Il blue majorelle
L’artista “orientalista” francese Jacques Majorelle, nato a Nancy nel 1886, amò così tanto i colori vivaci e la qualità della luce di Marrakech da farne la sua residenza per una trentina d’anni (dal 1923 agli anni ’50), lasciando per sempre alla città marocchina una splendida villa con un giardino botanico degno de “Le mille e una notte”. Proprio così, comprando un grande appezzamento coltivato a palmeto vi costruì il suo sogno, il suo Buen Retiro, la sua base per la scoperta del Nord Africa, soprattutto del Marocco del Sud, celebrato con dipinti, varie opere artigianali, poster ideati per far visitare il paese, disegni ispirati dai commerci nei suk e dal paesaggio umano della via delle kasbah, e commissionando all’architetto Sinoir la creazione di una villa cubista basata sul colore blu elettrico, lo stesso delle piastrelle di ceramica da lui adorate nei viaggi tra l’Atlante e il deserto.

Tutto questo incanto è rimasto a un quarto d’ora dal centro di Marrakech.

Le Jardin Majorelle si visita solo su prenotazione e ogni mezz’ora dentro i suoi due ettari circa entrano una cinquantina di turisti affamati di luce, di arte e di bello. E curiosi di ammirare quel blue, quella tonalità accesa e cobalto inventata proprio dal pittore.
Già fuori l’entrata capisci che sei capitato in un angolo molto particolare di Marrakech: qui non ci sono fachiri, braci, mercati ma gallerie d’arte, boutique e ville eleganti. E’ come se la meraviglia che stai per vedere avesse condizionato un po’ il futuro di tutto il quartiere, tolto la polvere, la confusione e lasciata solo fiorire tanta bellezza. Letteralmente. Perché nel giardino intorno alla villetta blu brillante e con anfore e grate, scale e decorazioni gialle e arancioni sparse ovunque, spicca un mondo verde e profumato, esteticamente impeccabile, fatto di laghetti e di vasche, di gazebo e di siepi e soprattutto di bambù giganti, di piante di yucca e papiro, di palme e banani, cipressi e bouganvilles e di tanti diversi tipi di cactus.

Dentro un posto del genere gli amanti dei giardini vanno in estati ma ogni turista resta lì a contemplare, a scattare foto, a seguire con delicatezza e rispetto i percorsi, a cercare i fiori preferiti o gli scorci più poetici dove – perché no – isolarsi un attimo.
Questa in fondo è la grande magia di Marrakech: ci sono le strade affollate, i suk caotici nella Medina, la piazza più vibrante dell’Africa, un traffico che la strangola e insieme ci sono gli angoli di pace rappresentati dai Ryad coi loro cortili quieti e nascosti e dai giardini come Menara, Majorelle, Agdal, Palmeraie e il giardino segreto della Medina.

In quad e dromedario sulle dune di Agafay
L’escursione è indubbiamente turistica ma molto facile, molto divertente e progettata bene.
Il primo pomeriggio tanti pulmini lasciano la Città Rossa, direzione Agafay, un deserto pietroso situato a un’oretta dal centro. In verità il nome deserto è un complimento perché non assomiglia certo alle incredibili e infinite dune di Merzouga, l’assaggio di Sahara che ti aspetta dopo aver attraversato la via delle Kasbah e torridi avamposti della civiltà come Erfoud e Zagora.
E quindi diciamo pure che al territorio dell’Agafay, sponsorizzato sia sui portali più famosi che in tutte le agenzie e i Ryad di Marrakech, hanno affibbiato il nome di deserto per pure ragioni di marketing perché il paesaggio, seppur bello ed esteso, va da alcune colline pietrose e anche erbose fino ai contrafforti della catena montuosa dell’Atlante, che spicca in lontananza con le sue cime innevate.


Intorno a un piccolo paese si sono inventati un percorso circolare in quad per la felicità dei turisti che si mettono le kefiah e guidano in sicurezza per foto-ricordo tra le collinette. Dopo il quad un altro tragitto si fa sul dromedario, animale robusto, buffo e resistente che si alza e si abbassa con una bella scrollata di gobba, causando risate nel gruppo.
La fila di dromedari, il tramonto che scende, le vie polverose, le montagne sullo sfondo: la scena è ancora una volta azzeccata.
Si finisce la giornata con una cena collettiva molto frugale (insalatina, pilaf di couc cous con vegetali e pollo, un tajine sempre di pollo cotto in tegami di coccio), tutti i turisti di varie nazionalità sdraiati si panche e cuscini, davanti alle tende, con la musica e i balli marocchini sullo sfondo. E con l’arrivo della notte lo spettacolo del mangiatore di fuoco prima di un trenino che vede i ragazzi ballare a ritmi di musica etnica e trance.
Il ritorno a Marrakech avviene verso le dieci di sera e i furbi autisti dei pulmini mettono luci e discomusic per fissare il ricordo di una giornata sicuramente simpatica.
Le cascate e il fiume nella Ourika Valley

Infine e finalmente, l’Atlante: arrivare dopo soli 30 km sotto quelle montagne innevate che vedi fin dalla Medina e dalla Menara di Marrakech. Il percorso è scenografico, si lascia la città percorrendo il lungo muro di cinta dei giardini dell’Agdal, si passa per periferie abbastanza anonime e poi la strada, piano piano, comincia a salire. Uno, due, tre villaggi berberi, a volte schierati lungo la strada maestra, con le casette anche qui in mattoni rossi, coi panni stesi sui balconi, coi ragazzini che ti salutano, coi contadini che vanno o tornano dai campi coi muli e coi fagotti in testa. Più spesso i villaggi con tanto di minareto sono arroccati proprio sotto le alte cime spruzzate di bianco e la vista è davvero affascinante perché è varia e colorata, perché coglie prima la terra rossa delle colline, poi i boschi verdi e infine la neve.
Si giunge nella famosa valle del fiume Ourika, un fiume prima placido poi più selvaggio, che crea campi fertili per le coltivazioni e dunque anche insediamenti umani come quello di Setti-Fatma da dove si parte per un bellissimo trekking di un paio d’ore per ammirare le cascate. La guida è agile come uno stambecco, il gruppo è quasi impreparato a certi passaggi che a dire il vero non vengono spiegati tanto bene dalle locandine delle escursioni, quindi, non bisogna commettere l’errore di andare con scarpe non adatte e privi di una felpa perché la quota in alto, nonostante un sole favoloso, si fa sentire.

Il paesaggio montano e le foto ricordo sotto le cascate ti premiano della piccola fatica, le soste si fanno tra mini-insediamenti dove ci sono terrazze con punti ristoro e negozietti di souvenir: lana, alabastro, tappeti, ceramiche, legno intarsiato, spezie, tutto il repertorio che invade a valanga i suk di Marrakech. Si dice infatti che molti dei prodotti della valle dell’Ourika, sia artigianali che alimentari, siano la fonte principale dei grandi mercati di Marrakesh.
Un altro momento molto particolare è quello della pausa pranzo, che avviene in una delle tante taverne sul fiume, ma proprio a due passi dal fiume. Sdraiati su colorati cuscini si sente il gorgoglio dell’acqua, un occhio va ai ponti tibetani (ecco! L’Ourika Valley mi ha fatto immaginare un piccolo Tibet, un piccolo Nepal, il Perù sotto le Ande) e un altro alle pietanze che ti servono in mezzo a questo spettacolo della natura, chiaramente ancora una volta dominate da cous cous, spiedini, zuppette e tajine.

Prima e dopo il trekking l’escursione prevede soste per la dimostrazione dell’olio di Argan e per quella dedicata alla lavorazione delle ceramiche: in genere si prediligono cooperative per lasciare un contributo anche economico con l’acquisto di spezie, profumi e vasetti.
Stessa via per il ritorno e da lontano le braci di Jeema el Fna ti aspettano per la l’ultimo giro nei suk e per l’ultima cena.




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