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Diario di Spagna / I grandi reportages

Diario di Spagna: In giro per Granada

La vita che scorre nell’Albaicin

La vita che scorre nell’Albaicin

ErEra il nucleo originario della città, l’insediamento romano, oggi si è trasformato nel quartiere più pittoresco e vitale di Granada, abitato da giovani, artigiani e artisti, con casupole intonacate di bianco dove si celano osterie e case del flamenco, con locali da dove escono melodie e suoni dolci di chitarre. Un labirinto di piccole piazze, vicoli, balconi, suoni, voci, aromi, una specie di antico suk arabo indubbiamente trasformato dalle numerose frequentazioni turistiche. E dove dopo la Reconquista cupole e campanili delle chiese cattoliche come quella di San Nicola hanno pian piano sostituito i minareti delle moschee. Con vista privilegiata sull’Alhambra.

Un labirinto di piccole piazze, vicoli, balconi, suoni, voci

Nell’Albaicin le attrazioni maggiori sono le sue quattro porte robuste e merlate, il palazzo moresco Dar al Horra e il bagno termale El Banuelo, l’Hammam più antico dell’Andalusia, mentre i punti che tutti raggiungono con una breve e piacevole passeggiata sono il Mirador de San Nicolas e il Paseo de los Tristes. Da qui lo sguardo finale sulla cartolina della città: la fortezza dell’Alhambra domina Granada da una collina, sotto il palazzo reale delle meraviglie si sviluppano giardini fioriti e quartieri gitani, dietro si stagliano le cime innevate della Sierra Nevada. Bellissimo.

Su e giù per Sacromonte

Il quartiere più gitano e più in salita è rimasto tuttavia quello del Sacromonte, sparpagliato sulla collina Valparaiso, adiacente a quella dell’Albaicin: qui numerose famiglie di rom dal XV secolo vivono in dimore ricavate da grotte rupestri, coi fichi d’india all’entrata e la polvere tutto intorno.
Sembra di rivedere scene della vecchia Matera, odori di cucine all’aperto si mischiano a musiche e balli e vestiti colorati, i tablao, ovvero gli spettacoli di flamenco si alternano alla danza del ventre, i ragazzini corrono spensierati nella polvere, gli indovini leggono con solennità le carte, le bellezze zingare leggono la mano per qualche moneta. Il Sacromonte è l’ultimo pueblo andaluso abitato da istrionici gitani, pittoreschi, ladruncoli e chiassosi.

Su e giù per Sacromonte

Due le tappe obbligate oltre al giro curioso – e rispettoso – delle grotte: il Museo Cuevas del Sacromonte che mette in evidenza, proprio come a Matera, la storia e le tradizioni delle grotte rupestri e il finale panoramico dall’Abbazia di Sacromonte, anch’essa rivolta verso le forre, le vette e il fiume.
L’anima e l’essenza del Sacromonte sono racchiusi soprattutto nella “zambra”, la coreografia flamenca locale, molto appassionata e colorata.

la coreografia flamenca locale, molto appassionata e colorata.

Nelle grotte del Barrio vennero esiliati dopo la Reconquista i vari abitanti di origine araba, gitana, ebrea: vittime della repressione cattolica, emarginati crudelmente tutti insieme, ma destinati a godersi uno spettacolo unico, la vista più bella dell’Alhambra e uniti in qualcosa di nuovo, in uno spirito forte, rappresentato dal ballo più tipico della Spagna.

La comunità del Sacromonte si arricchì di pittori, poeti e musicisti, anche stranieri, ognuno in una casa-grotta, piena di calore, di opere d’arte, d’amore. Nelle sere del Sacromonte senti lo schioccare delle mani e delle nacchere, vedi fuochi accesi, scene di vita comune all’aria aperta e l’aria stessa che si riempie di canti. Le evoluzioni degli ultimi ballerini a piedi nudi, delle gitane avvolte in abiti colorati. Un senso estremo di libertà più che di vita randagia. In alcune grotte, immancabile, la fotografia e l’altarino dedicato a Garcia Lorca, con sotto un garofano rosso.

Lasci il quartiere con negli occhi qualcosa di forte, col sangue che scorre bene nelle vene, con un lamento gitano in testa e lo sguardo di una ragazza gitana a bucarti l’anima. A farti vedere un mondo a parte che non capirai mai, che viene da un passato girovago, fantasioso, teatrale. Che per i veri viaggiatori non potrà mai essere la minaccia del diverso, ma l’attrazione che sa di ignoto.

La Città bassa

La Cattedrale si trova nella città bassa, risale al XVI secolo, è un edificio grandioso, scenografico, che mescola lo stile barocco a quello gotico e rinascimentale. Dedicata alla Vergine dell’Incarnazione la chiesa più importante di Granada ospita i sepolcri e la collezione di opere d’arte dei re Isabella e Ferdinando, protagonisti della Reconquista cattolica, nella Capilla Real.

Vicino si sviluppa il quartiere ebraico del Realejo, di una certa importanza e memoria storica perché gli ebrei diedero a Granada l’impronta dei loro usi e mestieri prima dell’avvento dei califfi. In pratica i commerci e le arti degli ebrei si fusero a quelle degli arabi e degli spagnoli: e chi ha viaggiato un po’ in genere lo sa che è proprio dalla mescolanza che nasce la meraviglia.

i commerci e le arti degli ebrei si fusero a quelle degli arabi e degli spagnoli

La città moderna è oggi molto vivace per la presenza di una prestigiosa università e di 60.000 studenti che verso sera si trovano in centro per gustare le tapas, bere all’aperto nelle dolci notti andaluse e seguire dal vivo gli spettacoli di flamenco. Il mercato da vedere è quello dell’Alcaicerìa, dove si vendeva la seta, situato vicino alla centralissima e animatissima Plaza de Bib-Rambla. Molto elegante anche il Palazzo della Cancelleria Reale in Plaza Nueva e molto bella la chiesa di Santa Ana per il suo stile mudejar.

Un po’ fuori merita la visita anche uno dei monasteri meglio decorati di Spagna, quello de La Cartuja. Stesso volto austero da fuori per la Chiesa di San Juan de Dios, la cupola è rivestita di piastrelle verdi e bianche e entrandovi si rimane abbagliati dalle sue decorazioni in foglie laminate d’oro.

Il patrimonio folkloristico

Un luogo così ricco di storia, di arte e di gemme non può non esibire un grande calendario folkloristico: ogni 2 gennaio si festeggia la “Toma de Granada” ovvero la presa della città con la Reconquista cristiana, ricordata in cortei coi favolosi costumi dell’epoca; altri carri allegorici spuntano fuori il giorno dell’Epifania, coi Re Magi che distribuiscono dolcetti a tutti per le vie del centro; il 5 febbraio si festeggia il patrono locale San Cecilio, di cui si visita la catacomba nel Monastero di Sacromonte; durante la Pasqua le processioni sono sontuose, mistiche, coi fedeli incappucciati che creano col loro passaggio tra nuvole di incenso un’aria sospesa e misteriosa; il 3 maggio è il Giorno delle Croci: vengono sistemate in ogni angolo della città, sono decorate, sono bellissime e nelle vie di Granada si organizzano tanti tablao di flamenco.

Tra giugno e luglio protagonista della scena diventa ovviamente l’Alhambra, coi suoi Festival di musica e danza organizzati nei giardini del Generalife; i mercatini di Natale si visitano a Plaza Bib-Rambla mentre i famosi 12 chicchi d’uva si mangiucchiano gli ultimi secondi della Noche Vieja a Plaza del Carmen. Durante le feste si soddisfa spesso anche la gola e la cucina di Granada rende onore al suo territorio di campagna e montagna: il famoso gazpacho andaluso, un prosciutto squisito, piatti a base di fagioli e salsicce e una omelette per i più coraggiosi che vede mescolati nell’uovo il midollo di bue, il cervello di vitello e i testicoli del toro! Buon appetito (?)…

Il ricordo di Garcia Lorca

Il più grande e dolente poeta spagnolo nacque in un paesino vicino Granada e nelle campagne di Granada morì giovanissimo, fucilato dai fanatici franchisti con la ridicola accusa di essere una spia dell’Urss. Protagonista di una poesia nuda, essenziale, minimalista, dedicata alle povere campagne dell’Andalusia, alla sua solitudine di bambino, alle sue sofferenze d’amore, agli echi gitani e arabi della sua cultura d’appartenenza, fu appunto travolto dall’orrore della Guerra Civile. Non prima di aver composto liriche struggenti e anche una sorta di teatro popolare andaluso, nato dalla sua passione d’infanzia per i burattini.

Garcìa Lorca ci lasciò “Poema del Cante Jondo”, “Romancero Gitano”, l’entusiasmo per la proclamazione della repubblica, l’odio per la dittatura di morte che invadeva il suo paese e una frase che ritraeva perfettamente il suo destino: “Credo che l’essere di Granada mi renda incline alla comprensione simpatica dei perseguitati. Del gitano, del nego, dell’ebreo…, del moro che tutti portiamo dentro di noi”.

*copyright

(immagini prese da wikipedia)

Lacrime per Granada

La sua amata città è vista attraverso lo specchio di una languida elegia: “Tu che una volta avevi dei torrenti di rose, e frotte di guerrieri con le bandiere al vento, minareti di marmo con turbanti di seta, alveari musicali fra le strade alberate e stagni come sfingi dell’acqua al firmamento. Tu che una volta avevi sorgenti profumate dove bevvero ricche carovane di gente… Tu la città del sogno e della luna piena, che ospitasti gigantesche passioni d’amore, oggi morta, riposi sopra rosse colline… Che cosa hanno perduto le tue mura Granada? Il profumo potente di una razza incantata…”.

Ci vedo qualcosa dei Sepolcri di Ugo Foscolo, in salsa andalusa.

Forse negli anni di Garcìa Lorca l’Alhambra un po’ abbandonata era l’esempio di una gloria passata e di una bellezza rustica, una rovina abitata dai gitani e dai mendicanti e non il lussuoso teatro dei califfi.

Un giorno a Guadix

Se capitavo di inverno a Granada andavo sicuramente a sciare sulla Sierra Nevada, il posto migliore di Spagna per praticare questo sport. Le montagne alte e boscose le ho viste invece d’estate, quando rappresentano un piacevole rifugio contro il clima torrido del resto dell’Andalusia e quando i giardini fioriti di aranci, limoni e fichi sfidano le aride sierras.

Poi ecco spuntare il pittoresco borgo dei comignoli bianchi e delle grotte del barrio troglodita, Guadix. Una specie di Cappadocia spagnola, un invito alla pausa.

Lascio Granada, la Sierra Nevada, lo splendore dell’Alhambra, questo paese che sa di terra, di sole, di vino e di prosciutto. I vecchi chiacchierano in piazza, qualche donna con lo scialle nero scompare tra i vicoli, si sente il suono di un violino gitano e il mio sguardo cerca inutilmente quel passo tra le vette dove si dice che l’ultimo califfo avesse emanato un sospiro di rimpianto prima di lasciare per sempre quello che era stato il suo paradiso terrestre.

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