogo abitato da cavalli intelligenti e perfetti che dominano su uomini schiavizzati e selvaggi (ancora il relativismo…).

(un murale che raffigura Gulliver e gli abitanti di Lilliput preso da wikipedia)
La frase chiave del romanzo è forse quella in cui il viaggiatore esclama “hanno proprio ragione i filosofi quando dicono che grande o piccolo è solo questione di paragoni” e questa frase insieme alle descrizioni delle futili contese dei lillipuziani sembra un inno al relativismo dell’epoca e una stilettata satirica alle continue scaramucce che in quel periodo vedevano protagonisti gli inglesi e i francesi.
Diciamo pure che Swift tra un’isola fantastica e l’altra era abbastanza scettico sulla capacità dell’uomo di evolversi e migliorare…


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