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Metropolis

Bucarest, gli anni del riscatto

Quel palazzo gigantesco

Bucarest, gli anni del riscatto Quel palazzo gigantesco

Bucarest è una città che una volta aveva un’anima, quasi parigina, molto più di oggi.

La folle dittatura di Ceaușescu l’ha infatti spazzata via, per il suo sogno di megalomania di costruirsi a metà degli anni’80 il palazzo politico più grande e più brutto che si sia mai visto: 330.000 mq di superficie, come edificio del potere amministrativo secondo nel mondo solo al Pentagono di Washington! Un incubo che sovrasta la città, che assomiglia in qualche modo al pomposo Palacio de Oriente di Madrid: tremila stanze, con una sessantina di luccicanti saloni superiori ai 600 mq, un milione di metri cubi di marmo proveniente dalla Transilvania, 900.000 metri cubi di legno strappato ai boschi del nord per rivestire i suoi pavimenti, 700.000 tonnellate di acciaio e bronzo per le sue porte e finestre, 3.500 tonnellate di cristallo per gli specchi e i lampadari, 200.000 mq di tappeti… cifre impressionanti per un mostro di staliniana memoria che con le luci tutte accese insieme in quattro ore consumava quanto l’elettricità di tutta Bucarest di un giorno.

Quello che oggi è stato perlomeno rivalutato come il Parlamento democratico della capitale era fino a pochi anni fa il simbolo della vacua rappresentazione del potere in falso stile neoclassico, colpevole della distruzione di un sesto di Bucarest (!!), di molti vicoli della città vecchia, dei palazzi liberty, del ghetto ebraico, di parecchie chiese ortodosse. Tutto è stato abbattuto in favore delle larghe strade della dittatura e oggi Bucarest non ha molti angoli affascinanti, la domina e la attanaglia un fondo di grigiore e di ormai spenta gloria.

Bucarest è una città che una volta aveva un’anima, quasi parigina, molto più di oggi.

Il fuoco sotto la cenere

Eppure a Bucarest qualcosa, qualche bagliore, qualche colore, qualche rumore, qualche idea è rimasta viva. La città si è difesa con le sue tradizioni, si è rialzata col suo spirito combattivo. Gli esempi non mancano, girandola con occhi attenti, pronti a cogliere le sue caratteristiche e anche le sue novità.

Intorno a via Lipscani per esempio, l’arteria più vitale del centro storico, dove esistono ancora dei bistrot con musica gitana alternati ai più moderni locali che pompano in modo assurdo la musica tecno tutte le notti di tutti i fine settimana; nel lunghissimo percorso che dall’ex castello di Piazza Unirii va sull’elegante Calea Victoria e il Corso Kiseleff, fino a raggiungere l’Arco romano di Traiano attraversando enormi spazi con fontane, viali alberati, palazzi in restauro sormontati da colossali cartelloni pubblicitari che spesso rappresentano i simboli consumistici più tipici dell’occidente; nelle stradine di Stavropoleos e di Gabroveni dove sono rimaste la più bella chiesa bizantina della città, i pub più frequentati e le gallerie d’arte più alternative; in tutti questi scenari, quartieri e situazioni si colgono benissimo i segnali di una vecchia e storica cultura come quelli di una vita nuova e pulsante, che insieme sono sopravvissute agli anni grigi e folli e paurosi del dittatore.

E qui delle ore si passano volentieri, in allegria, entrando e uscendo dai locali, nell’intimità di una chiesa bizantina o ortodossa, gustando ottimi piatti di carne, ballando ritmi popolari e moderni.

E qui delle ore si passano volentieri, in allegria, entrando e uscendo dai locali, nell’intimità di una chiesa bizantina o ortodossa, gustando ottimi piatti di carne, ballando ritmi popolari e moderni.

La sintesi perfetta dei due mondi può essere una serata alla più antica birreria di Bucarest, la Carul Cu Bere, fondata nel 1875 e con gli interni dorati neogotici, il posto ideale per gustare salsicce alla griglia, stinco con polenta e buona birra in un locale storico che sembra una cattedrale e che offre anche musica e danze popolari dal vivo. Ugualmente evocativo il locale all’aperto dentro il patio del vecchio castello, da dove provengono musiche gitane e profumi di carni arrosto. E nel centro storico non mancano bande musicali, artisti di strada, cameriere bellissime che ti invitano a prendere posto nei dehors nei mille ristorantini. Gli schemi, i comportamenti, i codici, le mode, ricordano quelli dell’Italia di una trentina di anni fa. Cose viste e sognate dai rumeni anche sulla nostra Rai, che era l’unica tv straniera ad affiancare i canali del regime.

il Museo del Folklore, una ricostruzione della Romania rurale con fattorie, chiesette, mulini e oggetti tipici dell’artigianato locale

Più fuori dal centro, sul lago Herastrau, si visita il Museo del Folklore, una ricostruzione della Romania rurale con fattorie, chiesette, mulini e oggetti tipici dell’artigianato locale. Qui si può fare una passeggiata per celebrare un mondo quasi scomparso, siamo infatti in un’isola culturale latina in mezzo a un ambiente slavo. Fuori molta povertà, il fiume sporco e purtroppo la piaga di quasi moltissimi minori abbandonati che vivono di espedienti nelle bidonvilles.

ui si può fare una passeggiata per celebrare un mondo quasi scomparso, siamo infatti in un’isola culturale latina in mezzo a un ambiente slavo

Fuori il villaggio rurale purtroppo si nota ancora molta povertà, il fiume sporco e la piaga di quasi moltissimi minori abbandonati che vivono di espedienti nelle bidonvilles.

Le soprendenti Terme

E infine sono arrivate loro, e chi se le aspettava…?

le più grandi terme d’Europa, un moderno edificio tutto ricoperto da vetrate panoramiche e costruito vicino all’aeroport

Dal grigio, dalla desolazione, dall’Est più dimesso ecco un salto avveniristico nel futuro: le più grandi terme d’Europa, un moderno edificio tutto ricoperto da vetrate panoramiche e costruito vicino all’aeroporto, quasi a favorire un turismo da tutta Europa, anche in giornata o solo per un week end di mangiate, balli e benessere.

Sono prese letteralmente d’assalto da uno sciame di turisti, ma sono amate anche dagli stessi rumeni, che ci vedono una nuova occasione, la possibilità di fare invidia ai monumenti e ai divertimenti dei più famosi paesi europei.

Le Terme di Bucarest ospitano 1500 palme e con 800.000 piante costituiscono anche il più grande giardino botanico d’Europa. Oltre ai trattamenti anche solo guardarle, passeggiarci dentro, vale la visita.

Sono divise in tre grandi ambienti: il primo si chiama Galaxy e ospita gli scivoli giganti dove tra curve, trampolini e tuffi finali si divertono i ragazz nel frastuono e nelle grida e risate che rimbombano sotto l’altissima volta; il secondo è l’immensa area conosciuta come The Palm, una piscina dentro/fuori circondata da palme e vetrate, coi bar immersi in piscina per gustarsi i cocktails a mollo, con le rumene che si aggirano in costumini succinti e i ragazzi di tutta Europa che mostrano muscoli e tatuaggi cercando gli sguardi più sensuali e più complici; sempre in The Palm ci sono tre grandi vasche mineralizzate, quella col sale del Mar Morto aiuta a far diventare la pelle liscia, quella col litio pare che favorisca il buonumore, mentre quella col magnesio contribuisce a rafforzare le ossa e a migliorare la circolazione. Il terzo ambiente si trova al piano superiore ed è quello del vero relax visto che ospita le sale massaggi e le grandi saune ispirate con musiche e essenze all’Amazzonia, alla Provenza, alla Baviera, all’Alhambra di Granada, all’Himalaya e al cinema di Hollywood.

grandi saune ispirate con musiche e essenze all’Amazzonia, alla Provenza, alla Baviera, all’Alhambra di Granada, all’Himalaya e al cinema di Hollywood.

Qua e là le altre docce emozionali, le cupole con bagni turchi, i lettini da massaggio più moderni che esistono. E le aree ristoro, i terrazzi panoramici, le aree relax che guardano le vasche o il verde, le aree con giochi d’acqua e piscine basse per i bambini più piccoli…

Tutti trovano il loro posto, il loro angolo, famiglie e giovani, turisti e rumeni.

E il volo di ritorno in Italia si prende senz’altro col corpo rilassato e con la mente a quello che hai appena vissuto: giorni di musica, taverne, benessere termale venuti a prendere (per fortuna) il posto di tanti anni di grigio.

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