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Cultura da Viaggio / Il grillo Racconta

Certi viaggi non finiscono mai

Copertina del libro Certi viaggi non finiscono mai

Come nasce questo libro?

Da una lunga frequentazione di un continente e da una viscerale passione per i suoi paesaggi, la sua gente e anche da un profondo interesse per i romanzi, le musiche e i film che a mio avviso hanno saputo raccontarlo meglio.

Hai viaggiato molto per l’America Latina?

Si, ci si sono stato tante volte. Ho girato tutto il Messico per due volte a distanza di vent’anni (ecco perché certi viaggi non finiscono mai!), dopo l’Università non so perché ho sentito il richiamo delle Ande e ho vissuto 55 giorni tra Perù, Bolivia ed Ecuador, camminando per tre giorni verso la città sacra di Machu Picchu, volando sopra le linee di Nazca, navigando sopra il Titicaca, scoprendo ambienti estremi come la foresta amazzonica e i deserti di sale. Inoltre ho scelto il Brasile per il mio viaggio di nozze e conosco bene anche la magnifica isola di Cuba, coi suoi incanti, problemi e dolcezze.

Nel tuo libro di viaggi racconti anche di luoghi che non esistono?

Certi viaggi invece li hai solo immaginati?

Esattamente. Per me sono viaggi importanti anche quelli, quelli che da sempre desideri fare, quelli che sogni sui libri, sugli atlanti, ascoltando un disco, visitando una mostra d’arte o di fotografia che ti ispira “lontananza” e confronto con culture “altre”, guardando per l’ennesima volta un documentario che ti piace o andando al cinema per sentirti in qualche modo nel paese narrato in una certa pellicola.

Ci fai qualche esempio?

La Colombia per esempio mi affascina molto ma non l’ho visitata, anzi forse l’ho visitata idealmente più degli altri paesi dell’America Latina, perché ho letto tutti i romanzi lì ambientati da Gabriel Garcìa Marquez e in questa lettura davvero ho sentito sulla pelle l’umidità della giungla, l’atmosfera coloniale di Cartagena, le vicende e le leggende degli abitanti di Macondo. Lo stesso si potrebbe dire di Cile e Argentina a me cari soprattutto per le pagine indimenticabili di Isabel Allende, Luìs Speulveda e Bruce Chatwin.

Nel tuo libro di viaggi racconti anche di luoghi che non esistono?

Un luogo come l’Eldorado in effetti non esiste, non è facilmente collocabile da un punto di vista geografico, rientra piuttosto nella categoria del mito e riecheggia una delle epoche più violente e splendenti del continente. Quando Cortès conquisto il Messico azteco, seguito dal feroce Pizarro in Perù, nel cosiddetto mondo più ricco ed evoluto si fece strada l’arma più persuasiva e seducente di tutte, quella della narrazione, quella della meraviglia, e frotte di avventurieri senza scrupoli partirono per il Sudamerica per cercare strade e palazzi d’oro nella selva, senza neanche immaginare che El Dorado fosse un uomo protagonista di un particolare rito e non una città nascosta…

E qual è il posto non visto dove vorresti di più andare?

Non ho dubbi, l’Isola di Pasqua. Questo racconto comincia con un periodo di venti righe senza una virgola, ho tentato di riprodurre sotto forma di flusso di coscienza alla Joyce la vorticosa corsa del ragazzo che va alla conquista dell’uovo sacro nella scena madre del film “Rapa Nui”. E poi chiaramente parlo a lungo della tenebrosa leggenda dei Moai, quei giganti di pietra dal volto austero che stanno lì su quei pendii erbosi e in mezzo all’oceano selvaggio sicuramente ad aspettarmi.

Mi indichi almeno tre personaggi particolari che hai incontrato nei tuoi viaggi?

Non è facile difronte a tanti ricordi, a tanti incontri… Ma ci provo!

Nelle yungas boliviane, dopo aver percorso stringendo un rosario in mano la Carretera de la Muerte che collega La Paz a Coroico, una pista dove una decina di camion l’anno finiscono giù nei burroni, nella taverna scelta per la cena ho conosciuto Nelson, un clarinettista nicaraguense in giro per il suo continente. Gli ho chiesto tra una birra e l’altra: “Nelson com’è il Nicaragua? Com’è l’America Latina?” – la sua risposta mi è rimasta nelle vene, come una frase di un libro di Galeano: “Dolce amico mio, violentemente dolce”.

Nell’Amazzonia ecuadoriana la guida Shuar Patricio mi ha insegnato tante cose della selva, come convivere con la natura, come conoscere gli animali, le piante, come costruire gli oggetti, leggere il cielo… ma non voglio svelarvi tutto, nel pezzo sull’Ecuador trovate questo ritratto particolare.

Poi potrei raccontarvi del pilota peruviano che con un peto mi ha fatto perdere almeno due figure Nazca (!) o della nonna cubana che dal suo balcone de L’Avana vecchia animava la via cantando i pezzi nostalgici che ho omaggiato nel racconto di apertura del libro, quello dedicato al “Buena Vista Social Club” che mi ha commosso scriverlo.

Ma il personaggio che mi ha affascinato di più è stato senz’altro il Subcomandante Marcos, avvicinato ma non incontrato di persona in un paesino sugli altopiani del Chiapas. Era lì a due passi da me, in una scuola, circondata da un cordone di contadine maya coi loro abiti colorati, polli, bambini nei fagotti, sorvegliato da un altro cordone, più esterno, della polìcia militar, vestita grottescamente con caschi e tute e manganelli davvero inutili per offrire sicurezza a quelli che erano dei semplici colloqui di pace. Non l’ho visto in faccia Marcos ma ho sentito tutto il carisma e la forza del suo passamontagna. E ora mi chiedo dove sia, che fine ha fatto, se il passamontagna lo abbia buttato via.

E l’incontro che avresti voluto fare?

Devo dirtelo? Quello col giovane Ernesto Guevara a bordo della sua Poderosa, su una strada polverosa, per capire in anticipo chi sarebbe diventato, per captare i suoi sogni, le sue utopie, i suoi entusiasmi e anche i suoi errori e dolori.

Che c’entra Ayrton Senna nel tuo libro?

C’entra eccome, per me solo guardare Senna in faccia era il paradigma stesso della saudade dei brasiliani. E poi c’è quella meravigliosa canzone di Lucio Dalla, “Ayrton”, che mi ha ispirato un ricordo, un’elegia, di un campione umano e fragile. Come il suo continente.

Se devi ricordare una musica che ti ha ispirato di più?

Scelta difficilissima fare una classifica delle emozioni musicali che hanno segnato questo libro. Di sicuro quelle cubane dei vecchietti riuniti da Wenders, di sicuro qualche Tango contaminato dei Gotan Project ma se proprio devo sceglierne una scelgo la colonna sonora di “The Mission” di quel genio che era Ennio Morricone. Davanti al maestoso spettacolo della cascate di Iguazu mia moglie sarà contenta di sapere che pensavo soprattutto a quelle scene del film rese indimenticabili dalla musica di Morricone.

Ehi ma in un brano parli pure di Steve Mc Quenn!

Si, l’ho scritto in mezz’ora dopo aver rivisto “Papillon”: volevo calarmi nel luogo infernale del film, la Guyana francese!

Perchè il pezzo sulla Bolivia si intitola “Il senso dell’ultimo in Bolivia”?

Ci sei stato nelle miniere di Potosì, a vedere da vicino la vita degli ultimi minatori i cui antenati hanno rivestito d’argento le corti europee? Ci sei stato nel Salar de Uyuni dove il bianco accecante del sale ti trasporta in un’altra dimensione? Ci sei stato nella periferia El Alto di La Paz o nel mercato delle streghe della stessa capitale dove ti sembra poi che non possa esserci altra periferia e mercato simile nel mondo? La Bolivia è ultima e primitiva per tante cose, ma ti lascia addosso una bellezza impressionante.

Cosa ti è piaciuto di più dei latino-americani?

Li ho sempre ritenuti più autentici di noi

Il tuo prossimo libro?

Mi piacerebbe intitolarlo “Cosa mi danno le isole” e in fondo è una seconda puntata di “Certi viaggi non finiscono mai”, stavolta tutta dedicata al mare.


Titolo: ‎ Certi viaggi non finiscono mai
Editore‏: ‎ Edizioni Caesar Tour
Autore: ‎ Silvio MItis
Data di pubblicazione: ‎ maggio 2025
Lingua: ‎ Italiano
Lunghezza stampa: ‎ 296 pagine

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